L’ITALIA? HA DICHIARATO GUERRA AI GIOVANI

Da “l’Unità” 7 dicembre 2007

Inquinamento acustico. È questa la sensazione che proviamo quando si sente ragionare di “giovani”. Tutti ne descrivono la condizione in termini più o meno pessimistici, propongono paragoni con altre generazioni e mostrano di cercare soluzioni che li possano favorire. Soprattutto tutti ne parlano. Il merito principale di Contro i giovani (Mondadori, pp. 158, euro 15) è quello di scegliere termini chiari, preferendo la descrizione al giudizio, e di elencare una serie ragionevole di misure da prendere. Gli autori, Tito Boeri e Vincenzo Galasso, sono professori alla Bocconi (il primo è indicato tra i consiglieri più vicini a Veltroni), e si collocano con forza nel recente dibattito sul riformismo. L’assunto di partenza è sferzante: “I genitori italiani sono molto generosi con i figli propri e molto egoisti con i figli degli altri”. Ed ecco spiegato, in parte, perché i ragazzi di oggi non protestano col vigore che ci si aspetterebbe: considerano molto generosa la propria famiglia d’origine, che li accudisce a lungo, che acquista loro la casa con la liquidazione paterna, che concede abbondanti confort senza pretendere il rispetto di tante regole.

ARIEL TOAFF E MARINA CAFFIERO: DUE TESI A CONFRONTO

Da “L’Unità” 9 febbraio 2007

«E adesso cosa dovremmo raccontare ai giovani, ai quali solo qualche giorno fa ci siamo rivolti in occasione della Giornata della Memoria?». A esprimere questa preoccupazione, che già nei giorni scorsi ha turbato profondamente la comunità ebraica italiana, è Marina Caffiero, ordinario di Storia moderna alla Sapienza di Roma, e autrice fra l’altro di Battesimi forzati – Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei papi, in cui si affronta anche l’evoluzione di uno dei più antichi e diffusi pregiudizi antiebraici nella storia europea. «L’origine dell’accusa agli ebrei di fare sacrifici umani, e di utilizzare sangue di bambini cristiani nell’impasto del pane azzimo da mangiare durante la festività pasquale, è molto remota. Si può risalire fino al 1100, in Inghilterra. Lo stesso argomento fu successivamente sbandierato innumerevoli volte, durante atroci persecuzioni, fino al celebre caso di S. Simonino nel 1475. Ma addirittura Benedetto XIV, alla metà del Settecento, in piena epoca dei Lumi, avvalorò questa tesi con una bolla papale, il massimo strumento a sua disposizione. Ancora nel 1900, quando un gruppo di cattolici inglesi chiese al S. Uffizio che fosse negata l’attendibilità di questa incriminazione, fu loro risposto che su questo tema l’ultima parola era già stata pronunciata da Benedetto XIV». Un’ accusa storicamente infondata, ha fino ad oggi sostenuto la storiografia. Che invece sarebbe stata, secondo Ariel Toaff, “un tabù” infranto dal suo Pasque di sangue – Ebrei in Europa e omicidi rituali. «So bene che la Torah e l’etica ebraica non consentono di sacrificare esseri umani o di cibarsi di sangue; ma questo non significa che questi crimini non siano mai stati commessi» dichiarava ieri Toaff in una lunga intervista al Corriere. «Occorre muoversi con cautela» replica la Caffiero: «Bisogna tener presente che stiamo parlando di uno dei pregiudizi più efficaci e duraturi, che ha contribuito alla rappresentazione dell’ebreo come nemico. Non possono essere considerate completamente attendibili le confessioni estorte con la tortura, sulle quali invece il libro sembra basare il proprio assunto; altrimenti dovremmo considerare altrettanto veridiche le deposizioni coatte delle streghe sui supposti saba, o quelle degli eretici, a cui venivano fatti ammettere comportamenti devianti, come i reati di sodomia o altre perversioni sessuali. O, tanto per fare un altro esempio, quello che potrebbe ricavarsi dai documenti sui Catari. È, in definitiva, ciò che Manzoni descrive mirabilmente nella Storia della colonna infame, la costruzione della figura dell’untore». Toaff si schermisce, dichiarandosi stupito dalla facilità con cui i rabbini italiani hanno stroncato il suo libro senza averlo letto, “con un giro di telefonate”. E, sempre al Corriere, si difende con forza: «Non ho detto falsità contro la famiglia cui appartengo, contro gli ebrei. So anch’io che non bastano le confessioni estorte sotto tortura per confermare un fatto. Proprio per questo sono andato alla ricerca di fonti documentarie, le quali talora avvalorano quelle confessioni; che in casi come quello di Simonino non rappresentano solo la proiezione dei desideri dell’inquisitore».
È inutile negarlo. In questa faccenda giocano un ruolo di primo piano elementi che non hanno direttamente a che fare con il contenuto del libro, ma che d’altra parte non posso passare inosservati: il cognome dell’autore, intanto, che ha immediatamente provocato la decisa reazione del padre Elio Toaff, figura storica dell’ebraismo italiano e del dialogo ebraico-cristiano. Ma anche le modalità di “lancio” del volume, con l’amplissima recensione che Sergio Luzzatto gli ha riservato tre giorni fa, definendolo esempio di “inaudito coraggio”. «In effetti tutto questo desta qualche perplessità» prosegue la Caffiero: «Conoscendo la delicatezza del tema, si sarebbe potuto evitare questo clima sensazionalistico prima che il libro fosse stato letto e che dunque potesse essere oggetto di recensioni e ragionamenti seri e fondati». È tutta colpa dell’autore, il polverone suscitato da questa pubblicazione, e della casa editrice (Il Mulino) che ha sposato questa strategia editoriale? « Se si va alla ricerca dello scoop poi non ci si può meravigliare. Ma in effetti questo caso è anche il risultato del trattamento che i media riservano alla storia, sempre con l’obiettivo di trovarvi un elemento scandalistico, un tratto pruriginoso. Tutto ciò, contrariamente a quanto a volte si vuol far credere, non è indice di un maggior interesse verso il passato. E, soprattutto, non aiuta una comprensione degli avvenimenti che faccia perno su ciò che è veramente accaduto».
Ma c’è, oltre a tutto questo, un altro tema che si affaccia con prepotenza nella discussione sul libro di Toaff. Quello dell’opportunità di fare questo tipo di studio, di orientare la ricerca in questa direzione. Lo stesso autore ha detto di non potersi recare a visitare il padre, con cui peraltro ancora non è riuscito a mettersi in contatto, proprio perché in questo momento il quartiere ebraico di Roma per lui non sarebbe sicuro. Gli ebrei italiani ritengono che questo testo sia un oltraggio a tutte le persone che nella storia sono state vittime di quest’accusa; e che sia un clamoroso autogol nelle relazioni faticosamente costruite, dopo secoli di violenze, con il mondo cristiano e la Chiesa cattolica. C’era da aspettarsela, questa reazione? «Direi proprio di sì. Trasformare un’ ideologia antiebraica in una verità storica, scientificamente provata, è a dir poco dirompente. Naturalmente bisogna leggere il libro, cosa che non ho ancora avuto modo di fare nonostante ne sia molto curiosa; ma se si dimostrasse un’ operazione seria non ci dovrebbe essere alcun tabù» va avanti la professoressa «la libertà di ricerca va sempre tutelata e ribadita, come proprio alcuni giorni fa sostenevano molti storici a proposito della proposta di punire il negazionismo a livello legale; però dobbiamo scoprire se in questo caso questa libertà è sorretta e comprovata da prove e documenti. Lo studioso ha solamente questo tipo di responsabilità». Ma il sensazionalismo è, in ogni caso, un elemento negativo. Anche la copertina del libro non aiuta: «Anzi questo è un punto da mettere in luce» conclude la Caffiero «Mettere come immagine l’ebreo con il coltello in mano che si avvicina al bambino, bè, non è proprio irrilevante. Ed anche l’utilizzo del plurale nel titolo, non è privo di significato: vuol dire che questi presunti sacrifici umani si succedevano anno dopo anno, in occasione della Pasqua, tanto che nel sottotitolo vengono definiti rituali. Tutto ciò cambia la prospettiva radicalmente, perché sposta questi gesti, ponendo che siano realmente accaduti, sul piano della pratica concreta e ripetitiva dell’ebraismo, come necessità religiosa. Il che, non solo a detta dei rabbini, non è assolutamente vero».
Esprimere un giudizio prima di aver letto il libro, dunque, è difficile. Rimane però la sensazione simili argomenti vadano maneggiati con prudenza: è, questa, una storia che i giovani non conoscono, e che va veicolata con molta attenzione se si ha l’obiettivo di costruire il dialogo tra le diverse culture di una società sempre più plurale. “Ho infranto un tabù” ribadisce Ariel Toaff “perché per la prima volta ad occuparsi di questo argomento è uno storico ebreo, ed il mio cognome viene strumentalizzato”. Forse è vero che gli avi, in questo caso, pesano. Ma non solo in male: se non fosse stato un Toaff a scrivere Pasque di sangue, probabilmente, la prima reazione sarebbe stata quella di tacciarlo di antisemitismo. E non è detto che la casa editrice, senza la garanzia di tanto cognome, avrebbe corso questo rischio.

TEL AVIV, QUANDO LE CITTA’ ERANO BIANCHE

Da “L’Unità” 10 giugno 2007

Il sabato mattina di Tel Aviv è molto diverso da quello di Gerusalemme. Nella Città santa tutto sembra fermarsi il venerdì sera, quando la sirena segnala l’inizio dello Shabbat, il giorno di festa ebraico. Le sinagoghe aprono ed accolgono i fedeli, pronti a tornarvi anche il mattino successivo, all’insegna di una pia, per certi versi opprimente, operosità. A Tel Aviv, invece, il sabato mattina si respira un’ aria indolente, di una città che fa fatica a svegliarsi e dove imperversa la brezza marina. È in questo scorcio di settimana che, per conoscerla, bisogna farvi una passeggiata: quando si placa l’atmosfera elettrica della capitale commerciale d’Israele, e se ne può ammirare anche l’anima novecentesca, europea, socialista, che affiora dal mare intorno alla casa che fu di Ben Gurion.
Secondo A.B. Yehoshua, in effetti, Tel Aviv sarebbe nata dal mare, diversa da Gerusalemme che sorge dal deserto. E nella città si scorgono ancora le tracce lasciate dai primi fondatori alla fine del XIX secolo: i sionisti che provengono dall’Europa ambiscono a creare uno stato uguale agli altri, oltre la dimensione policentrica di tutta la storia ebraica; vogliono lasciarsi alle spalle i secoli di persecuzioni subite nell’Europa che non ha saputo accoglierli definitivamente, e forgiare un’ idea nuova di ebreo, pioniere e coltivatore. Il socialismo corrobora questo spirito, e si concretizza nelle comuni (kibbutzim) e nelle cooperative (moshavim), che di Tel Aviv rappresentano l’alter ego agricolo.
Solo nel 1909 comincia a prendere forma, accanto all’antica Yaffa, la città che vediamo oggi, e che collega tra loro i vari insediamenti ebraici sorti precedentemente; le prime costruzioni testimoniano il tentativo timido di questi coloni europei di instaurare un rapporto con un territorio a loro estraneo: edifici eclettici intrisi di uno stile coloniale britannico, tradizione locale, singolari richiami a presunti stili biblici. Ma è negli anni Trenta che, compiutamente, ci si rivolge alle energie più feconde nell’Europa dell’epoca: il modello che si vuole ricreare è quello della “città-giardino”, e per realizzarlo si incarica il noto urbanista sir Patrick Geddes, in grado di pensare un’ armonia di spazi verdi ed edifici a bassa densità, viali alberati e tranquille strade residenziali.
Tel Aviv diventa progressivamente un reticolato bianco che si estende da nord a sud lungo il corso del fiume Yarkon, grazie all’impegno e alla passione di giovani progettisti che spesso si sono formati presso i maggiori architetti dell’epoca: Walter Gropius e il Bauhaus, Le Corbusier, Eric Mendelsohn. Le costruzioni di questi anni, in parte ancora oggi in piedi, fanno perno sul bianco e sulla linea orizzontale, esaltando l’espressività delle curve, e celebrano, grazie agli aggetti e alle rientranze, la luce e l’ombra, cifre principale dell’architettura di Tel Aviv. Quando poi, dopo la Shoah, Israele accresce enormemente la sua popolazione con i sopravvissuti europei e con i profughi dei paesi arabi, il gioco di vuoti e pieni di Geddes verrà naturalmente intaccato, senza però che venga mai compromessa in maniera definitiva la struttura urbana portante.
Proprio a questa breve, ma decisiva, stagione della città è dedicata la mostra Tel Aviv – La città bianca, alla Casa dell’Architettura di Roma, promossa dal Dipartimento di Geografia umana della Sapienza di Roma e dalla stessa Casa dell’Architettura. L’esposizione, presentata per la prima volta in Italia e curata dalla professoressa Anna Maria Nassisi, racconta l’evoluzione della città tra il 1931 ed il 1948 attraverso documenti storici, mappe, disegni, fotografie, plastici, video e animazioni digitali, e ripropone fedelmente l’iniziativa originale promossa nel luglio 2004 dal Museo d’Arte di Tel Aviv per opera degli architetti Nitza Szmuk e Tal Eyal. Un evento messo allora in cantiere dopo che l’Unesco, nel 2003,  ha inserito il centro della “città bianca” tra i siti patrimonio dell’umanità (unico novecentesco insieme a Brasilia), proprio per la straordinaria fusione tra la modernità dell’architettura europea, le esigenze abitative e climatiche mediorientali e una specifica, irripetibile, esperienza storica.

TOBIA ZEVI

ISLAM E VIOLENZA, UN PREGIUDIZIO DA SMENTIRE

Da “L’Unità” 22 marzo 2007

Per sconfiggerlo, il pregiudizio, bisogna tentare di definirlo. Da questa necessità muove Islam e violenza (Laterza, pp. 184, euro 10), in cui Francesca Paci evidenzia subito il nodo centrale della questione: esiste una relazione tra la religione musulmana e la violenza che in suo nome viene perpetrata? Secondo Gianni Riotta, nell’introduzione, spesso si risponde a questo quesito con due “riflessi condizionati”. Quello per cui l’Islam sarebbe una fede intrinsecamente portata allo scontro, e quello che considera il terrorismo fondamentalista unicamente una “conseguenza del colonialismo ottocentesco”.
Negando queste due affermazioni opposte, l’autrice interroga i musulmani italiani, diversi per origine, cultura, classe sociale, professione. E analizza in maniera articolata il tema della violenza nell’Islam in vari ambiti: il rapporto con il terrorismo, le relazioni tra uomo e donna, il ragionamento su Israele e la dinamica noi-altri alla luce di un’ immigrazione sempre più vasta. Tutto ciò che oggi spaventa le nostre società si trova nel Corano? Le riflessioni su questo aspetto sono assai divergenti, tra chi ritiene il testo sacro pieno di riferimenti alla jihad, e chi invece pensa che nel Corano non vi sia alcuna particolare presenza della violenza.
Il problema però esiste, se persino Benedetto XVI detta uno “stop al dialogo con i musulmani senza un confronto preliminare sui diritti umani”; ed è anche terminologico: per jihad si intende la lotta del fedele contro l’infedele, oppure quel percorso di rafforzamento spirituale del musulmano verso la divinità? Ma il tema è un altro: se anche il Corano contenesse esplicite incitazioni alla violenza, non è scontato che queste appaiano minacciose a distanza di più di un millennio. La “mancanza di un clero che interpreti il messaggio divino, mediandone il rapporto con i fedeli” rende la contestualizzazione delle Scritture meno naturale; gli imam, troppo facilmente accostati ai preti, sono solamente guide alla preghiera che però, grazie ai diritti garantiti in Occidente, possono utilizzare il ruolo per indottrinare le nuove generazioni di immigrati. Che “non sono più in grado”, come spiega Fouad Allam, “d’interpretare il testo e si limitano e leggerlo”.
Anche la condizione della donna subisce grandi variazioni. Il hijab (velo) spesso non testimonia alcuna prevaricazione; al tempo stesso, però, la cronaca ci ha abituato a numerosi casi di segregazione e sopruso. Così come i rapporti familiari in genere, nella cornice dell’immigrazione, non sono semplici: accade che i genitori non riescano a spiegarsi la riscoperta religiosa da parte dei figli, che in casi estremi può condurre sulla via del terrorismo. La stessa frattura generazionale sarebbe un frutto dell’emigrazione, inconcepibile nelle società tendenzialmente statiche dei paesi d’origine. Ma in realtà, come nota Stefano Allievi in una ricerca patrocinata dalla Commissione europea, il prevalere della sharia e della umma (comunità dei fedeli) su tutto il resto si registra quando i musulmani non sono “messi in condizione di scegliere”, e l’unico modo per partecipare è riappropriarsi della religione ed esaltare la rete di fratellanza religiosa.
E che cosa vuol dire, esattamente, terrorismo, termine che ha 41 definizioni differenti? Ogni attacco contro civili, oppure – e qui sta il punto problematico! – solo quelli che non reagiscono ad una precedente aggressione? È chiaro che l’ambiguità (anche di alcune frange politiche), qui, riguarda innanzi tutto Israele: secondo Younis Tawfik “Gerusalemme è diventata l’icona dell’Islam sottomesso”; pronunciare la parola Israele è una bestemmia per molti giovani maghrebini anche se tanti, non pubblicamente, ritengono che gli israeliani abbiano diritto a vivere in pace. Una dinamica di rifiuto ma anche di attrazione per il progresso tecnico e la vita democratica assente nel mondo arabo, e che però aumenta la frustrazione rispetto alle condizioni della comunità musulmana. La Paci non lesina, per fortuna, rari lampi di speranza: Hamid ed Ester, musulmano ed ebrea, hanno aperto una rosticceria mediorientale nel centro di Torino. “Bisticciano per ore, in cucina”. Ma convivono, e questo è un grande risultato.

TOBIA ZEVI

NEL MANIFESTO GLI EBREI NON CI SONO

Da “Left” 13 marzo 2007
di Tobia Zevi

Ad Amos Luzzatto, già presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane e storico esponente della sinistra ebraica, quel passaggio appare decisamente infelice. Quando, nel Manifesto del futuro Partito Democratico, dopo una serie di accenni all’uguaglianza, alla libertà e alla pace, si dice testualmente: “(Questi valori) hanno le loro radici più profonde nel cristianesimo, nell’illuminismo e nel loro complesso e sofferto rapporto. Traggono alimento sia dal pensiero politico liberale, sia da quello socialista, sia da quello cattolico democratico”. È su queste due righe che si appunta l’attenzione degli ebrei italiani, in particolare di quelli che alla costruzione del Pd vorrebbero contribuire. E la discussione riecheggia, a distanza di un paio di anni, quella sul preambolo al Trattato di Costituzione europea, dal quale alla fine fu espunto ogni riferimento alle radici giudaico-cristiane. La questione non è però la mancata menzione dell’ebraismo: « Il punto sul quale bisogna insistere» spiega Luzzatto «non è la lettura dei Vangeli, quanto le forme storiche con le quali il cristianesimo si è manifestato in Europa. Aver messo le radici cristiane – va avanti il professore – è una concessione alle componenti cattoliche che faranno parte del futuro Pd. Esistono delle concezioni che sono conciliabili sul piano della visione programmatica e politica, ma che non hanno nulla a che fare come visione del mondo. Possiamo fare anche 14 partiti comuni, ma facciamoli ragionare di politica e non di filosofia, perché mettere nella stessa riga cristianesimo ed illuminismo è come voler apparentare cani e gatti!».
Accomunare le due tradizioni pare ardito anche a Fernando Liuzzi, funzionario FIOM ed esponente del gruppo “Martin Buber – ebrei per la pace”, che di recente ha votato la mozione Fassino nel congresso della sua sezione. «Se si è detto che il Pd dovrà essere un partito programmatico più che identitario» ragiona «credo si debba essere molto cauti nei riferimenti culturali. Trattandosi di definire il profilo di un partito politico, capisco i cenni a filoni moderni quali quello liberale, socialista e cattolico democratico. Capisco meno quelli filosofici o addirittura religiosi. Qui si entra infatti in un campo in cui ognuno può avere idee diverse, pur condividendo lo stesso programma politico. Io, per esempio, penso che siano evidenti i nessi tra i concetti di libertà, uguaglianza, solidarietà e pace con le idee elaborate nell’Età dei Lumi; ritengo invece che, come accade in tutte le grandi religioni, nei suoi 2000 anni in nome del cristianesimo è stato detto e fatto tutto e il contrario di tutto. In particolare, la Chiesa ha opposto una resistenza strenua alla nascita del mondo moderno, dalla Riforma fino alla caduta di Porta Pia». Citerebbe l’ebraismo tra le matrici fondamentali del nuovo partito? «Più che aggiungere riferimenti all’ebraismo o ad altre grandi religioni, toglierei quello al cristianesimo» risponde convinto Liuzzi.
«La storia del cristianesimo in Europa è quantomeno contraddittoria, con alcuni momenti nefasti» fa eco Giorgio Gomel, economista ed anima del “Gruppo Martin Buber”: «Tra l’altro queste radici sono un falso storico, nel senso che quelle europee non possono essere solo cristiane o giudaico-cristiane. Due sono comunque i motivi di apprensione. Il primo riprende il dibattito sulla Costituzione europea: allora ci opponemmo come minoranza ebraica e come laici perché sembrava importante che il preambolo puntasse alle idealità che dovranno muovere gli europei, piuttosto che guardare alle radici lontane» ricorda; «Il secondo aspetto preoccupante è l’ingerenza montante della Chiesa e della CEI su temi di etica pubblica. In questo contesto comprendo che nel Pd confluiranno esperienze del cattolicesimo democratico, ma non mi pare il caso di ricondurre l’insieme dei valori del Manifesto al cristianesimo e all’illuminismo. Sarebbe bastata la frase precedente che richiama la Costituzione repubblicana». Se nella stesura finale il testo rimanesse immutato, per lei sarebbe un problema? «Sì, perché vedo anche in alcuni cattolici democratici una deriva di tipo clericalistico nei confronti dell’intreccio tra religione e politica che si va configurando. Forse si potrebbe pensare ad una soluzione di compromesso come “eredità della ragione dell’illuminismo” e delle “tradizioni religiose che hanno convissuto, talora in conflitto, in Europa”».
Victor Magiar, responsabile relazioni internazionali dell’ANCI e consigliere dell’Unione delle Comunità, ci racconta di “sognare” il Pd dal 1996. «Ma non mi piace come si sta costruendo: questa gaffe sulle radici la dice lunga sul fatto che non c’è alcuno slancio in avanti ma che tutto avviene con lo sguardo rivolto all’indietro». Continua Magiar: «Si è persa un occasione per smettere di strumentalizzare politica e religione. In questo paese le due dimensioni si strumentalizzano a vicenda. Si sarebbe potuto affermare che i valori religiosi, etici, culturali che ognuno di noi ha restano nella dimensione individuale. La politica non è sbandierare credenze religiose, ma trovare punti di convergenza programmatica. Nel Pd possono esserci credenti di ogni confessione, così come atei e non credenti. In più quella frase è un po’ una forzatura, perché i valori di libertà e giustizia appartengono all’umanità da qualche millennio prima del cristianesimo».
«Per me il riferimento al cristianesimo può anche starci» afferma invece Emanuele Fiano, deputato dell’Ulivo ed ex presidente della Comunità ebraica di Milano «se uno pensa che i diritti di cittadinanza perpetuino una tradizione illuminista e un altro ritiene che abbiano una matrice religiosa, tutto ciò riguarda la sua formazione. Ma credo che il cristianesimo abbia sia un’ eredità positiva sia un’ eredità negativa». Se dovesse scriverlo lei, questo Manifesto? «Io sono profondamente ebreo e non sentirei l’esigenza di esplicitare l’origine delle mia cultura; ma siccome ritengo che la sfida del Pd sia quella di incontrarsi, penso che si possa tranquillamente menzionare la tradizione cattolica nel momento in cui alcuni amici della Margherita avvertono questa necessità. Ma allora bisogna allargare il campo, e certamente estendere la riflessione anche al retaggio ebraico della nostra cultura. Il punto però è che si può essere uomini di fede, anche profondamente osservanti, ma bisogna lottare perché lo stato sia laico e la politica altrettanto». E si può essere ottimisti da questo punto di vista? «In questo senso sono moderatamente ottimista sul futuro del Pd – spiega ancora Fiano – e mi ha molto rincuorato il documento firmato dai 60 colleghi della Margherita: si sono dichiarati assolutamente sensibili alle parole della Chiesa, ma hanno ribadito che a noi spetta scegliere il meglio per il nostro paese nell’attuale situazione politica. La stessa cosa avviene, per esempio, in Israele, dove i rabbini partecipano alla politica, ma le decisioni che vengono prese non coincidono con il loro pensiero». Nel caso in cui il Manifesto rimanesse tale, lei farebbe comunque parte del Pd? «Non credo che rimarrà così…»

TOBIA ZEVI

 

PENSIONI: NOI GIOVANI VOGLIAMO ESSERE ASCOLTATI

Da “la Repubblica” 7 luglio 2007

Caro Direttore, di “giovani”, in queste settimane, si fa un gran parlare. Non sempre alle molte considerazioni corrisponde un interesse sincero, e ancora più raramente i ripetuti discorsi poggiano su una conoscenza profonda della realtà giovanile. Una realtà per sua stessa natura complessa, multiforme, variegata ed in continua trasformazione. In cui convivono culture, tradizioni, esperienze e situazioni di vita tra loro differenti, molto spesso addirittura inconciliabili. Ma allora perché i giovani sentono il bisogno di far sentire la loro voce come “generazione”, come gruppo, anziché fare ognuno riferimento al proprio sistema di valori o alla propria cultura?
Semplicemente perché in questo paese, purtroppo, essere giovani può essere un ostacolo. Concreto, sia chiaro: nell’accedere alle professioni, per fare carriera accademica, per essere eletti nelle assemblee elettive o negli organismi di partito. Ma anche, dato che ci sembra ancora più significativo, perché spesso non ci è dato di partecipare al dibattito su temi che investono direttamente le nostre vite oggi e nel futuro. Un caso emblematico, in questo senso, è quello delle pensioni. È una delle questioni del momento, e non ci sfugge quanto il tema sia delicato per tutta la società. Alcuni mesi fa il ministro Tommaso Padoa Schioppa ci invitò quali rappresentanti del mondo giovanile ad una discussione proprio su questa tematica. Di quell’invito, rilevante ed assolutamente innovativo, lo ringraziamo ancora. Ma oggi, crediamo, è necessario fare un passo avanti: è fondamentale che i giovani, ed il Forum nazionale dei giovani in particolare, siedano al tavolo allargato sulla previdenza che il ministro ha convocato e che vede la presenza di molti soggetti differenti.
In quel contesto i giovani non possono mancare. Perché è impensabile che a discutere delle pensioni che percepiremo ci siano tutti tranne noi. E perché, inoltre, questo gesto sarebbe un segnale di interesse nei confronti di una generazione che, pur lavorando ed impegnandosi, non riesce a guadagnarsi la meritata attenzione dei padri.
Ma non solamente per questa ragione, secondo noi, la nostra presenza sarebbe auspicabile: ci sono altre istanze ineludibili che, in sede politica, dobbiamo avere la capacità di affrontare, distinguendole ma anche inserendole in un quadro generale. Come si intende mettere mano ad una riforma del sistema contributivo che consenta ai lavoratori di oggi – precari o flessibili che siano – di avere una continuità nei versamenti previdenziali in modo da avere in futuro una pensione decente (i contributi figurativi)? C’è davvero l’intenzione di risolvere, una volta per tutte, la questione del riscatto degli anni di formazione in chiave pensionistica, individuando soluzioni che siano soddisfacenti per chi decide di continuare gli studi, ma anche sostenibili sul piano generale? E si vuole infine, al di là degli sforzi già compiuti, incentivare il passaggio dai fondi INPS ai vari fondi pensione in vista della scadenza del 30 giugno?
Sono domande a cui, come generazione, vorremmo contribuire a dare una risposta, perché riteniamo che questa sulle pensioni possa essere certamente un’ importante occasione di riflessione sui mali che affliggono le persone tra i 20 e i 40 anni, ma anche un proficuo momento di confronto sulle difficoltà del nostro paese e della nostra società. Vogliamo prenderci delle responsabilità, non chiedere dei favori né agire come una, strampalata, “lobby”. Vogliamo solo, in definitiva, essere interpellati.  

CRISTIAN CARRARA e TOBIA ZEVI* Portavoce e responsabile Welfare Forum nazionale dei Giovani

E IL NOSTRO RIDERE FA BENE AL COMUNISMO

Da “L’Unità” 22 aprile 2007

Divertente. Ma anche terribilmente serio, com’è spesso l’ironia. Il nuovo libro di Moni Ovadia Lavoratori di tutto il mondo, ridete (Einaudi, pp. 275, euro 15,50) è un’ operazione coraggiosa e complessa: raccontare il comunismo russo attraverso le storielle, quelle provenienti dalla tradizione ebraica del Witz, e quelle satiriche di epoca sovietica. Divise in capitoli che ripercorrono i 70 anni del bolscevismo attraverso i personaggi e gli snodi più significativi, le barzellette sono precedute da brevi introduzioni, e seguite, in appendice al volume, da un’ esposizione della vicenda storica che va dalla Rivoluzione d’ottobre fino al crollo dell’URSS decretato da Eltsin. Il testo ha in realtà un’ ambizione assai profonda: favorire un ragionamento sull’esperienza comunista ex-post, che rifiuti le semplici banalizzazioni come anche le strumentalizzazioni ad uso politico; e si inserisce, peraltro, in quella tendenza recente che consiste nel fare storia utilizzando tecniche di racconto non convenzionali, come ad esempio il fumetto (basti pensare ad Art Spiegelmann per quanto riguarda il nazismo), in grado di raggiungere pubblici più vasti con semplicità ed efficacia.
A quale scopo interrogarsi oggi su cosa è stato il comunismo in Russia? L’autore risponde molto chiaramente, già nella dedica “Ai comunisti”: «Le ragioni dell’“impegno fraterno e generoso” non sono crollate con l’ammainabandiera del vessillo rosso che sventolava sul Cremlino». Chi oggi abbia a cuore, continua Ovadia, concetti come solidarietà, uguaglianza e fratellanza non può rigettare l’ideale comunista in toto, poiché senza quest’ultimo “libertà” e “democrazia” sarebbero due termini “truffaldini”. Senza peraltro nascondersi gli esiti nefasti in cui quell’“ideale” si è manifestato, come esso si sia trasformato in “ideologia” e poi in retorica, apparato e violenza. D’altra parte l’autore critica senza reticenze il sistema risultato vincitore dalla Guerra fredda, il capitalismo trionfante che, autoproclamandosi innocente, avrebbe invece sulla coscienza ancora più morti del comunismo; e che non è esente, inoltre, da notevoli responsabilità nell’evoluzione immediata del comunismo post-rivoluzionario, in virtù  degli interventi delle potenze occidentali nella guerra civile tra bianchi e rossi. Al di là delle considerazioni storico-politiche, le parole di Ovadia sono certamente uno sprone per chiunque voglia impegnarsi nell’era post-ideologica, uno stimolo per ricercare nella quotidianità dell’agone politico la forza di un ideale, pur senza pretendere di inquadrarlo in una dottrina ed in un movimento politico organizzato.
Se si osserva la parabola seguita dai partiti comunisti europei dopo il crollo dell’URSS, ci si rende conto che essi hanno potuto scegliere tra tre opzioni: alcuni sono semplicemente scomparsi; altri hanno deciso di proseguire nell’ortodossia, condannandosi così ad un’ inesorabile affievolimento; altri infine hanno provato a riformarsi dall’interno, talvolta riuscendo per la prima volta a diventare forza di governo. La terza strada è certamente la più complicata. Non soltanto nei casi in cui ci si è dati ad una rincorsa della socialdemocrazia, ma anche quando si è stravolta la tradizione comunista senza mutarne la denominazione, facendo propri, per esempio, il rifiuto della violenza e i movimenti. Anche a questi tentativi politici guarda, più o meno direttamente, l’autore, che con l’humour prova a salvare ciò che di buono nel comunismo c’era, o avrebbe potuto esserci, distinguendolo dal fallimento che ha conosciuto nel socialismo reale.
Ma anche lo strumento scelto, la storiella, non è privo di significato. Moni Ovadia recupera questo genere sia dalla tradizione umoristica ebraica sia da quella che, per rivoli molteplici, fa riferimento dall’ermeneutica talmudica. Nell’ebraismo, spiega l’autore, la dimensione orale dell’interpretazione è ciò che permette di temperare la durezza della legge scritta; l’evoluzione dell’esegesi costituisce una “siepe” in grado di conciliare l’utopia con la limitatezza di qualunque esperienza umana. Ma la barzelletta ebraica, fusa con le battute sviluppatesi in epoca sovietica, è anche uno straordinario inno alla satira, quella alta: «Lo scopo del vero umorismo non è quello di dissacrare a buon mercato portando in piazza i panni sporchi. Il senso sta nel riconsegnare anche i migliori alla sfera della precaria natura umana (…) per impedire che le virtù prendano la forma del bulino o dello scalpello, che trasformano gli uomini in idoli». Evitare di prendersi troppo sul serio, autodenunciando i propri scheletri e le proprie meschinità, è il miglior vaccino contro l’autoritarismo, la rigidità mentale, l’idolatria del potere e la brutalità.
E dunque: l’uomo deve essere cosciente che nulla di ciò che fa può essere assoluto, e al tempo stesso non dovrebbe rinunciare ad un principio utopico ed ad una prassi rivoluzionaria. Adagiarsi sullo status quo significherebbe, secondo l’autore, accettare e rendersi complici delle ingiustizie del nostro tempo, pur consapevoli degli eccessi e della deriva totalitaria che le rivoluzioni possono portare con sé. È probabile che l’ebreo Moni Ovadia sarebbe stato fucilato se fosse rimasto in Bulgaria, invece di essere trapiantato in Italia. Non avrebbe digerito – ipotizza l’autore – la pomposa retorica della propaganda comunista, e avrebbe cercato di opporsi dall’interno in chiave democratica. Ma non avrebbe forse accantonato del tutto quel “paradigma rivoluzionario dell’Esodo” di cui parla Michael Walzer, che fa della scrittura biblica (e di quella evangelica), anche un grande testo della rivoluzione.
Le molte storielle affrontano vari aspetti della Russia sovietica. In primo luogo il proverbiale antisemitismo: un russo, un ucraino ed un ebreo discutono su cosa sia la felicità. L’ebreo, dopo che gli altri due hanno parlato di donne e vodka, afferma con sicurezza: «Felicità è quando due agenti del KGB bussano alla tua porta alle 3 di notte e chiedono “Ivanov abita qui?”; e tu, pazzo di felicità, rispondi “No, al piano di sopra”».  Ma si concentrano anche sul terrore della polizia segreta e la schizofrenica contraddizione tra la squallida realtà del socialismo reale e la pretesa amenità del paradiso comunista: quando il conferenziere del comitato di partito promette in un assemblea che in 5 anni ogni famiglia russa avrà una casa, in 10 un’ automobile e in 15 addirittura un aeroplano, una mano nella sala, timidamente, si alza: «Ma che se ne fa una famiglia di un aeroplano, compagno?». «Ma come fai a non capire, compagno?» risponde il membro del partito «mettiamo che in città non si trovano le patate da nessuna parte, non c’è problema: si prende l’aereo e si vola a Mosca per comprarle».
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                                                TOBIA ZEVI  

GLI IMBA-RAZZISMI DEL DOTTOR KOSSI

Da “Left” aprile 2007

«Quando presi il treno da Parigi a Bologna, nel 1974, dell’Italia sapevo che dovevo stare attento altrimenti mi avrebbero derubato. Terrorizzato, non accettai il salame che mi veniva offerto da un signore molto gentile per paura di essere narcotizzato». È all’insegna del pregiudizio che sboccia però una fortunata storia di immigrazione, quella di Kossi Komla-Ebri, medico togolese da 33 anni in Italia. «A Parigi avevo fatto la maturità e, dopo la scuola, mi ero messo a fare lo scaricatore di camion. Finché un giorno – racconta – per caso in metropolitana incontrai il vescovo del Togo, che mi parlò di una borsa di studio per il Collegio internazionale di Giacomo Lercaro, a Bologna. Il motto era “Dividere il pane terrestre come si divide il pane celeste”, ed in effetti tra quelle mura conobbi studenti poveri e meritevoli di ogni parte del mondo». Quando ricorda gli anni bolognesi i suoi occhi si illuminano: sembra rimpiangere le pietanze gustose, le chiacchierate in piazza, gli inviti nelle case e la curiosità riservatagli come africano, assai diversa dalla diffidenza tributata ai giovani che vengono dalla Grecia dei colonnelli. «Sentimmo – ricorda – la svolta del ’77: nell’università si respirava la violenza». Kossi si laurea e ottiene una borsa di studio del Fatebenefratelli per specializzarsi a Milano; già sposato (con un’ italiana, oggi hanno due figli “italianissimi”), poi, si trasferisce per due anni in Togo: «Furono i due anni più ricchi dal punto di vista professionale, perché mi sentivo veramente utile. Rispetto all’ospedale pubblico – ridacchia – noi facevamo pagare dopo le cure, e spesso mi è capitato di scrivere in cartella che il paziente era scappato prima di essere dimesso. Talvolta portandosi dietro anche le lenzuola!». All’inizio degli anni Novanta la sua situazione si stabilizza, con l’acquisizione della cittadinanza italiana ed il posto di ruolo nell’ospedale di Erba. Ma contemporaneamente l’immigrazione inizia a diventare un problema, spesso drammatico: «I giovani africani non riuscivano a trovare la casa ed il lavoro. Le difficoltà burocratiche che l’immigrato incontrava e la “sindrome da invasione” della gente ci indussero a costituire un’ associazione che fungesse da tramite tra lo straniero, le istituzioni e la società in generale». E così, quasi per caso, Kossi scopre il suo talento di scrittore. Raccontare significa aprire una finestra su una cultura orale completamente sconosciuta in Italia ma con una forte dignità; il breve passato coloniale, spesso rimosso dalla retorica dell’”italiani brava gente”, rende infatti il nostro paese più provinciale di Francia o Inghilterra. «Ancora oggi l’idea dello straniero che lavora fatica ad affermarsi. L’immigrazione viene trattata in modo buonista dalla sinistra e xenofobo dalla destra, e anche i media hanno grandi responsabilità. In Italia poi, spesso, il razzismo è legato alla posizione che occupi, si tinge di classismo. Quello che manca oggi sono veri spazi d’incontro, perché non ci può essere integrazione se ci si parla solo sul posto di lavoro». Anche per questo nascono gli “Imba-razzismi”, un piccolo successo editoriale che, col sorriso, descrive il razzismo quotidiano e inconsapevole: «Per esempio quando la vecchietta stringe a sé la borsetta sull’autobus, o quando salgo nello scompartimento e i posti si riempiono miracolosamente. Ma anche quando un amico, Mustafà, mi dice che in cantiere lo chiamano Stefano “perché Mustafà è difficile da memorizzare”. O quando, restituendo il carrello del supermercato per riprendere la monetina, un signore con fare gentile ed ammiccante ti si avvicina e ti dà anche il suo da rimettere a posto».

                                                TOBIA ZEVI

Il dialogo tra le culture e le religioni

Il dialogo tra le culture e le religioni è una delle grandi sfide del nostro tempo: a livello globale, in un’ epoca di conflitti e scontri, e nel nostro paese, con le nuove sfide proposteci quotidianamente da un’ immigrazione in continua crescita. Ma è un fenomeno che pervade tutta la storia, quello dell’incontro, fecondo o problematico, tra diversi popoli e tradizioni: a periodi di convivenza felice si alternano momenti di diffidenza reciproca e scontro. E la ragione principale delle tensioni tra le religioni, quando queste non servono ad ammantare interessi di natura economica, è la mancata conoscenza dell’altro, che genera insicurezza e paura.
Per questo, noi giovani delle tre fedi abramitiche, da anni ci siamo cimentati in un percorso di conoscenza e dialogo; abbiamo ritenuto di dover partire dalle cose che potevano unirci rispetto a quelle che legittimamente potevano allontanarci, non per ipocrisia ma perché non si può che procedere con gradualità. Abbiamo iniziato nel marzo 2004, con un weekend interreligioso alle porte di Roma: la condivisione dello stesso spazio tra ebrei, cristiani e musulmani, nei giorni sacri per le tre religioni. L’imbarazzo iniziale tra noi ebrei e i nostri coetanei musulmani: gli sguardi preoccupati, gli occhi che vagavano in cerca di conferme. In quell’occasione fu determinante la presenza-mediazione dei ragazzi cristiani, che agirono da potente cerniera nel cruciale momento di “rompere il ghiaccio”. Un piccolo esempio delle reti che possono essere stese tra le diverse componenti religiose, che possono assumere geometrie variabili a seconda dei temi su cui ci si confronta.
Lo scorso 10 ottobre 2006 il Benè Berith Giovani, in collaborazione con la Comunità ebraica di Roma, ha riunito le tre grandi religioni monoteiste sotto un unico tetto fatto di palme. Nella sinagoga di via Balbo, la festa delle Capanne (Sukkoth) è stata un’ occasione di confronto e dialogo. Sotto le stelle è stata un lampo “di pace in un momento in cui il mondo è tormentato dalla violenza”, come ha voluto sottolineare il Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. Erano presenti i rappresentanti del mondo giovanile ebraico, cristiano e musulmano. Ma con loro anche tanti altri ragazzi che, senza alcun ruolo ufficiale, si sono stretti attorno allo stesso tavolo, e hanno discusso dei loro problemi e delle loro consuetudini. A volte si partiva dalle regole alimentari e dalle feste che cadono in differenti periodi dell’anno ma che spesso riconducono a significati simili; altre volte, invece, come succede in qualunque tavolata tra amici, si finiva per parlare di calcio. E miscelando il futile con gli argomenti più tipici di questi incontri, si componeva la giusta formula che conduce alla conoscenza dell’altro. Al tavolo “dei più maturi”, l’ambasciatore Mario Scialoja, già presidente della Lega musulmana in Italia, scherzava con il rabbino Rav Roberto Della Rocca e il portavoce della Comunità ebraica Riccardo Pacifici. A fine pasto i ragazzi di religione ebraica assieme al rabbino hanno intonato la Birkat ha mazon – la benedizione che si effettua dopo aver mangiato. Gli altri, i cristiani, i musulmani e i valdesi, si erano invece rivolti a D. prima del pasto. In un angolo Jean Leonard Touadì, assessore alle Politiche giovanili del Comune di Roma, osservava compiaciuto. Aveva voluto e sostenuto in prima persona la realizzazione di una festa interculturale sotto la Sukkà: “Se se riesce a coinvolgere i giovani, a farli incontrare fisicamente nella consapevolezza della loro identità ma anche delle loro diversità, allora questo può divenire un fattore rivoluzionario. Può divenire un motivo di cambiamento”.
Ma bisogna sottolineare il carattere interculturale della serata. La modalità che come Unione dei giovani ebrei d’Italia ci siamo imposti nel corso di questi anni, nel viaggio assieme ai Giovani Musulmani, ai giovani delle ACLI, dell’Azione cattolica o della FUCI: abbiamo scelto di non occuparci esclusivamente di dialogo interreligioso ma anche di interculturalità, tenendo presente la differenza sottile che esiste tra questi due aspetti collegati. Lungo questo nostro percorso, ci siamo scontrati e ritrovati su tematiche civili; abbiamo discusso di cittadinanza, di immigrazione, di libertà religiosa, di integrazione e di diritti. E lo abbiamo fatto nel quadro di un ragionamento sulla società e nella società. E questa è, secondo noi, la prospettiva che si pone oggi alle comunità religiose nel momento in cui si sviluppa una riflessione sul loro ruolo: cercare di dare un contributo concreto su questioni specifiche, accogliendo e inseguendo l’interazione con altri credenti e con i non credenti, senza considerarsi nessuno possessore della verità rivelata. Salvaguardando in questo modo anche un imprescindibile principio di laicità: proprio il fatto di non operare in un contesto dottrinario consente infatti di non considerarsi portatori di una verità assoluta.
                        

Tobia Zevi – Presidente Unione giovani ebrei d’Italia
                        Fabio Perugia – Coordinaore Benè Berith Giovani – sezione Stefano Gaj Tache

IL RITORNO DI GIAMPIERO CERIANI

Da “L’Unità” 7 maggio 2007

Giampiero Ceriani è il quasi-personaggio del Novecento letterario italiano. Così Alfonso Berardinelli, nella sua prefazione, descrive il protagonista di Un giovedì, dopo le cinque, il libro con cui Antonio Debenedetti ha vinto il premio Cesare Pavese ed è stato finalista allo Strega, oggi nuovamente in libreria con una seconda edizione (Rizzoli Bur, pp. 200, euro 8,60, nota bio-bibliografica di Paolo Di Paolo). La vita di questa personalità grigia si snoda attraverso i momenti salienti del Novecento italiano, interagendovi in modo dimesso e colpevole: la Torino di inizio secolo, la Roma fascista (con le delazioni alla polizia politica), il dopoguerra italiano fino agli anni del terrorismo. Ceriani è condizionato da una sessualità perversa, che lo porta ad approfittare dell’omosessualità del suo unico amico per sedurne la moglie, e poi ad ucciderlo per una perenne, inespressa, invidia di classe. L’intera vicenda si modella tramite una confessione non priva di accenti ironici, poiché il protagonista non è “degno” di essere raccontato: è l’autodenuncia del “fascismo passivo, del risentimento accidioso, della colpa che nessuno può provare e punire” (Berardinelli). Questo personaggio esprime con forza e profondità tragica la malattia del secolo: non esclusivamente politica – spiega ancora Berardinelli – ma quel misto di “eccitazione carnale e indifferenza a tutto, di mediocrità e di febbrile fantasticare”, che ha avuto un ruolo così importante nella nostra letteratura e nelle vite di tanti uomini e donne del secolo scorso.
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UN ROMANZO DELLA MENTE CHIAMATO VIAGGIO

Da “l’Unità” 6 agosto 2007
di Tobia Zevi

Siamo abituati a pensare il “viaggio” come un movimento sulla linea dello spazio. Ed è, ovviamente, così. Ma viaggiare è anche fermarsi un attimo a guardare per cogliere un’ altra sfumatura, per capire meglio; stabilendo con il tempo, che viene rallentato e assaporato, un legame diverso da quello della quotidianità. E proprio questo ritmo differente distingue il viaggiatore dal turista, che invece accumula convulsamente chilometri e luoghi.
Sulle caratteristiche specifiche dell’ “esperienza-viaggio”, già scandagliata in mille maniere (basti pensare, per esempio, alle pagine di Thomas Mann nella Montagna incantata o alla miriade di testi sulla figura di Ulisse), Paolo di Paolo ha interrogato 19 scrittori italiani, raggiunti nei vari luoghi dove abitano o che hanno influenzato le loro esistenze. Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi (Laterza, pp. 208, euro 14) racconta le conversazioni tra il giovane scrittore e Camilleri, Campo, Culicchia, Debenedetti, Capriolo, Marcoaldi, Petrignani, Petri, Fusini, Affinati, Mazzuco, Riccarelli, Gamberale, Trevi, Maraini, Anedda, Covito, La Capria e Tabucchi. Si va da Milano a Roma, passando per Parigi; da Lisbona a Castellamare di Stabia passando per Orbetello o Pescasseroli o Genova.
«L’unico vero viaggio non sta scritto nelle guide o nelle cronache dei giornali. Sta scritto nelle vite delle persone» sostiene Ugo Riccarelli, analizzando il rapporto con la scrittura. Ma cosa conta di più, la stazione di partenza o quella di arrivo? Per alcuni ci si rende conto di ciò che si è vissuto soltanto al momento di rientrare, quando riconosciamo l’importanza del porto da cui siamo salpati nell’essere come siamo. Spiega Raffaele La Capria: «Tu parti da un luogo, piccolo o grande che sia, non importa, e questo luogo segretamente definisce i contorni della tua personalità. Il vero viaggio comincia se compi lo sforzo di interpretare i segni del destino che quel luogo ha impresso in te». Una dinamica di allontanamento e ritorno continua, che si arricchisce ad ogni nuova partenza.
Come recita il sottotitolo, uno degli aspetti più affascinanti di qualunque inchiesta letteraria sul viaggio, è la relazione di quest’ultimo con la lettura. Nella sua introduzione Pietro Citati descrive un primo tipo di viaggiatore, quello «nascosto in una stanza (…): il maniaco della quiete, che prova un sussulto di raccapriccio appena qualcuno sposta un quadro sulle sue pareti, un mobile nella sua casa». Questo lettore estrae la sua esperienza dalla pagina scritta, non percepisce direttamente i colori e gli odori del mondo, ma «appena i suoi sguardi si rispecchiano nella pupilla di un altro, appena contempla ciò che altri hanno visto e scritto nei libri, gli sembra di acquistare una penetrazione meravigliosa». Ma, di nuovo, per provare questa sensazione bisogna ritagliarsi il tempo necessario. Nel primo dei saggi raccolti in Nessuna passione spenta, George Steiner descrive il quadro Le philosophe lisant: l’atto della lettura viene scomposto dal filologo americano in tutti i rituali e i gesti che in passato ne scolpivano la gravità. L’abbigliamento con cui ci si avvicinava alla scrivania e i materiali delicati del volume producevano una solennità oggi irreversibilmente perduta, e che pure è fondamentale per “viaggiare” con la nostra mente.
Si parte, e si continua a partire, dunque, essenzialmente per conoscere. Leggendo un libro o guardando fuori dal finestrino cerchiamo di capire qualcosa in più del mondo che ci circonda e di noi stessi. Ma quello che conta, per dirla con Antonio Tabucchi, è che «non è vero che il mondo è piccolo. Non è neppure vero che è un “villaggio globale”, come pretendono i mass media. Il mondo è grande e diverso. Per questo è bello: perché è grande e diverso, ed è impossibile conoscerlo tutto».

                                                
   

I GIOVANI SI ESPRIMONO SULLA RIFORMA DELLE PENSIONI

Cristian Carrara e Tobia Zevi– Portavoce e Responsabile Welfare Forum nazionale dei giovani    
Da  “lavoce.info” luglio 2007    

“A qualche giorno dalla chiusura della trattativa sulle pensioni, crediamo sia importante che anche i giovani dicano qualcosa su questo tema fondamentale. Dal nostro punto di vista, anche alla luce dei nostri interventi delle scorse settimane (terminati con l’invito a Palazzo Chigi per discutere sulla previdenza), va dato atto al Governo di aver assunto all’interno del riordino del sistema previdenziale alcune misure a tutela delle nuove generazioni: il graduale innalzamento dell’età pensionabile; l’inserimento dei contributi figurativi per permettere la continuità dei versamenti in un mercato del lavoro flessibile; la totalizzazione dei versamenti pensionistici grazie all’equiparazione dei vari enti previdenziali; una prima politica di ammortizzatori sociali legati alle attuali condizioni del lavoro; un’ agevolazione per permettere il riscatto degli anni di formazione.
Rimangono invece, sempre con una prospettiva generazionale, alcune perplessità su cui vorremmo avere maggiori lumi: è giusto che una parte consistente del costo per l’abbattimento dello scalone ricada sulle spalle dei lavoratori parasubordinati, ovvero di quelle categorie di persone, spesso giovani, non in possesso di un contratto a lunga scadenza e dunque già assai meno tutelate dei lavoratori fissi? E più in generale ancora, ammettendo che i risparmi previsti dall’accorpamento degli enti previdenziali vengano confermati (circa 3,5 miliardi di euro), è giusto stabilire il principio per cui, dal momento che non si vuole innalzare l’età pensionabile in modo brusco, si aumentano i contributi dei lavoratori più giovani?
Proprio per rispondere a questi interrogativi, oggi più di ieri, riteniamo che sia fondamentale che il Forum nazionale dei Giovani sieda al tavolo sulla previdenza, e che si stabiliscano forme di interlocuzione strutturata tra Governo, parti sociali e rappresentanze del mondo giovanile”.
 
Caro Direttore,        

a qualche giorno dalla chiusura della trattativa sulle pensioni, crediamo sia importante che anche i giovani dicano qualcosa su questo tema fondamentale. Dal nostro punto di vista, anche alla luce dei nostri interventi delle scorse settimane (terminati con l’invito a Palazzo Chigi per discutere sulla previdenza), va dato atto al Governo di aver assunto all’interno del riordino del sistema previdenziale alcune misure a tutela delle nuove generazioni: il graduale innalzamento dell’età pensionabile; l’inserimento dei contributi figurativi per permettere la continuità dei versamenti in un mercato del lavoro flessibile; la totalizzazione dei versamenti pensionistici grazie all’equiparazione dei vari enti previdenziali; una prima politica di ammortizzatori sociali legati alle attuali condizioni del lavoro; un’ agevolazione per permettere il riscatto degli anni di formazione.
Rimangono invece, sempre con una prospettiva generazionale, alcune perplessità su cui vorremmo avere maggiori lumi: è giusto che una parte consistente del costo per l’abbattimento dello scalone ricada sulle spalle dei lavoratori parasubordinati, ovvero di quelle categorie di persone, spesso giovani, non in possesso di un contratto a lunga scadenza e dunque già assai meno tutelate dei lavoratori fissi? E più in generale ancora, ammettendo che i risparmi previsti dall’accorpamento degli enti previdenziali vengano confermati (circa 3,5 miliardi di euro), è giusto stabilire il principio per cui, dal momento che non si vuole innalzare l’età pensionabile in modo brusco, si aumentano i contributi dei lavoratori più giovani?
Proprio per rispondere a questi interrogativi, oggi più di ieri, riteniamo che sia fondamentale che il Forum nazionale dei Giovani sieda al tavolo sulla previdenza, e che si stabiliscano forme di interlocuzione strutturata tra Governo, parti sociali e rappresentanze del mondo giovanile.

                                          CRISTIAN CARRARA e TOBIA ZEVI*
                            Portavoce e responsabile Welfare Forum nazionale dei Giovani

IL CRITICO CHE DIALOGO’ COL NOSTRO NOVECENTO

Da “L’Unità” 22 gennaio 2007

Incontriamo Alfonso Berardinelli, critico e saggista, tra i relatori del convegno dedicato a Giacomo Debenedetti nel quarantesimo anniversario della morte. Del grande critico ha curato l’edizione dei “Saggi” per i Meridiani, ed è autore, tra l’altro, del volume “La forma del saggio” per Marsilio. Qual è, secondo lei, l’eredità più importante di Giacomo Debenedetti? L’eredità di un critico come lui è sempre un problema. Anzitutto chi lo ama deve evitare di imitarlo, cosa peraltro impossibile. Ma non si tratta solo della sua straordinaria originalità e del suo stile inarrivabile. Dalla prima alla seconda metà del Novecento sono stati notevoli anche i mutamenti di situazione della critica. Oggi la letteratura occupa forse un posto meno importante e centrale nella cultura. Dominano, mi sembra, i filosofi, che brillano per intemperanza nel parlare di tutto sempre con categorie universali. L’eredità maggiore di Debenedetti, credo, è il suo senso della concretezza, del limite, della circostanzialità biografica e storica degli eventi culturali.
Il convegno ha luogo nella facoltà di Lettere della Sapienza, a Roma; sono le aule in cui Debenedetti, originario di Torino, insegnò. Lei era presente a quelle lezioni, poi pubblicate nel celebre Romanzo del Novecento. Quali sono i suoi ricordi? Noi che frequentavamo le sue lezioni (ricordo Franco Cordelli, Nicola Merola, Paolo Mauri) ci sentivamo quasi una carboneria, nell’ascoltare un maestro della critica che aveva vissuto la letteratura del Novecento così dall’interno; a fianco degli artisti e degli scrittori, come scrittore lui stesso e compagno di strada, più che nella prospettiva dello studio universitario. Era emozionante starlo a sentire, anche perché lui stesso, parlando, non era certo privo di emozioni e la sua tensione intellettuale era sempre ai più alti livelli. Gli chiesi la tesi di laurea, ma purtroppo non feci in tempo ad averlo come relatore.
Debenedetti era di Torino. Che ruolo ha avuto questa città nella sua formazione e nel sviluppo successivo della sua ricerca? Si potrebbe dire che Debenedetti fu e restò un torinese (nell’etica intellettuale, nell’apertura alle scienze esatte, alla letteratura francese ecc.) che sentì il bisogno di “tradire” un po’ Torino, i suoi rigori e le sue chiusure, per affrontare una realtà vitale, magari più caotica, a Roma. I rapporti con Gobetti e con Sergio Solmi, con cui fondò la rivista “Primo tempo”, furono però decisivi per tutta la sua vita.
Quali furono gli incontri che lo influenzarono maggiormente? Oltre a quelli già menzionati, certamente quelli con Bobi Bazlen e con Saba, che restò, con Proust, l’autore della sua vita; più tardi con Savinio e, anche per il lavoro al Saggiatore, con Alberto Mondatori… Senza dimenticare che gli scrittori del Novecento li ha conosciuti quasi tutti personalmente, da Pirandello e Svevo a Montale, Ungaretti, la Morante ecc. Questo dialogo diretto con gli scrittori è stato fondamentale per tutto il suo modo di fare critica.
Nel suo intervento lei si occupa del “metodo di non avere un metodo” nell’indagine letteraria di Debenedetti. Cosa si intende? É per questo che il suo stile critico somiglia più ad un dialogo, ad una conversazione impegnata e serrata con gli autori in persona, piuttosto che presentarsi come analisi metodica di testi. Pasolini osservò che la forza intellettuale di Debenedetti nasceva anche dall’ansia conoscitiva di chi non ha, e non può avere, un metodo di analisi, perché la sua analisi coinvolge continuamente innumerevoli piani di interpretazione.
La letteratura, se ho capito bene, impedisce di ottenere uno sguardo d’insieme, evolvendosi ogni volta che un’ opera viene pubblicata. Il suo modo di procedere era quello di chi affronta il problema letterario globalmente, ogni volta che legge un autore. In un certo senso Debenedetti ha sempre l’aria di dover risolvere il “caso” degli scrittori di cui parla: da Svevo a Saba a Tozzi…
In un suo recente articolo, lei dice che Debenedetti mette al centro della sua critica i personaggi. Che significa? In un certo senso anche gli autori per Debenedetti erano personaggi di cui sarebbe toccato a lui, come critico, raccontare la storia segreta e il destino. In quest’ottica è stato il narratore-critico della letteratura novecentesca
Siamo a pochi giorni dalla Giornata della Memoria. Secondo alcuni studiosi, la guerra, e la deportazione degli ebrei, ebbero un ruolo decisivo nella sua evoluzione culturale. Lei è d’accordo? Senza dubbio l’appartenenza ebraica è stata in lui consapevole e presente, in forme magari non sempre manifeste, fin dall’inizio: come dice George Steiner, i maggiori critici e studiosi del linguaggio nel Novecento sono ebrei perché il popolo ebraico è il popolo del Libro e quindi la conoscenza della verità per essi passa attraverso la lettura e l’interpretazione… Certo è però che la tragedia ebraica in Italia dal 1938 al 1945 non poteva che trasformare profondamente la sensibilità morale di Debenedetti, sempre così bisognoso di trovare una “patria”, una comunità a cui appartenere, un’ intesa col mondo… Il trauma della persecuzione determinò una svolta che è stata anche all’origine della sua adesione, per certi versi fideistica, al Partito comunista.
La vicenda accademica di Debenedetti non fu fortunata. Per 3 volte respinto ad un concorso, solo alla fine della sua carriera riuscì a divenire professore incaricato. Come mai l’università non gli fu amica? Le sue dolorose disavventure accademiche furono dovute, purtroppo, anche all’ostilità o all’incomprensione di intellettuali che Debenedetti riteneva politicamente solidali e a lui vicini. Il fatto è che non era facile, evidentemente, anche per accademici di valore, valutare a pieno la qualità, l’eccezionalità letteraria e intellettuale di un critico sempre al limite del virtuosismo come Debenedetti. La sua prosa è tra le più raffinate e complesse del Novecento italiano, e fa di lui uno dei maggiori scrittori del secolo scorso.
Qual è il rapporto, in Debenedetti, tra critica letteraria e storia. Lo studioso deve impegnarsi nella realtà? Ricordo di aver fatto una volta una semplice distinzione fra critici che vedono autori ed opere dentro la cornice di un contesto d’epoca, e critici che invece sembrano, preliminarmente, non voler sapere nulla prima di leggere i loro autori, perché è solo attraverso questi, nel loro microcosmo, che cercano di vedere la storia. Credo che Debenedetti appartenga a questa seconda categoria. Per lui storia e cultura esistono davvero solo quando vengono lette in un’ opera letteraria e nella vita di un artista.
Cosa rimane oggi, nelle università, nella ricerca e nel modo di leggere un romanzo, della lezione di Giacomo Debenedetti? Esiste, ad esempio, un gruppo di critici che possono considerarsi suoi allievi? Essendo tramontati ormai da circa due decenni i dibattiti teorici e metodologici sull’essenza della letteratura e sul modo “scientifico” di studiarla, oggi i critici più giovani, mi sembra, hanno ritrovato un rapporto più libero (benché rischioso!) con la critica classica, con l’arte della recensione e con la saggistica. Per questo la scrittura critica di Debenedetti diventa un modello a cui fare riferimento, sapendo che una “scuola critica Debenedetti” è impensabile e impraticabile. Ogni critico in fondo deve reinventare la sua problematica attività…

                                                TOBIA ZEVI
 
Giacomo Debenedetti (1901-1967) è stato uno dei maggiori critici letterari del Novecento italiano. Fu tra i primi a comprendere il ruolo della psicanalisi e delle scienze umane in generale nell’interpretazione dei testi, oltre a scoprire, in Italia, un autore come Proust. Amico ed interlocutore di tutti i più importanti scrittori italiani del secolo scorso, tra i suoi moltissimi saggi ricordiamo il Romanzo del Novecento, tratto da una serie di lezioni tenute a Roma negli anni Sessanta. Oggi  e domani, per ricordarlo a quarant’anni dalla morte e per studiare questa figura sotto diversi aspetti, Giulio Ferroni e John Butcher organizzano alla Sapienza di Roma il convegno “L’Università di Debenedetti: il critico e la sua scuola quarant’anno dopo”, a cui prenderanno parte tra gli altri Raffaele La Capria, Walter Pedullà, Alessandro Piperno, Filippo La Porta, Jacqueline Risset, Paola Frandini ed Enzo Golino.
 

 

Da “Ricerca” marzo 2007

Nel 1979 la Rivoluzione khomeinista cambiò radicalmente lo scenario politico e la vita civile in Iran, oltre agli equilibri geopolitici  dell’area mediorientale. In seguito alla Rivoluzione islamica il fedele alleato degli Stati Uniti, Reza Scià Pahnlavi, fu costretto a  fuggire dal suo paese e l’Occidente si ritrovò con un interlocutore ostile. Nello stesso anno, infatti, un gruppo di studenti rivoluzionari scavalcò i cancelli dell’ambasciata americana a Teheran facendo 52 ostaggi. Pare che tra questi giovani ci fosse anche l’attuale presidente Mahmud Ahmadinejad, riconosciuto da una foto scattata in quei giorni.
Dal 1979 la vita di moltissimi iraniani è cambiata. I cittadini, avvezzi ad usi e costumi quasi occidentali, sono stati forzati a condurre una vita regolata dalle norme di una visione intransigente dell’Islam. Le donne abituate ad abbigliarsi in maniera elegante e appariscente, a truccarsi e a farsi notare, sono state costrette al velo sul capo, al vestito scuro e ampio sul corpo, a camminare con gli occhi bassi in segno di modestia. Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran, racconta in che modo il brusco cambiamento abbia duramente colpito la cultura, l’insegnamento e le università. La Nafisi racconta però che, nonostante la repressione ed il controllo sui programmi di studio e le attività politiche all’interno degli atenei, molti studenti e professori non hanno mai smesso di criticare aspramente il regime: riunendosi nei pochi luoghi sicuri e sperando in un ritorno di democrazia e libertà, affrontando con coraggio il rischio di essere arrestati e torturati, eventualità non remote nel regime.
L’estate scorsa il governo ha fatto distruggere la sede delle associazioni studentesche, come riferisce anche Momeni, ex leader dell’associazione studentesca Thahkim and Vahdat: “Il movimento studentesco non esiste più. Loro (il regime iraniano) hanno preso il controllo delle università”; 400 studenti che protestavano contro l’espulsione di alcuni loro compagni sono stati espulsi anch’essi per “mancanza di competenza generale e ideologica”. Ci sono testimonianze di studenti sospesi, processati e condannati al carcere. Alcuni docenti sono stati licenziati. Mohammad Maleki, ex rettore dell’Università di Teheran, ha affermato: “È simile alla rivoluzione culturale. Vogliono creare un clima di paura e mettere fine a qualsiasi forma di criticismo o opposizione. Il loro obiettivo finale è distruggere il movimento filo-democratico”. Oggi gli studenti attivisti cacciati sono all’ordine del giorno. A nessuno di loro viene permesso di partecipare al consiglio dell’Università, e i Basij (gruppo iraniano paramilitare) hanno libero accesso ai campus. É stato inoltre messo a punto un particolare regolamento – di assai tragica memoria – per gli studenti sospettati di minacciare l'ordine, imperniato sulle stelle gialle appuntate sul bavero: «Chi ne ha ricevuta una ha dovuto firmare una lettera prima di essere ammesso, impegnandosi a non partecipare a nessuna attività politica,  – racconta Ali Nikou Nesbati, uno dei contestatori dell'11 dicembre scorso – con due stelle l'iscrizione viene ritardata e si devono fornire garanzie ancor più severe, con tre non ci si può nemmeno iscrivere». In tutto i «marchiati» sono una settantina, che ora ostentano i distintivi come un segno del loro impegno per la libertà nel proprio paese.
 Oggi il mondo sembra aprire di nuovo gli occhi su questo paese, soprattutto per l’intenzione del regime di dotare l’Iran della capacità nucleare. Anche le continue esternazioni anti-israeliane e il recente convegno sul negazionismo hanno suscitato scalpore in tutto il mondo. Non solo fuori dall’Iran: l’11 dicembre 2006, infatti, in occasione della visita di Ahmadinejad al Politecnico Amir Kabir di Teheran, un piccolo gruppo di studenti si alzò durante il discorso per gridare “morte al dittatore” davanti ad Ahmadinjead, mentre altri bruciavano addirittura delle sue foto. Questi studenti furono prelevati dalle autorità e di loro, da allora, non si sono più avute notizie.
A seguito di questo gesto di coraggio per certi versi miracoloso, le associazioni giovanili italiane si sono mobilitate a sostegno dei colleghi iraniani in pericolo, organizzando una manifestazione davanti all’ambasciata iraniana lo scorso 21 dicembre.
L’iniziativa era partita dopo un appello lanciato dall’Unione Giovani Ebrei d’Italia, in cui si stimolavano i giovani italiani ad esprimere apertamente il proprio sostegno ai coetanei in lotta per i diritti fondamentali che in Iran sono loro negati. Moltissime sigle giovanili studentesche, politiche (trasversali), laiche e religiose, si sono costituite nel comitato Teheran2007, promotore del sit-in. Lo stesso comitato ha inviato un messaggio all’ambasciatore Ghasemi chiedendo di essere ricevuto, senza peraltro ottenere alcuna risposta.

Il 21 dicembre quasi 300 persone si sono presentate all’appuntamento per dimostrare che la lotta dei giovani studenti iraniani per i diritti umani e civili interessa i giovani italiani indipendentemente dal loro credo religioso o dal loro colore politico. I rappresentanti del comitato hanno sottolineato l’importanza dell’iniziativa e la necessità che questa  manifestazione sia solo il primo passo di un lungo percorso.

Grande commozione ha destato il messaggio che gli studenti iraniani, sfidando il feroce controllo poliziesco, hanno inviato ai promotori dell’iniziativa: “Il signor Ahmadinejad pensava che, dopo aver imposto la sua legge ad ogni facoltà ed ateneo, e avendo nominato un suo amico come rettore del nostro politecnico, poteva liberamente recarsi al politecnico Amir Kabir, per parlare indisturbato ad un gruppo selezionato di studenti compiacenti, molti dei quali portati addirittura con gli autobus da altre università. Ma noi, studenti di Amir Kabir, in rappresentanza di tutti gli studenti iraniani,  sentivamo il dovere di manifestare apertamente il nostro dissenso al capo di questo governo autoritario, e di ribadire qualora fosse stato necessario che il movimento studentesco in Iran non è disposto a chinare la testa nemmeno davanti ad una crescente repressione, ed intende continuare la sua lotta per la libertà e la democrazia.”
E nonostante la repressione del regime si intensifichi, il 12 gennaio Babak Kramanian, studente di Teheran, dopo aver subito pestaggi e minacce in quanto dissidente, ha accettato di farsi riprendere a viso scoperto dal TG1. Ed ha spiegato alla giornalista italiana che le dimostrazioni dell’11 dicembre non erano le prime contro il regime, ma che, contrariamente alle rassicurazioni del presidente iraniano che “nessuno sarebbe stato toccato”, le pressioni sugli studenti aumentano.

Di questo gruppetto di eroi non si conosce il destino fino ad oggi. Amnesty International ha pubblicato del materiale su cittadini iraniani arrestati ingiustamente e torturati prima di essere rilasciati, ma non ha dato notizie degli studenti. É lecito pensare, dunque, che molti di loro siano ancora in qualche prigione.
 Pare che qualche giorno fa tre di loro siano stati rilasciati ed accolti dagli amici di Amir Kabir, con tanto di festa di riammissione. Abbas Hakimzadeh, uno dei leader dell'associazione islamica degli studenti di Amir Kabir, raggiunto al telefono dall’Aki, ha spiegato che “la riammissione dei tre studenti espulsi è una vittoria del movimento studentesco, che andava festeggiata per ricordare alle autorità che gli studenti non sono disposti ad accettare decisioni ingiuste senza reagire”. L'edificio che fino a qualche mese fa ospitava l’associazione è distrutto da luglio per ordine del nuovo preside insediato da Ahmadinejad, e la festa ha avuto luogo nel campus. “La festa è riuscita e la partecipazione è stata alta, malgrado a un certo punto abbiano interrotto l'elettricità per impedirci di parlare e di diffondere musica”, ha aggiunto Hamidzadeh. Intanto a Teheran la magistratura ha ordinato la chiusura di un altro settimanale studentesco. Alla rivista Fariad (“Grido”), pubblicata dagli universitari di Teheran, è stata revocata definitivamente l'autorizzazione e il suo direttore responsabile, Mojtaba Taghavinejad, è stato convocato dalla magistratura. Fariad era una testata molto critica nei confronti dell'attuale governo, e per questa ragione molto popolare negli ambienti studenteschi.

La battaglia di questo giornale per la libertà in Iran investe ognuno di noi. La battaglia, difficile e dall’esito incerto, degli eroici studenti iraniani, è anche la nostra.

MARGHERITA SACERDOTI
TOBIA ZEVI

27 GENNAIO, GIORNATA DELLA MEMORIA: “AI GIOVANI, PARLIAMONE COSI’”

Gli occhi si alzano per un momento. Sono incuriositi, gli studenti, di quel quasi coetaneo sul versante opposto della barricata. Parecchi hanno fatto un lavoro serio nei mesi precedenti, aiutati da insegnanti bravi e motivati. E questo fa ben sperare. Ma si sa che le assemblee sono anche un’ ottima occasione per non studiare – e io me lo ricordo ancora molto bene! -, e certamente la curiosità non durerà a lungo. Parlare nelle scuole è stimolante e frustrante; ma farlo sulla Shoah, per me, è anche e soprattutto una sfida: far capire, più di 60 anni dopo, che quella tragedia dobbiamo considerarla “nostra” oltre che terribile. Parla un ex-deportato. É divenuto, negli anni, un vero e proprio specialista della testimonianza nelle scuole: ha affinato la tecnica, ripulito i passaggi, trovato uno stile della memoria. È perfetto. I ragazzi lo seguono, commossi; a tratti l’aria, tra le pareti un po’ scrostate dell’aula magna, sembra fermarsi, come condensata. Ce l’ha fatta, ora tocca a me. E io non avrò mai la sua carica, la forza vivida dei suoi ricordi; ma non voglio disperdere il credito di attenzione che sto ereditando. I teenagers sono interessati. Ma da me si aspettano altro: attualizzare la Shoah, non monumentalizzarla. Non si tratta di metterne in discussione l’unicità nella storia. Occorre declinarla: in battaglie politiche, civili e sociali di cui la nostra generazione ha bisogno. Questa è, adesso, la nostra sfida.