IL VALORE DELLA MEMORIA

Da "l'Unità" 8 settembre 2008 – di Tobia Zevi 

 

Fascismo, leggi razziali, Olocausto. Termini che vengono continuamente evocati – nel dibattito culturale come nella polemica politica – ma a cui non sempre si è in grado di attribuire il giusto significato. Le dichiarazioni di Alemanno da Israele, che vogliono attenuare quelle di Fini sul fascismo (definito «male assoluto»), inducono a riflettere sul tema della memoria, soprattutto nell’ottica delle nuove generazioni. Tra le tante ragioni che rendono questa discussione urgente, ce ne è una «tecnica»: anno dopo anno si riduce il numero dei sopravvissuti, ed il testimone passa necessariamente nelle mani di persone che non furono investite direttamente dalla tragedia, e che quindi hanno verso quest’ultima un atteggiamento critico e mediato.

Negli ultimi anni si è assistito ad un proliferare di manifestazioni pubbliche sulla Shoah. Eventi istituzionali, arricchiti dal lavoro prezioso portato avanti nelle scuole da presidi e docenti spesso assai motivati e preparati. Si può affermare che i giovani sono stati interessati da una mole di iniziative sull’Olocausto, favorite dallo spazio che i media dedicano al tema per la Giornata della Memoria (27 gennaio, legge dello Stato). Ovviamente, se da questo punto di vista possiamo essere soddisfatti, conviene però interrogarsi sull’efficacia di questo lavoro, messa seriamente in discussione dalle inchieste che periodicamente evidenziano l’enorme ignoranza dei ragazzi sulla storia di quegli anni.

Almeno tre sono a mio parere i punti critici. In primo luogo è lecito domandarsi se il carattere istituzionale delle manifestazioni pubbliche non allontani da una percezione individuale, empatica e tragica dei fatti narrati. Mentre il contatto con i sopravvissuti consente ai giovani una immedesimazione sincera con le vittime, ciò non sempre accade nelle cerimonie «consacrate». D’altra parte è opportuno ragionare anche sulla figura del testimone, come ha tra gli altri mirabilmente fatto Annette Wievorka. L’urgenza di avvalersi il più possibile – e giustamente – della disponibilità dei sopravvissuti, li ha però resi assolutamente preponderanti. Alla significativa presenza di ex-deportati nelle scuole non ha fatto riscontro un approfondimento della vicenda storica, delle cause che condussero alla tragedia e delle varie e molteplici responsabilità che la resero attuabile.

E proprio la dimensione delle responsabilità mette in luce il terzo pericolo fondamentale, evidenziato dalle parole del sindaco di Roma. Nel tentativo di edulcorare a fini politici un’epoca – ai postfascisti viene chiesto conto solo dell’antisemitismo, e non del carattere autoritario e dittatoriale del Ventennio – si contribuisce a distogliere l’attenzione da quelle che furono le colpe reali. Si cerca di scaricare interamente sui nazisti il peso della Shoah o a ridurre la portata razzista del colonialismo italiano, invece di indurre i giovani a porsi la domanda più importante: cosa avrei fatto io non al posto della vittima, ma della persona qualunque? Perché è doveroso ricordare i “giusti”, coloro che eroicamente misero a repentaglio la propria vita per salvare esseri umani senza chiedere nulla in cambio; ma non si può omettere che solo dodici (12!) furono i professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al regime, unici a non preoccuparsi esclusivamente della propria carriera accademica. Anche questo fu il degrado etico e culturale che chiamiamo fascismo, frutto di vent’anni di asservimento intellettuale e di privazione della libertà.

Una memoria che sappia guardare al futuro, dunque, una memoria per i giovani, non può essere un monumento, un cristallo: deve essere attualizzata e declinata ogni giorno per i diritti e le libertà di quanti oggi, nel mondo, soffrono persecuzioni ed ingiustizie. Solo se, ragionando sul passato, ci si muoverà con questa stella polare, noi giovani saremo nella condizione di rispondere efficacemente alla più decisiva delle domande: che cosa avrei fatto io? E, dunque, cosa posso fare oggi? 

                                                                                                                                         

IL RESTAURO? PER MOLTI E’ UN GRAN BELL’AFFARE

Da "l'Unità" 8 aprile 2008 – IL RESTAURO? PER MOLTI E' UN GRAN BELL'AFFARE –  di Tobia Zevi

«Secondo me, più che altro, si tratta di una provocazione intelligente» afferma Giorgio Bonsanti, ordinario di Storia dell’arte e del restauro a Firenze. «La proposta di una moratoria, lanciata alcuni mesi fa da Carlo Ginzburg e Salvatore Settis, può avere un effetto positivo: ci obbliga a riflettere sui fondamenti stessi del restaurare». Di questo e di molto altro si è discusso nella XV edizione di “Restauro”, il Salone del Restauro e della Conservazione, manifestazione che si conclude oggi dopo quattro giorni a Ferrara. L’evento, patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dai Ministeri degli Esteri e dei Beni Culturali, ha vari obiettivi: nei numerosi stand gli interessati possono conoscere le più recenti innovazioni adottate dalle aziende specializzate nel settore; nelle presentazioni dei lavori si possono ammirare le operazioni più significative nel recupero delle opere d’arte; nei vari forum tematici, infine, si ragiona sulle prospettive future e su argomenti specifici legati a questo tema.

«L’Italia ha una tradizione straordinaria in questo settore» spiega Paolo Conti del Corriere. «Nel 1938 Cesare Brandi fonda l’Istituto Centrale del Restauro (ICR), e da allora il nostro paese è sempre stato all’avanguardia nella tutela del patrimonio artistico ed architettonico. Questa attenzione è dovuta storicamente a due fattori: da un lato l’interesse scientifico e dall’altro l’enorme ricchezza del nostro territorio» .

Il nostro sistema-paese eccelle in questa arte. «All’Expo di Shangai del 2010 l’Italia esporterà un’ immensa quantità di esempi di restauro» va avanti Conti «le aziende italiane hanno contribuito al restauro della Palazzo imperiale di Pechino, tanto per citarne uno. Ma ad imporsi, oltre ad alcune tecnologie, è soprattutto una mentalità». Ed è interessante ricordare come anche in questo possa misurarsi la distanza culturale tra Oriente ed Occidente: secondo lo storico polacco Andreij Tomacevsky la concezione occidentale, mirata alla conservazione della materia, nascerebbe dal culto delle reliquie dei santi, mentre in Oriente la disinvolta e sistematica demolizione e ricostruzione delle opere d’arte e di architettura deriverebbe dall’idea della reincarnazione.

«Il fatto che il restauro sia anche un affare è positivo. Purché questa dimensione non sia esclusiva» spiega ancora il professor Bonsanti. «In una delle tavole rotonde si è ragionato sulla “nobiltà” del restauro, come tramite tra la collettività e l’oggetto artistico. Vale in questo caso quanto Cennino Cennini, un trattatista della fine del Trecento, suggeriva sull’arte in generale: va bene che la si faccia per interesse, ma l’impulso iniziale deve essere “l’animo gentile”». Bisogna tenere presente che questo campo è davvero in grande espansione dal punto di vista economico: innanzi tutto per il numero di persone impiegate nelle ditte specializzate in materiali e tecnologie; e poi perché la tutela dei centri storici e delle opere d’arte è un fattore di sviluppo del patrimonio e quindi del turismo. C’è davvero il rischio che il restauro si trasformi in showbiz? «Il punto è che quando si affronta questo tema i giornali si interessano solo ai due-tre grandissimi interventi fatti ogni anno, mentre viene trascurato il lavoro silenzioso di manutenzione operato nelle varie città, che garantisce la conservazione del nostro territorio storico» termina Bonsanti. E al Salone, tra gli altri, sono stati mostrati i restauri dell’antichissima Croce dell’Abbazia di Rosano (Firenze, metà XII secolo), del Perseo di Benvenuto Cellini e degli appartamenti Borgia decorati dal Pinturicchio.

L’Italia, come detto, ha da sempre avuto su questo tema una particolare sensibilità, che si esprime in diverse tendenze ideologiche e culturali. Si va da una politica della pura conservazione, che prescrive il mantenimento integrale dello statu quo dell’opera d’arte o del monumento (anche se diroccato), al cosiddetto “restauro di ripristino”: con questo si vuole ricostituire l’ultima configurazione organica dell’opera, frutto di diverse stratificazioni; un orientamento che ha dato luogo a non poche polemiche, come nel caso della ricostruzione degli isolati bolognesi di S. Leonardo e S. Caterina alla fine degli anni Settanta. Per arrivare infine a tutte le esperienze di restauro critico, che in Italia hanno fatto perno sulla scuola romana dell’ICCROM al S. Michele: occorre salvaguardare il palinsesto costruitosi nel tempo e far dialogare parti antiche e parti nuove, rendendo leggibili le aggiunte moderne.

Sulla scorta di questi orientamenti, ci si trova talvolta di fronte a domande complesse ed ironicamente beffarde allo stesso tempo, in particolare per quanto riguarda l’arte contemporanea: è legittimo sostituire il contenitore plastico di “Merda d’artista” di Piero Manzoni, corroso nel corso dei decenni, o si tratterebbe di un falso?

Bisogna riflettere su due aspetti relativi al restauro architettonico: il ruolo dell’architetto ed il ruolo delle agenzie formative, innanzi tutto le università. La stessa nozione di restauro nasce quando in Occidente si considera chiuso il ciclo classico dell’architettura; fino ad allora scienza della costruzione e scienza della conservazione erano state tutt’uno. Oggi le due dimensioni sono definitivamente divaricate, ma molti degli scempi degli ultimi decenni dimostrano che ci vogliono bravi architetti per fare buoni restauri, e che una cattiva preparazione produce più danni di una cattiva ideologia. Le università hanno dal canto loro un compito assai impegnativo: quello di colmare lo spazio tra la teoria ed il mestiere, ciò che non sempre avviene. Occorre formare architetti in grado di comprendere con sensibilità le specificità di un sito, ma anche di intervenirvi con intelligenza progettuale.

 

BIBLIOTECHE? IL SAPERE SI FERMA AL TORNELLO

Da “l’Unità” 13 febbraio 2008 – BIBLIOTECHE? IL SAPERE SI FERMA AL TORNELLO – di Tobia Zevi

 

Nell’era del business dei beni culturali, rischiamo di dimenticarcene uno: il libro. Le biblioteche italiane sono generalmente trascurate, pur essendo spesso assai ricche. Quali sono i loro problemi? «Basta entrare per percepire la differenza con quelle estere» spiega Matteo Motolese, associato di Storia della Lingua italiana alla Sapienza, che in pochi anni le ha frequentate da studente e poi come dottorando e ricercatore. «All’ingresso ti accoglie uno sbarramento, per esempio un tornello. Negli altri paesi, invece, l’accesso all’edificio è libero, mentre ci si accredita nelle sale di lettura». Potremmo disquisire sul rapporto tra testo e pubblico in una società protestante e in una cattolica, ma restiamo sul concreto: «La biblioteca deve essere uno strumento di condivisione del sapere» prosegue il professore «e l’architettura può agevolare l’incremento dei lettori. Non è solo un luogo di lavoro per studiosi, ma anche occasione di promozione culturale. Penso alla Public library di Seattle: una sezione per i bambini, un’ altra per l’analfabetismo, un’ area centrale a forma di cuore, che rappresenta il fulcro dell’edificio». Da noi sembrerebbe un’ eresia. «Dobbiamo unire la capacità di conservare a quella di coinvolgere, come facemmo 20 anni fa con i musei. La Biblioteca nazionale centrale di Roma ha cominciato questo percorso».

E proprio da questo gigante, con pregi e difetti, bisogna partire. Sette milioni di volumi tra cui quasi 120 mila autografi e una media di 50 mila acquisizioni ogni anno; 350 mila visitatori accompagnati da 315 dipendenti di ruolo; circa 28 chilometri di scaffalature, che moltiplicate per dieci piani fanno più o meno la distanza tra Roma e Napoli. Perché qui arriva tutto, in virtù della legge sul “deposito legale” riformata nel 2004: secondo questa norma ogni nuova pubblicazione deve essere inviata alle due Biblioteche nazionali centrali (Roma, appunto, e la gemella Firenze) e ad alcuni enti locali, sia che si tratti di un testo di valore sia che si tratti di un opuscolo qualunque. E quindi numeri da capogiro. «Ma gli utenti, giustamente, cercano l’informazione ed il servizio collegato (fotografie, fotocopie). Naturalmente in tempi brevi e ad un prezzo basso. Un po’ come quando, da militare di leva, chiedevo “una bevanda fresca, abbondante e che costi poco”. E mi guadagnavo un gavettone…». L’ormai ex-soldato è Osvaldo Avallone, direttore della Biblioteca nazionale di Roma: «Abbiamo fatto grandissimi passi in avanti negli ultimi anni, nonostante i finanziamenti, tra 2001 e 2006, siano passati da 3,2 milioni di euro a circa 2,2. Ogni biblioteca ha i suoi problemi, che di solito sono strutturali, ed anche noi abbiamo i nostri».

La Biblioteca fu istituita al Collegio romano nel 1876 per volontà del ministro Ruggero Bonghi, essenzialmente composta dalla Biblioteca maior dei Gesuiti e dai fondi delle altre congregazioni religiose soppresse; l’operazione frettolosa fu gravida di conseguenze nel tempo, come dimostrarono numerose commissioni d’inchiesta. Rispetto all’altra biblioteca centrale, quella di Firenze (ospitata in un palazzo del 1936), l’edificio costruito nel 1975 al Castro Pretorio è assai più funzionale: «La dicotomia tra Roma e Firenze potrebbe essere risolta sul modello della Deutsche Bibliothek, tre sedi ma un’ unica amministrazione» ci spiegano dall’Associazione italiana biblioteche (AIB), «anche perché esistono differenze sostanziali: a Firenze viene circa un terzo del pubblico romano, ma più qualificato. Inoltre il nuovo regolamento ministeriale di fine 2007 consente a questi due enti un’ autonomia speciale anche dal punto di vista finanziario, con l’introduzione di meccanismi di fund-raising per migliorare i servizi». La Biblioteca di Roma è oggi un luogo gradevole, talvolta aperto ad eventi come la celebre Notte bianca, con in più una buona tavola calda. Anche se permangono disservizi ingiustificabili: il tetto di tre richieste contemporanee; i pomeriggi senza distribuzione; un orario estivo (il periodo degli studiosi stranieri) da terzo mondo; l’assenza di bibliografia internazionale; l’impossibilità di prenotare i libri sul web. «Si dovrebbe ripartire dal wireless» afferma deciso il professor Motolese «perché la rete oggi rappresenta l’accesso ai testi. Un  modo di condividere un patrimonio ad un livello alto, superando la cultura dei congressi». Con le poche risorse a disposizione qui si sono fatti miracoli: «C’è il deficit di spazio. Ma un'altra grande questione è quella del personale» conclude Avallone «sono qui da cinque anni e sono al quarto contratto. Non c’è, in questo settore, un’ attenzione alle risorse umane. I dirigenti non sono tutelati alla scadenza del vincolo, e potrebbero non essere ricollocati. Per non parlare di tutte gli atipici – servizio civile, volontari, stagisti – senza i quali non potremmo andare avanti e che, senza garanzie, non possono fidelizzarsi, pur essendo spesso motivati e preparati».

Un problema, questo del lavoro precario tra i bibliotecari, che da qualche anno ha trovato in rete la sua valvola di sfogo: www.biblioatipici.it racconta di storie professionali fondate sull’incertezza, acuite dalla sensazione di essere diversi (“sono un atipico tra gli atipici”). Un tema di grande attualità perché in questo campo l’ultimo concorso nazionale per funzionari risale al 1983 e i posti a tempo indeterminato – già nell’ordine delle poche decine – diminuiscono di anno in anno. Per non parlare di una ricerca del 2003 della Regione Sardegna (peraltro tra le più virtuose), citata dal Rapporto sulle biblioteche italiane dell’AIB 2005-2006, che attestava i lavoratori atipici al 180,9% rispetto ai bibliotecari di ruolo. Quasi il doppio.

«In Italia il patrimonio librario è ricco e la preparazione degli addetti è cresciuta negli ultimi anni, ma nel complesso risulta difficile essere ottimisti…» spiega Paolo Traniello, ordinario di Bibliografia e Biblioteconomia a Roma 3 ed autore per il Mulino del libro Storia delle biblioteche in Italia dall’Unità ad oggi. «Ci sono servizi che funzionano ma anche un deficit in termini di qualità di gestione e di fondi. Bisogna considerare che il sistema bibliotecario è assai variegato: vi sono le biblioteche pubbliche statali (circa 40), tra cui quelle dei ministeri, dei tribunali e di alcuni monumenti nazionali (per esempio Montecassino); poi tutte le locali, previste dall’articolo 117 che attribuisce alle Regioni la responsabilità in materia. E poi tutte quelle ecclesiastiche e dei monasteri…». Negli anni l’importanza delle biblioteche nell’Europa a 25 non sembra essere calata: sono circa 138 milioni gli europei – dati sempre Rapporto AIB – che le frequentano e ogni europeo vi si reca in media 7 volte all’anno, quasi 8 nell’Europa a 15. Vanno assai più forte le istituzioni locali ed universitarie (anche grazie all’enorme aumento degli studenti), mentre le biblioteche nazionali, oggetto di investimenti straordinari (per i nuovi edifici di Parigi, Londra e Francoforte), mostrano segnali di sofferenza. «Negli ultimi anni» ci dice ancora il professor Traniello «si sono sviluppati, a livello locale, soprattutto comunale, molti poli d’eccellenza con servizi di ottima qualità. Si pensi alla “Berio” di Genova, alla “Sala Borsa” di Bologna, alla “S. Giorgio” di Pistoia, ma anche, per esempio, a Vimercate, che nei primi anni Novanta ha avuto finanziamenti per sette miliardi e mezzo di lire. Un fermento che manca a livello di amministrazione centrale. E che purtroppo non tocca il Mezzogiorno, con l’eccezione significativa della Sardegna».

Un capitolo a parte merita la digitalizzazione, che ha compiuto straordinari progressi: l’indice OPAC mette in rete la maggioranza delle biblioteche italiane (www.opac.sbn.it), e sono già partiti i grandi progetti per rendere scaricabili cinquecentine (Edit16) e manoscritti. Il tutto nel quadro della Biblioteca Digitale Italiana, varata nel 2000 dal Ministero dei per i  Beni Culturali e coordinata dalla Direzione dei Beni librari. Una mole gigantesca di lavoro ed una vera rivoluzione potenziale, con il dubbio amletico se debbano essere informatizzati solamente gli indici o tutto il testo, come Google sta già facendo. «Il valore storico e civile di una biblioteca nella comunità non è sostituibile da una biblioteca digitale, che è una prospettiva positiva e realistica, ma non esclusiva» chiosa ancora Traniello. E sono in molti tra gli addetti ai lavori che, un po’ per difendere il posto un po’ per affetto verso la carta stampata, ripetono: «Una biblioteca è una biblioteca anche in presenza delle nuove tecnologie».

 

 

IN VOLO CON UN NEGAZIONISTA, TRA HOSTESS E KOSHER SEMIFREDDI

Da "il Riformista" 26 gennaio 2008 – IN VOLO CON UN NEGAZIONISTA, TRA HOSTESS E KOSHER SEMIFREDDI. FALLITA LA RIVOLUZIONE NERA, VENDE FRIGORIFERI IN GIRO PER IL MONDO –  di Tobia Zevi 

 

Ci unisce, prima di tutto, la corsa ad accaparrarci i posti in prima fila. Con la prospettiva di cinque ore di volo da Dubai a Roma, poter allungare le gambe è fondamentale. Io me ne sono già sorbite 11 tra l’Australia e Dubai, e sono piuttosto provato. Ma anche lui, appena si siede, mi racconta di non poterne più: «Questa compagnia» esordisce un po’ sudato per gli spostamenti con le borse a tracolla «peggiora di anno in anno. Ci ho volato dappertutto, ma questa volta me ne hanno davvero combinate di tutti i colori». Non pongo domande precise, ma è ugualmente un fiume in piena. Sostanzialmente si è persa la sua valigia all’arrivo in Arabia Saudita, e i tecnici della compagnia non si sono mai presentati puntuali agli appuntamenti concordati per restituire il bagaglio. Solo che il mio vicino, quando viaggia per lavoro, si sposta velocemente da un posto all’altro per concentrare molti appuntamenti in pochi giorni. «Il maggior numero di contratti» è la sua dizione esatta. Mi spiega di essere un imprenditore campano (dettaglio già tradito da un accento inconfondibile), responsabile export per una ditta del nord che fornisce frigoriferi agli alberghi di mezzo mondo. Hotel che scova personalmente e dove poi si reca in lunghe trasferte divise per continenti. «In Medioriente vado dopo il Ramadam, che è il periodo migliore» sentenzia: in effetti in anni di contatti con i paesi dell’area ha messo a punto una conoscenza approfondita di usi, persone e, ovviamente, tecniche commerciali. Ha visitato ogni paese arabo, spesso Israele, e sa descrivere in maniera colorita pregi e difetti di ciascuno.

Siccome si accenna alla Campania, e visto che dopo giorni ho conquistato un giornale italiano, partono un paio di battute sulla politica nostrana. Mastella, De Mita, la situazione del Mezzogiorno. Mi stupiscono le sue considerazioni ed alcuni episodi che racconta, perché mi sembrano da addetto ai lavori, o almeno da osservatore assai interessato. «L’approccio dei vecchi democristiani, da noi, è straordinario, altro che i nuovi arrivati. I dirigenti locali DC avevano una lista dei compleanni, e ti chiamavano tutti gli anni, senza mancarne uno». Ce l’ha soprattutto con il centrodestra locale, con AN, ma non riesco ad inquadrarlo politicamente. Provo ad immaginarmelo a sinistra, ma qualcosa non mi torna. «Una volta l’ho pure votata AN, ma proprio perché non c’era alternativa» argomenta, mentre dice peste e corna di tutti i principali leader del partito di Fini. Mi viene un sospetto, e menziono Alessandra Mussolini. È il tasto giusto: mi lascia intendere di appartenere alla galassia dell’estrema destra, e dopo un paio di mie incursioni interlocutorie mi spiega di essere un attivista storico di Forza Nuova, ex NAR. Io sono ancora rigorosamente in incognito, ma la situazione mi pare singolare. A diecimila metri dal suolo e senza le consuete interruzioni del telefono, mi trovo fianco a fianco con un vero fascista. Uno col quale, nella vita reale, non avrei accettato di confrontarmi: mesi fa mi cercarono da un canale satellitare della Rai per partecipare ad una puntata con un esponente di estrema destra. Io rifiutai pacatamente dicendo che non ritenevo ci fossero, tra noi, le premesse comuni necessarie per intrecciare un dialogo.

«Non ho mai avuto alcun problema con la giustizia, ed anche nei NAR non ho mai partecipato a fatti di sangue» si premura di rassicurarmi, mentre impallidisco al nome della formazione estremistica anni Settanta. L’aspetto più incredibile è che mi devo sforzare per ricordare chi ho di fronte e non far prevalere l’impressione positiva suscitata da un uomo decisamente simpatico. L’immagine del militante di estrema destra che spadroneggia allo stadio, escluso dall’arena politica che conta, è assai distante da questo imprenditore meridionale stropicciato dai troppi voli, abile nel suo campo (“siamo diventati la terza azienda in Europa”), che ha anticipato il ritorno a casa per la nascita di un figlio. Continuiamo sulla politica: mi dice di non avere tempo da perdere in prima persona, che nessuno dovrebbe campare di politica, ma si coglie che invece è un vero appassionato. Nella sua regione mi racconta di aver fatto eleggere alcuni consiglieri comunali e persino un sindaco. Non ho ancora detto nulla, ma si è fatto l’idea che io sia di sinistra. Non confermo ma gli chiedo se non prova disagio, non essendo un “disperato estremista”, a non aver neanche diritto di tribuna nella politica vera. «Guarda che con noi nessuno parla perché abbiamo l’1%. Siamo in Italia, con l’otto per cento anche D’Alema verrebbe in tv a confrontarsi». Penso all’esempio tedesco, con tutti i partiti che hanno rifiutato alleanze con le estreme, e alla differenza con la politica italiana. «E poi» annuncia fieramente «Berlusconi sa bene che nel ’96 e anche dieci anni dopo ha perso per la mancata alleanza con noi. 24mila voti servivano, e noi ne abbiamo presi molti di più. Colpa di Fini. Per questo adesso Silvio appoggia l’operazione di Storace». Il nemico numero uno, comunque, è Fini, per ideologia ma anche per stile. Lui alla convention della Destra ci è andato, un po’ per curiosità e un po’ per passione.

Mi apro il minimo indispensabile. Racconto che i miei nonni erano ebrei, del Partito d’Azione e anche di alcuni mie idee politiche. Lui è sorpreso ma rimane impassibile. Butto là il tema del conflitto israelo-palestinese. Mi spiazza con la sua posizione: niente a che vedere con l’estremismo filo-palestinese tradizionalmente della destra fascista: «Ritengo che si debbano formare i due Stati, ognuno sovrano ed indipendente. Quello che gli israeliani hanno fatto in pochi decenni è un miracolo della storia. Però bisogna pure occuparsi di quello che i palestinesi hanno subìto. I profughi non possono ritornare in Israele, ma devono essere loro concesse delle compensazioni. Ma se ne deve fare carico la Comunità internazionale, perché Israele è uno stato troppo piccolo per accollarsi costi simili!”. La conoscenza è una tappa fondamentale nella comprensione reciproca: il fatto di essere stato più volte in Israele, e di esservisi trovato bene, ha chiaramente mitigato di molto le sue posizioni. «Che non sono» ammette quasi dispiaciuto «quelle dell’organizzazione».

La svolta arriva con il mio pranzo kosher, congelato e riscaldato al microonde come nella migliore tradizione. Un attimo di silenzio, che si stempera con un diversivo: mi spiega come ci si conosce tra uomini d’affari ed hostess nei paesi mediorientali. Come ci si scambia il numero fugacemente, per poi incontrarsi, due solitudini a contatto, una sera in qualche ristorante dal menù internazionale. È molto preparato su questo tema, anche se lui è fedele. «Ma sono tanti» mi spiega «che dopo qualche giorno o qualche settimana  si fanno la fidanzata in ogni città dove vanno». Mi racconta dello scherzo di un suo collaboratore ebreo di Parigi, con cui lavora da anni ma che ignora le sue idee politiche. «Fa sempre il test sull’antisemitismo:» ridacchia «va da qualcuno e gli fa: “Se domani ci fosse nuovamente Hitler, perseguirebbe ebrei e parrucchieri. E alla domanda dell’altro “E i parrucchieri che c’entrano?”, controbatte rabbiosamente: “E perché, gli ebrei?”».

Ormai, dopo aver discusso su molti argomenti, penso di poter fare la domanda che più mi sta a cuore. «Qual è la vostra posizione sulla Shoah?» domando semplicemente. «Negazionismo assoluto» afferma senza esitazione. Ha tratto le sue convinzioni dai testi di Irving, che considera ovviamente un martire della libertà d’espressione. Indago in maniera puntigliosa ed in effetti nella tesi lapidaria, sua e dell’organizzazione, c’è un difetto di logica: più che di negazionismo si tratta infatti di un profondo revisionismo. Le argomentazioni, trite e ritrite, sono quelle tristemente note: come mai quasi tutti i lager erano in Europa orientale, liberata dai comunisti? Come sarebbero potute bastare le linee ferroviarie e i campi di concentramento ad ammazzare milioni di persone? «Ci sono molti dubbi… Ci sono molti dubbi…» è il refrain continuo. Mi sento un po’ deluso: immigrazione, libertà religiosa, diritti. Su ogni cosa la pensiamo in maniera diametralmente opposta. ma il filo del dialogo non si era spezzato. Un uomo internazionale, che viaggia in tutto il mondo, parla varie lingue (persino un po’ di arabo) ed ha vissuto all’estero, mi sembra uno con cui, nonostante tutto, si debba poter discutere. Ma sulla Shoah non si possono fare compromessi. Mi concentro sul mio kosher, si è raffreddato.

PER UN RICAMBIO GENERAZIONALE NELL’UNIVERSITA’

Da “La Stampa” 20 gennaio 2008

PER UN RICAMBIO GENERAZIONALE NELL’UNIVERSITA’

di Cristian Carrara e Tobia Zevi

 

Una colpa, come giovani, ce l’abbiamo. Bamboccioni? Mammoni? Forse, più semplicemente, non ci siamo sempre assunti tutte le nostre responsabilità. Su un punto in particolare: la nostra voce è mancata sul grande tema dell’università, ovvero proprio su quanto dovrebbe appartenerci di diritto. Esistono associazioni e sindacati studenteschi, di dottorandi e di giovani ricercatori che denunciano le manchevolezze del sistema; ma nel complesso – colpevolmente – non abbiamo ispirato le proteste sulle problematiche che affliggono il nostro sistema accademico. Accettando che le nostre facoltà non fossero informatizzate, e che nell’era di internet per iscriversi ad un esame si debba prendere il treno per segnarsi su un foglietto di carta; non lamentandoci per l’assenza nei nostri atenei (sempre con qualche meritoria eccezione) di una rete wire-less come nel resto d’Europa; facendo ore di interminabili attese per sostenere un colloquio orale, quando sarebbe bastato scaglionare gli esaminandi. Tollerando, insomma, tante piccole cose, abbiamo di fatto avallato un modo di pensare per cui l’università non deve essere al servizio dei suoi principali utenti, ma di sé stessa, riproducendo logiche che sono negative anche per i professori.

Ma veniamo ai fatti: all’inizio del 2006 due giovani ricercatori, Stefano Zapperi e Francesco Sylos Labini, pubblicavano un’ inchiesta sullo stato dell’università italiana in cui minacciavano uno “tsunami”: quello provocato dal clamoroso squilibrio anagrafico nella classe dei docenti. Dati alla mano, a quell’epoca il numero di professori under 35 era del 4.6% in Italia (contro il 16% della Gran Bretagna e l’11,6% della Francia), a fronte di un 42% di professori ultracinquantenni e di un 22,5% di sessantenni (contro il 13,3% della Francia e l’8% inglese). Una situazione che non è certo migliorata nell’ultimo anno e mezzo, che deriva da diversi errori commessi in passato, e che spiega impietosamente, senza fare giovanilismo d’accatto, le difficoltà che la nostra università incontra nel pensare dinamicamente al proprio futuro.

Negli ultimi anni era stata avanzata una proposta di abbassamento dell’età pensionabile dei professori a 65 anni (a fronte dei 70 attuali). A noi, come Forum nazionale dei giovani, è sempre sembrato che questa ipotesi, pur favorendo l’accesso dei giovani all’insegnamento, non muovesse nella direzione (auspicabile) di un prolungamento generale delle carriere nel nostro paese. Tanto più in un caso come questo, di lavoro certamente non usurante. Abbiamo invece accolto favorevolmente le indicazioni contenute nella Finanziaria 2008, che impediscono l’ulteriore prolungamento dell’attività dei professori fino ai 72 anni, e che soprattutto pongono fine all’ingiustificabile istituto del “fuori ruolo”. Una norma per cui i professori universitari, interrompendo l’insegnamento (che invece si sarebbe potuto avvalere dell’esperienza), rimanevano per altri tre anni negli organismi decisionali, condizionando politiche e gestione delle facoltà. L’opposto di ciò che suggerirebbe la logica. Una notizia positiva, dunque, anche se – “a pensar male…” – bisogna attendere l’approvazione definitiva prima di esultare.

Adesso si dovrebbe proseguire sulla strada del ricambio generazionale: favorendo l’accesso dei ricercatori aumentando i concorsi. Come fare? Le università sono autonome, si dice giustamente. Ma i fondi di cui usufruiscono non sono provenienti, se non in minima parte, da processi di fund raising. Sono soldi pubblici che possono in quanto tali essere vincolati. Perché allora non introdurre una norma che stabilisca per legge una percentuale fissa da destinare annualmente all’istituzione di concorsi? Sarebbe una soluzione semplice ma con un effetto immediato.

Nelle “Memorie di Adriano” Marguerite Yourcenar notava che, spesso, i padri sembrano esaurire completamente le “virtù” familiari, che mancano dunque ai figli. Non chiediamo altro, se lo meritiamo, di poter dimostrare il contrario.

                                                                                                                                                                                                                                                                             Portavoce e Responsabile Welfare Forum nazionale dei giovani