DIRITTI E BISOGNI DEI NUOVI CITTADINI

Da "Corriere della Sera" 10 novembre 2009

DIRITTI E BISOGNI DEI NUOVI CITTADINI

di Saul Meghnagi e Tobia Zevi – Associazione di cultura ebraica Hans Jonas 

 

«Rispettate lo straniero, perché  foste stranieri…». Così recita un importante insegnamento della tradizione ebraica. È per questa ragione che oggi ci pare opportuno recuperare il messaggio del filosofo tedesco Hans Jonas: la responsabilità sul futuro delle giovani generazioni è centrale in un paese che, nell’arco di pochi anni, vedrà modificata la sua identità sociale e culturale.

La trasformazione socio-demografica in atto in Italia non ha precedenti. Al 31 dicembre 2008 (ISTAT, Bilancio demografico nazionale 2008) la popolazione italiana presenta un incremento di 425.778 unità (0,7%). Questa crescita è dovuta quasi esclusivamente alle migrazioni dall’estero, e gli stranieri sono circa 6,5 ogni 100 individui residenti. I bambini figli di immigrati sono il 12,7% di tutti i nati vivi, rispetto al 1,7% del 1995.

I dati indicano con chiarezza l’inevitabile contrapposizione tra due bisogni diversi: la «salvaguardia dei diritti» dei cittadini a fronte di una società in evoluzione, e la «tutela dei diritti» dell’immigrato, del rifugiato, dello straniero.

Scaturiscono, così, alcuni quesiti sui fondamenti della convivenza civile: quali devono essere le «regole» democratiche valide sia per gli indigeni sia per gli stranieri? Come definire un’identità nazionale necessariamente differenziata? Come evitare che la paura comprensibile venga tradotta in un’ostilità verso il diverso?

I processi di individualizzazione dell’attuale fase storica non agevolano processi di accettazione e accoglienza. La precarizzazione del lavoro, che dà vita a una stratificazione sociale marcata, complica la situazione, mentre fenomeni di delinquenza e corruzione contribuiscono alla crescita di un clima di sfiducia. La paura della perdita del benessere faticosamente conquistato testimonia il rischio dell’esclusione sociale e la concomitanza tra l’aumento della disoccupazione e quello dell’immigrazione è una possibile scintilla di conflitti interetnici, in un paese di emigranti che è rapidamente diventato paese di immigrati.

Tutto ciò impone una definizione rigorosa della nozione di «cittadinanza» e un ragionamento sull’estensione dei diritti da attribuire anche ai non cittadini. E inoltre richiede interventi sul sistema educativo; nuove declinazioni dei principi di solidarietà verso i più deboli di qualunque provenienza o condizione; risposte ai problemi, sempre più urgenti, di natura etica.

Nella storia occidentale, la genesi faticosa degli Stati nazionali ha posto le premesse del governo democratico della società civile. In questo processo è stata fondamentale l'ampia condivisione, malgrado le diversità, della dignità dell'individuo come valore fondamentale. Ciò non è sempre avvenuto e la costruzione delle nazioni moderne ha potuto prendere, nel corso del Novecento, anche la strada del totalitarismo.

Il rischio è nuovamente presente, in forme naturalmente diverse dal passato. Esso può essere limitato da tutte quelle forme di aggregazione e organizzazione – e da come queste verranno garantite – rappresentate da partiti, sindacati, associazioni di base. E perché sia scongiurato occorre studiare il tema dell’inclusione nella cittadinanza e affrontare democraticamente il problema delle culture diverse.

La laicità dello Stato assume, dunque, una nuova pregnanza di fronte alla pluralità di fedi e sensibilità religiose o atee, e diventa un termometro di uguaglianza: i cittadini  devono confrontarsi con usi e abitudini diverse, mentre il diritto deve misurarsi con una molteplicità di esigenze e compatibilità, nell’immediato e a lungo termine.

La vicenda storica della piccola minoranza ebraica italiana può contribuire al dibattito pubblico su questi temi, mostrando come – anche dopo un percorso denso di discriminazioni – le diversità possano essere elemento di ricchezza e non fonte di esclusioni e  conflitti.

LA SINAGOGA, LA MOSCHEA, I CITTADINI

Da www.italiarazzismo.it:

La sinagoga, la moschea, i cittadini
di Tobia Zevi
 

La settimana scorsa la Comunità ebraica di Roma, insieme ai dirigenti del XIII Municipio (Ostia), ha inaugurato i locali dove sorgerà la nuova sinagoga per gli ebrei che vivono in quest’area. Un quartiere popolare, in continua espansione urbanistica, situato in un’area molto ampia fra l’EUR e il mare.Dove risiedono, appunto, circa 500 ebrei romani, che costituirebbero virtualmente la quinta comunità ebraica più popolosa d’Italia. Ostia è però soprattutto un simbolo: da qui transitarono oltre 2000 anni fa i primi immigrati a Roma dalla Palestina, come testimonia ancora oggi la splendida sinagoga all’interno degli schiavi di Ostia antica. E fin qui dunque belle notizie, grazie all’interessamento bipartisan degli amministratori locali di centro-sinistra (prima) e di centro-destra (poi). C’è però un altro elemento significativo. A molti è sembrato naturale accostare la nuova struttura alla recente moschea di Ostia, inaugurata ad inizio 2008 ed accolta invece da un mare di polemiche. Le due comunità, che siamo abituati a considerare inevitabilmente nemiche, hanno vissuto quasi contemporaneamente un’esperienza analoga. La moschea, installata nel complesso polifunzionale della Vittorio Emanuele, serve una Comunità di svariate migliaia di persone. L’imam e gran parte dei responsabili della congregazione sono egiziani, perfettamente integrati e molti dei quali sposati con donne italiane. Dopo una lunga battaglia il Comune ha concesso loro lo spazio nello stabile, e da allora non si sono verificati gli incidenti paventati dall’allora opposizione capitolina di centro-destra (e anche di estrema destra).
Vedremo se andando avanti le due Comunità saranno veramente in grado di sviluppare attività comuni e strategie solidali come dichiarato durante la cerimonia. Intanto vanno rilevati i motivi di soddisfazione: una minoranza storica di questo paese si pone come ponte per favorire il percorso di integrazione di una minoranza più recente, individuando temi di cui occuparsi potenzialmente insieme (macellazione rituale, scuole parificate, intese); tutto ciò accade in una zona per molti aspetti complessa, certamente non benestante e in cui non mancano motivi di attrito con gli immigrati; l’Amministrazione – con alcune eccezioni – si mostra capace di favorire queste sinergie e di sviluppare politiche serie che, senza indulgere sul tema della sicurezza, affrontano i problemi delle comunità del territorio e li risolvono prima che le tensioni si incancreniscano (vedere le infinite querelle al nord sulle moschee).
Con una differenza importante tra destra e sinistra, su cui secondo me sarebbe interessante riflettere. Nel progetto originario, previsto dalla giunta di centro-sinistra, moschea e sinagoga dovevano essere entrambe all’interno della Vittorio Emanuele. Una scelta coraggiosa ed accettata da entrambe le comunità. Una volta insediatasi, invece, la destra ha preferito individuare un altro sito per la sinagoga, fermo restando che ha mantenuto gli impegni della passata amministrazione. Quando si parla di integrazione, conviene forse andarci piano, visto che la Vittorio Emanuele è un edificio multifunzionale che ha già tanti problemi? E ancora: nei rapporti tra gruppi diversi, conviene forse procedere per gradi? Sono interrogativi importati, la cui risposta è tutt’altro che scontata.
 

L’EUROPA FERMI L’EGIZIANO

Da “l’Unità” 13 settembre 2009

L’EUROPA FERMI L’EGIZIANO      

di Tobia Zevi

 

«Dedichereste un asilo-nido a Erode?», domandava Roberto Benigni in un suo vecchio spettacolo. E voi, nominereste direttore dell’organizzazione internazionale della cultura, dell’educazione e della scienza (UNESCO) chi dichiarò di «voler personalmente bruciare tutti i libri di scrittori israeliani»? In effetti il ministro egiziano della cultura, Hosni, non sembra avere un profilo ideale: in 22 anni di onorata carriera non si contano scrittori, blogger e artisti imprigionati, torturati e ridotti al silenzio. E anche recentemente, di fronte all’attivismo dell’ambasciatore americano all’Unesco, David Killion, il candidato non ha trovato niente di meglio che sillabare sprezzante «quell’ebreo» (che poi neanche era vero). Lasciamo da parte tutta la solfa sul ruolo della cultura nella comprensione tra popoli, culture e tradizioni differenti. Prendiamola dal punto di vista politico. Francia e Italia non sono contrarie (e sfugge la coerenza del nostro governo). Gli Usa, alleati di Mubarak, nicchiano, e persino Israele si dice convinto delle giustificazioni tardive di Hosni – pare vergate personalmente dal ghost-writer di Sarko – allo scopo di riportare a casa Gilad Shalit. Un inno corale alla realpolitik, a pochi mesi dalla farsa della Conferenza ONU sul razzismo che fu il trionfo di Ahmadinejad. La questione è arcinota: come evitare che gli organismi internazionali si rendano ridicoli, spinti dalla necessità di non escludere la maggioranza delle nazioni aderenti, di fatto antidemocratiche e autoritarie? Non c’è risposta, ma si può sperare in un minimo di buon senso. Quello che manca all’Europa, divisa tra tre candidature e che spiana la strada all’egiziano. Dunque, va bene essere realisti, ma può la cultura mondiale essere rappresentata da un uomo così? Se l’Unesco diventa una costosissima camera di compensazione, forse ne va riconsiderata l’utilità.

 

NON SOLO TEMA PROF E STUDENTI E IL REBUS DELL’ITALIANO

Da “l’Unità” 26 agosto 2009

NON SOLO TEMA PROF E STUDENTI E IL REBUS DELL’ITALIANO

di Tobia Zevi

 

Lo scrittore americano Frank McCourt («Le ceneri di Angela»), recentemente scomparso, ricordava così il suo insegnamento a scuola: «Avrebbero dovuto avvertirmi. Ehi, Mac, la tua vita sarà tutta così: giornate e nottate intere a leggere storie, poesie, diari, biglietti d’addio di aspiranti suicidi, invettive, giustificazioni, commedie, temi, perfino romanzi, tutti frutto del lavoro di migliaia – e dico migliaia – di adolescenti». Montagne di carta accumulate sulla scrivania del professore, ore di fatica e mani sudate per studenti di tutte le età. Ecco a voi il tema d’italiano, oggetto del bel saggio di Luca Serianni e Giuseppe Benedetti «Scritti sui banchi» (Carocci, pp. 215, euro 19,50). Denso di esempi concreti, il libro descrive vizi e virtù linguistiche degli studenti, ma anche le difficoltà degli insegnanti, pratiche e teoriche, a definire criteri equi per correggere e valutare.

Il tema, cuore del percorso formativo e simbolo di una cultura nazionale prevalentemente umanistica, è da sempre tacciato di due peccati: artificiosità e arbitrarietà. Una prova scritta che rimane confinata nella pratica scolastica senza alcuna comunicazione con la vita reale: «la cultura scolastica (…) formava un sistema coerente, artificiato e indiscusso. (…) lo sbaglio era il centro stesso del sistema (…) si finiva col credere che esistesse una specie di teologia del rosso (veniale) e del blu (mortale). In generale non si era nutriti di cose, ma di parole sulle cose» (Meneghello). E in più un’esibizione di potere da parte dell’insegnante. La celebre «Lettera a una professoressa» di don Milani lo riteneva classista, addirittura razzista, come la stessa nozione di voto. Una denuncia democratica e pedagogica alla base di non poche esagerazioni («non esistono gli errori»).

E oggi? Le indagini internazionali non sembrano incoraggianti: i ragazzi italiani scrivono peggio dei loro coetanei europei. Non si giudicano gli studenti per la conoscenza di quanto appreso a scuola, ma per le «competenze» esportabili nell’orizzonte extrascolastico. In effetti, scorrendo le varie performance, colpiscono non tanto gli strafalcioni, ortografici o morfo-sintattici che siano, ma la frequente incapacità di organizzare logicamente un testo imperniato su connettivi e coesivi linguistici. Con differenze abissali tra Nord e Sud e tra licei e istituti tecnici.

In prima linea ci sono i professori, sviliti frequentemente da una concezione burocratica e aziendalista dell’insegnamento: a loro spetta misurarsi con la realtà individuale di ogni studente coi suoi specifici problemi. Serianni, storico della lingua, nota che in alcune situazioni il collasso delle strutture logiche e linguistiche non si può affrontare con la semplice correzione degli errori. È il caso per esempio degli studenti stranieri: prima di dedicarsi al tema occorrerebbero specifici esercizi di natura più tecnica. Gli insegnanti, quelli bravi, vanno in questa direzione: compiti che sviluppano specifiche competenze grammaticali o stilistiche e una valutazione – il più possibile chiara ma sempre soggettiva! – che non si riduce al voto, ma che cerca un dialogo con il ragazzo anche attraverso il confronto con le prove precedenti (senza sconfinare nel ridicolo «Devi fare meglio, Giulia»). Ma non mancano quelli pigri, che segnalano gli errori in fretta e furia, non li commentano, spesso ne dimenticano parecchi (per esempio il costante deficit di punteggiatura) o addirittura ne aggiungono di propri.

In generale sembra essersi affermata l’idea che un titolo come «La vita…dietro questa parola si celano tante emozioni e tanti aspetti del proprio carattere. Parla di tutto ciò che significa per te questa parola» induca alla prolissità, alla genericità e ai luoghi comuni più corrivi, e che dunque sia preferibile elaborare tracce più puntuali. Quello a cui invece i docenti non sembrano rinunciare è l’italiano asettico e irreale della scuola, ricco di «il quale», «egli» invece di «lui», e in cui le ripetizioni sono un delitto. Dove non ci si «arrabbia», ci si «inquieta», una sorellina non può essere «in gamba» (ma «sveglia», sì!), un giocatore non «si mette» in attacco, ma «ricopre il ruolo di attaccante», e in cui non «si va» ma ci «si reca».

Gli insegnanti affibbiano raramente voti sotto 4 e sopra 8, penalizzando spesso gli studenti più brillanti ed mostrando una tendenza livellatrice. In una società in cui si predica continuamente il merito, bisogna stare attenti. A non fare come descritto ancora da McCourt: tre punti per la presenza. Due o tre punti in più per la bella calligrafia. Altri due per la struttura, guarda che rientri! Diamogli due punti per il padre morto nel canale. Perché non gli diamo altri punti? In fondo è un bravo ragazzo, e poi suo fratello Stan l’hanno mandato in Vietnam…  

 

UNA LOGICA DA UTILIZZATORI FINALI

Da “l’Unità” 23 agosto 2009

UNA LOGICA DA UTILIZZATORI FINALI

di Tobia Zevi

 

Si trattasse solo di Camoranesi, Amauri e Thiago Motta la questione sarebbe meramente sportiva. Con una posizione progressista, rappresentata da Marcello Lippi, ed una conservatrice capitanata da Azeglio Vicini, il ct delle notti magiche. Invece la polemica sull’opportunità di impiegare oriundi in nazionale, se collegata al dibattito pubblico sull’immigrazione, induce una riflessione tetra. Tradisce una concezione dello straniero, nella coscienza del paese, come oggetto da scegliere e da usare (in questo caso per difendere il titolo mondiale del 2006). E poi da gettare via quando i beneficiari – gli utilizzatori finali, direbbe l’ottimo Niccolò Ghedini -, noi cittadini italiani di pelle bianca, non ne abbiamo più bisogno per la nostra impresa o per le nostre case. La logica è sostenuta espressamente nel Decreto-sicurezza, che concede la possibilità di sanare la posizione di colf e badanti proprio mentre entra in vigore il reato di clandestinità. Una «regolarizzazione selettiva», cioè una discriminazione legale che vieta il permesso di soggiorno a padri, figli, fratelli di quelle colf o badanti, a loro volta operai, braccianti, pizzaioli. Una ferita intollerabile alla Costituzione ed anche a qualunque sentimento morale, religioso o laico che sia. Un’ingiustizia rivendicata e inutile, come dimostrano due recenti ricerche: secondo la Banca d’Italia gli immigrati non tolgono il lavoro agli italiani, per la semplice ragione che alcuni mestieri gli italiani non sono più disposti a farli (preoccupante è invece che siamo ultimi tra i paesi sviluppati per immigrazione qualificata). Addirittura, secondo i dati di Confartigianato, quest’anno cadranno nel vuoto 30 mila offerte di lavoro di piccole e medie imprese che cercano falegnami, meccanici, parrucchieri, elettricisti. Proprio quelle professioni per cui ci sarebbe casomai bisogno di più manodopera straniera. Insomma, dopo aver passato l’estate a dibattere sui dialetti e sulle gabbie salariali, grazie al Governo ci riscopriamo più cornuti (cioè culturalmente imbarbariti) e più mazziati (cioè poveri). Complimenti.

PS: Personalmente sono favorevole all’impiego degli oriundi.

PPS: Concludendo con lo sport, merita un plauso la Iaaf, federazione internazionale di atletica, messa sulla graticola per non essere riuscita a stabilire il sesso di Caster Semenya, neo-campionessa mondiale sugli 800 piani. La federazione si è mostrata inefficiente e ritardataria nell’affrontare questa questione spinosa. Ma si è rifiutata di percorrere la classica soluzione «all’italiana», squalificare la sudafricana per aver investito una concorrente in semifinale, come molti suggerivano. Dopo la triste prova di sé offerta sul caso Oscar Pistorius, complimenti.

 

ALLA RICERCA DI UNA MEMORIA CONDIVISA

Da “l’Unità” 3 agosto 2009

ALLA RICERCA DI UNA MEMORIA CONDIVISA

di Tobia Zevi

 

La decisione sembrerebbe ovvia in qualunque paese. Non in Israele. Ha fatto scalpore l’approvazione di una legge, voluta dal Ministro dell’Istruzione Gideon Saar, che bandisce, a due anni dalla sua introduzione nelle scuole, il termine «Nakba» (“catastrofe”). Così i palestinesi definiscono la sconfitta araba nel 1948 e la nascita dello Stato d’Israele. La vicenda è per certi versi surreale: il governo italiano, ad esempio, non consentirebbe mai ad un professore di liceo di parlare del quattro novembre come di una giornata di lutto. E tuttavia mostra la difficoltà di scrivere la storia in un paese dall’identità spaccata: circa un quinto dei cittadini israeliani, più di un milione di persone, sono palestinesi. Lamentano di sentirsi israeliani di serie B – non senza ragioni – sebbene abbiano una rappresentanza parlamentare, non prestino il servizio militare e le loro condizioni sociali siano molto migliori di quelle degli arabi dei paesi confinanti. Coltivano una memoria minoritaria contrapposta all’epopea sionista, peraltro problematizzata negli ultimi anni dai «nuovi storici» ebrei israeliani.  Sperimentano un contesto di frustrazione che rende difficile un confronto problematico con la propria storia. I loro cugini, fuggiti o cacciati nel 1948, vivono nei territori palestinesi o in Siria, Giordania, Egitto. Ma anche gli ebrei israeliani stanno vivendo un momento particolare: la politica mediorientale di Obama suscita paura e diffidenza alimentate dall’aggressività iraniana. E i risultati delle recenti elezioni vanno letti in questa luce, con un esecutivo formato da varie destre (storica, nazionalista, religiosa) e la sinistra praticamente sparita. Si può spezzare il circolo vizioso? Il lavoro della memoria è faticoso e doloroso, e per prima cosa deve evitare strumentalizzazioni politiche. È il caso, luminoso e drammatico, della Commissione per la Verità e la Riconciliazione nel Sudafrica di Nelson Mandela. Ma anche di quei, pochi, ebrei e arabi che spiegano faticosamente ai giovani che la verità non ha mai solo un colore, e che bisogna indagare le ragioni dell’altro: solo la settimana scorsa abbiamo letto di un palestinese che gira i villaggi arabi raccontando la Shoah a chi inopinatamente la paragona a Gaza. Costruire una memoria condivisa significa attribuire responsabilità storiche, rinunciando a rivendicazioni e vendette. Un’operazione che in Italia ha funzionato grazie al fronte antifascista, ma che oggi appare frequentemente sotto attacco. E che insomma non è mai facile. Tanto meno in un contesto come quello israeliano, che richiederebbe cautela estrema. In questo senso la scelta del governo israeliano, di per sé non scandalosa, ce la saremmo risparmiata.

 

I DIECI QUESITI DI UN GIOVANE DEMOCRATICO AI LEADER

Da “Il Sole 24 ore” 17 luglio 2009

I 10 QUESITI DI UN GIOVANE DEMOCRATICO AI LEADER

di Tobia Zevi

 

Cari Franceschini, Bersani, Marino,

sono un militante, e iscritto, del PD. Questo partito è la prima organizzazione politica di cui faccio parte, e per cui a suo tempo mi entusiasmai. Oggi provo, insieme a molti altri, un senso di disillusione. Si parla solo di nomi. Si menzionano continuamente «vecchio» e «nuovo», col rischio di non elaborare una strategia per il futuro. Per questo vi pongo dieci domande – va di moda! – a cui tengo in prospettiva generazionale. Le risposte orienteranno il mio voto (e solo il mio) nel prossimo congresso. Vorrei sapere:

1)      Come si tutelano i giovani, entrati nel mercato del lavoro senza un contratto a tempo indeterminato? Con quali ammortizzatori per i periodi di inattività? Con un reddito minimo garantito, un contratto unico d’inserimento a più scatti, o con che altro?

2)      Come si rafforza l’imprenditoria giovanile? Con quali incentivi, dal punto di vista degli investimenti, delle procedure e della ricerca?

3)      Oltre alla parificazione dell’età pensionabile, e in futuro forse all’abolizione della reversibilità, come favorire un’uguaglianza reale tra uomini e donne, aumentare l’occupazione femminile e convincere i mariti ad usufruire dei congedi parentali?

4)      Come risvegliare la nostra martoriata università? Si può consentire ad un giovane che vuole fare ricerca, o insegnare, di farlo senza rimanere a carico dei genitori – chi può! – per 15 anni, o legarsi ad un barone?

5)      Cosa pensate di fare per la scuola? Non dovrebbe essere questo il nostro punto di partenza, per noi che miriamo a garantire uguali opportunità indipendentemente dalla famiglia in cui si è nati?

6)      Quali sono gli impegni da assumere per l’ambiente? Dopo il segnale lanciato dal G8, assai lontano nel tempo e impossibile da verificare, noi cosa proponiamo per la sostenibilità del pianeta e per tutelare lo straordinario patrimonio paesaggistico del nostro paese?

7)      Se il PD andrà al Governo, si impegna a ripristinare i fondi per la cooperazione allo sviluppo e a raggiungere la quota dello 0,7% del PIL in favore dei paesi poveri richiesta dall’ONU? E quale sarà la nostra visione politica e normativa sul tema dell’immigrazione?

8)      Siete favorevoli ad una legge che regolamenti le unioni di fatto, anche quelle omosessuali? E alla ricerca scientifica sulle cellule staminali? Nella nostra concezione, il testamento biologico dovrà imporre alimentazione e idratazione anche a chi non vuole farvi ricorso?

9)      Come rendere più umani i tempi della giustizia, che rovinano chi non ha i soldi per un buon avvocato o chi è vittima di errori giudiziari? Non sarebbe il caso di ripensare in chiave garantista alla custodia cautelare? É tollerabile che il «mostro» venga sistematicamente sbattuto in prima pagina senza che il processo sia ancora iniziato?

10)   Che futuro ha un paese avvelenato per metà dalla criminalità organizzata? Si può accettare una cosa del genere? Come si combatte la piaga della rassegnazione, che spesso comincia con una raccomandazione, unica possibilità perché un giovane venga assunto?

 

Vi ringrazio dell’attenzione, con stima,

Tobia Zevi

EBREI E CATTOLICI C’E’ ANCORA VOGLIA DI DIALOGO

Da “l’Unità” 17 luglio 2009

EBREI E CATTOLICI C’E’ ANCORA VOGLIA DI DIALOGO

di Tobia Zevi

 

Pochi giorni fa sono tornato dal primo meeting mondiale tra giovani leader cattolici ed ebrei, organizzato dalle associazioni giudaiche che si occupano di dialogo (IJCIC) e dalla Commissione pontificia per i rapporti con il mondo ebraico. Un appuntamento a cui ero andato con un misto di speranza e diffidenza. A quasi 50 anni dalla Nostra Aetate, il documento conciliare che avviò questo confronto, poche settimane dopo la visita di Benedetto XVI in Israele e a pochi mesi dal suo storico ingresso nella sinagoga di Roma, negli ultimi mesi abbiamo vissuto momenti assai difficili. In particolare: il ripristino della preghiera del venerdì santo; la riammissione dei lefebvriani; le obiezioni ebraiche alla beatificazione di Pio XII. Problemi enormi, che non hanno però compromesso la volontà di parlarsi e rispettarsi. Qualcosa, a mio parere, di molto importante e addirittura di storico.

Sono tornato da Castelgandolfo (sede dell’incontro era la Mariapoli del Movimento Focolare) abbastanza rinfrancato. Il dialogo può e anzi deve proseguire, soprattutto sul piano politico. Recentemente il teologo Vito Mancuso affermava che, sebbene le beatificazioni siano un affare interno della Chiesa, bene fa Ratzinger a temporeggiare su Pio XII, se questo rischia di rovinare le relazioni con mondo ebraico. Una considerazione di natura esclusivamente pragmatica. Altrettanto «politico» è il lavoro necessario per estirpare l’antisemitismo da alcuni settori della Chiesa più resistenti all’impostazione post-conciliare. Un impegno educativo e culturale, perché difficilmente si raggiungeranno ulteriori innovazioni dal punto di vista dell’elaborazione teologica o dottrinale. Oggi non si parla più di nuova Alleanza (quella di Gesù) che ha rotto la precedente (quella ebraica). E i prelati spiegano – nella quasi totalità dei casi – il Nuovo Testamento senza assumere una prospettiva antigiudaica. Anche gli ebrei, che negli anni Novanta hanno ottenuto il riconoscimento dello Stato di Israele da parte della Santa Sede, conoscono i compiti che li aspettano: promuovere un accordo sui luoghi santi per i cattolici in Medioriente – ma la scelta finale spetta ovviamente al governo israeliano – e contrastare in loro stessi una diffidenza che è retaggio di millenni di ostilità. Tutte azioni che richiedono un percorso lungo, ma che condividono tre grandi sfide globali: la paura di una compressione della fede nelle coscienze e nelle società europee; il ruolo crescente dell’Islam in Occidente e la sua difficile gestione; la speranza in un mondo in cui i possano affermarsi i Diritti dell’uomo, della vita, della pace. Questioni gigantesche, che obbligano al coraggio una nuova generazione di leader politici e spirituali.

 

UN TRENO DI BUONI PROBLEMI

Da “l’Unità” 12 giugno 2009

PER IL PD UN TRENO DI BUONI PROBLEMI

di Tobia Zevi

 

Una generazione generosa, piena di slanci, da conoscere più che da riconoscere. Ragazze e ragazzi che vivono la politica come contributo, impegnati nei circoli, nelle associazioni, sul territorio. Studenti, precari della scuola, giornalisti a caccia di collaborazioni, dottori di ricerca con poche speranze di entrare nell’università. Ma anche cantautori, scrittori di libri per ragazzi, dirigenti di partito. La lotta è contro una quotidianità infame che li rende precari fino ad età inconcepibili: il che impedisce, in molti casi, di costruire una piattaforma generazionale unitaria, comunitaria, se vogliamo politica. Una fatica spesso vissuta in solitudine, senza obiettivi condivisi, priva di una visione del mondo da organizzare in un’attività di militanza. Poca voglia di concepirsi in lotta, ma anche una difficoltà a definire un nuovo linguaggio, più al passo con i tempi, che possa sostituire i vecchi riti della mobilitazione. Una fortissima disillusione nella volontà di chi comanda di farli sedere nella cabina di regia se se lo meritano. E quindi una rivalità con i pochi fortunati che ad emergere ce la fanno – si chiamino Madia, Serracchiani, Renzi -, cooptati o giustamente decorati che siano.

A questa massa confusa di passione politica prova a dare corpo il PD, a partire da Anna Maria Parente, organizzando corsi di formazione che colmano un vuoto di almeno quindici anni. Un’ambizione giusta che vuole forgiare nuovi leader per sostituire i vecchi che si guardano bene dal lasciare il passo; e che dovrebbe fornire gli strumenti – non la «linea», per carità! – per interpretare un mondo che cambia rapidamente. Uno sforzo che ha prodotto alcuni buoni risultati: il treno per l’Europa, per esempio, che ha portato 300 ragazzi a confrontarsi in varie capitali europee, innovativo e lontano anni-luce dalle Frattocchie. Ma anche un percorso che deve diventare più efficace, selezionare, proseguire dopo i tre giorni con telecamere al seguito. L’energia di questi giovani è un’importante risorsa. Gestirla è per il PD un buon problema. Occorre solo rimboccarsi le maniche e avere più coraggio. Giovani per primi.

 

LA RIVOLTA DEGLI ZINGARI

Introduzione a:

LA RIVOLTA DEGLI ZINGARI: AUSCWITZ 1944 (di Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano)

di Tobia Zevi

 

Zingari ed ebrei, in fuga dai nazisti, che si incontrano. Diffidenza, paura, smarrimento. Solo dopo essersi finalmente riconosciuti i due gruppi si sciolgono in una danza liberatoria, sulle note della musica klezmer e di quella gitana. Molti ricorderanno questa scena dal meraviglioso film «Train de vie», uno dei pochi casi in cui la Shoah ed il Porrajmos vengono messi in relazione. E questo è il primo merito del libro: raccontare con rigore scientifico – ma anche con pathos – il massacro nazista delle popolazioni nomadi della Germania e dei paesi est-europei. Una storia poco conosciuta (al pari delle persecuzioni a portatori di handicap, malati mentali, omosessuali, testimoni di Geova) dai tratti di violenza ed inumanità difficilmente immaginabili. Se la memoria della Shoah ha assunto un’importanza assoluta sul piano culturale e mediatico – il che non vuol dire che il fenomeno sia realmente conosciuto! – non possiamo affermare la stessa cosa per quanto riguarda la vicenda degli zingari.

Diversi fattori possono aver contribuito a questo stato di cose. In primo luogo le testimonianze del Porrajmos sono state disponibili generalmente per un lasso di tempo più breve, poiché l’aspettativa di vita è assai più bassa tra i nomadi (e si ricordi che dopo la guerra non fu immediato il racconto dei superstiti). Inoltre gli zingari erano già poco integrati nelle società europee. La loro tradizione millenaria, presente fin dal Medioevo, non era mai stata centrale per le culture del continente, come invece era stata quella giudaica per il Cristianesimo e poi a partire dall’Emancipazione. Gli ebrei avevano combattuto nella Grande Guerra – si pensi alla drammatica conclusione dell’«Amico ritrovato» di Fred Uhlman – e si consideravano francesi, tedeschi, italiani. Sovente erano stati nazionalisti, nel nostro paese la gran parte era favorevole al fascismo.

Da ultimo ha influito il confronto con la Shoah. Il computo numerico delle vittime e la pianificazione industriale nell’annientare il primo popolo monoteista ha reso unico il loro genocidio. Un secolo terrificante come il Novecento ha fatto della contabilità dei morti uno strumento comune e non sempre privo di utilità. Ed è per tutto questo che è assolutamente necessario recuperare una consapevolezza storica del Porrajmos, nel momento in cui si va chiudendo, anche per lo studio della Shoah, quella che è stata definita «Era del testimone».

Ma a cosa serve ricordare? La risposta più efficace, e paradossalmente banale, ce la fornisce Primo Levi ne «I sommersi e i salvati», lo straordinario saggio sull’esperienza e sulla memoria di Auschwitz che egli scrisse a un anno dalla sua tragica scomparsa. Affinché non accada mai più. Mai più. È plausibile che qualcosa di simile accada oggi, in un’epoca di prosperità e di sviluppo (almeno nella metà del mondo che mangia)? Secondo l’autore di «Se questo è un uomo» sì, la storia non insegna e l’uomo continua a perpetrare ingiustizie e sopraffazioni, come già dimostrano le varie carneficine della seconda metà del secolo scorso. Non può non colpire che ad affermare una verità così amara sia proprio Levi. D’altra parte è lecito nutrire dubbi sull’eventualità che oggi, in un pianeta così stabilmente interconnesso, un progetto sistematico di annientamento per ragioni culturali o etniche possa avere luogo con le medesime modalità. I massacri della ex-Jugoslavia, del Rwanda, del Darfur (tuttora in atto) sono impressionanti ed inaccettabili, scandalosamente tollerati dalla comunità internazionale per ragioni di realpolitik, ma certamente diversi dalla Shoah.

Occuparsi di memoria però ha senso solo se questa acquisisce una dimensione attiva, non monumentale, non retorica. Porre l’accento sulle responsabilità, indurre i giovani ad immedesimarsi non esclusivamente con le vittime, ma anche coi carnefici e con chi stette a guardare, spingerli ad indignarsi per l’ingiustizia dovunque si trovi. Il mondo non può essere globale quando serve – internet, viaggi low-cost, occasioni professionali -, e nazionale quando si ha che fare con la sofferenza altrui.

La nota più preoccupante, tuttavia, è che sentimenti che ritenevamo ormai estranei al nostro dna – razzismo, xenofobia, antisemitismo, o «nuove» apparizioni come l’islamofobia – sono recentemente tornati di attualità anche in Italia. Il tema della «sicurezza», ovviamente cruciale per l’opinione pubblica, è stato frequentemente cavalcato per ragioni elettorali o di bottega. Si è soffiato sul fuoco dell’intolleranza utilizzando terminologie pericolose nei riguardi, tra gli altri, di romeni, musulmani, immigrati in generale e naturalmente degli zingari (nel nostro paese poco più di cento mila, la gran parte cittadini italiani!). Un meccanismo perverso – aggravato da provvedimenti legislativi ingiusti e discriminatori nei confronti degli immigrati – che tende a creare nell’immaginario collettivo fantasmi di «gruppi» indipendentemente dalla loro reale composizione sociale. Il rumeno che stupra, lo zingaro che ruba (i bambini!), l’immigrato che delinque, il musulmano che ci invade. Non contano i numeri, i dati oggettivi, persino la percezione individuale passa in secondo piano: l’anziana di provincia che tiene da sempre la porta di casa aperta gira senza ragione la chiave nella toppa, la donna teme di essere violentata percorrendo le strade dove ha sempre passeggiato, il pensionato assistito dalla badante rumena ha paura dell’etnia di cui questa fa parte. Si è decisamente passato il segno, sebbene nessuno contesti che la sicurezza debba essere un valore per tutti, indipendentemente da destra e sinistra.

Per gli zingari, poi, – soprattutto in un’epoca instabile come la nostra, aggravata da una crisi economica spaventosa e da un ingigantirsi inevitabile dei flussi migratori – la situazione è ancora più complessa. Uno stile di vita alternativo al nostro, nomade e non stanziale, con una tradizione eminentemente orale (bellissime le pagine sul diario a più mani redatto nello Zigeunerlager). La paura del diverso, che è spesso alla base dell’intolleranza, si nutre in questo caso anche di un’alterità oggettiva di tipo culturale ed esistenziale, percepita però come minacciosa – in un certo senso come temendo la propria immagine riflessa nello specchio – in un’epoca di mutamento, di precarietà, di transizione. La globalizzazione è certamente un’opportunità, ma ha mostrato di essere anche fonte di ingiustizia, ed il nomadismo è degli aspetti negativi simulacro di straordinaria potenza evocativa. Non è strano che su questo elemento abbiano storicamente fatto perno le persecuzioni ad ebrei e zingari, i due popoli senza terra che hanno attraversato la storia europea. Nel caso degli zingari senza aver mai imbracciato armi, cosa non priva di importanza!

Nella tradizione giudaica Amalek, lo spirito demoniaco, si può manifestare in vari modi. Egli vuole distruggere il popolo ebraico o sul piano fisico o su quello spirituale. La prima modalità è incarnata da Aman, plenipotenziario del re di Persia che tentò di sterminarli poiché rifiutavano di inchinarsi al suo passaggio (Hitler è stato ritenuto il nuovo Aman), la cui sconfitta viene celebrata nella festa di Purim; per la seconda ci si riferisce invece ad Antioco III Epifane, reggente della Palestina ellenista, che vietò di pregare nel Tempio e di osservare i precetti religiosi, e che fu sconfitto nella rivolta guidata dai Maccabei. Oggi tutti abbiamo sfide importanti davanti a noi. Le classi dirigenti, la politica, chi si occupa di memoria, devono evitare l’imbarbarimento della nostra società – anche dal punto di vista linguistico, con il pretestuoso attacco al politically correct – e del nostro modo di rapportarci con il diverso. Per quel che riguarda gli zingari non dobbiamo temere solo la violenza vera e propria – il raid di Ponticelli – ma anche lo scherzo sull’autobus, lo sguardo di sufficienza, l’incapacità di vedere in quella persona un altro essere umano che ride, soffre, ama e sbaglia. La vergogna non è solo non volerli, ma anche accettarli purché siano come noi, estirpandone particolarità e cultura. Dal sentirsi superiori all’aggressione, il passo è più breve di quello che immaginiamo. Spesso, purtroppo, nell’indifferenza colpevole di tutti.

RIFINANZIARE LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E’ UNA PRIORITA’

Da “l’Unità” 3 giugno 2009
di Tobia Zevi

Il Partito democratico ha bisogno di una visione del mondo. Deve puntare sui Diritti umani e sull’incremento (anche qualitativo) della cooperazione internazionale. Diritti: la salvaguardia delle libertà fondamentali della persona, in ogni parte del mondo e a prescindere dalla sua condizione sociale, deve essere il primo traguardo a cui tendere. Dal momento che il PD si candida a governare il paese – speriamo il prima possibile! – è chiaro che a questa speranza ci si deve indirizzare con piccoli passi, discutendo e negoziando con i paesi dove questi principi non vengono rispettati, anche attraverso rinunce dolorose e compromessi. Cooperazione: la finanziaria triennale del Governo ha tolto 510 milioni ai paesi in via di sviluppo da qui al 2011. Una sforbiciata drammatica per i progetti già avviati e per quelli futuri immaginati dalle ONG e dai partner locali. Il PD faccia una battaglia su questo, evidenziando che è scandaloso che l’Italia sia la nazione sviluppata più lontana dallo stanziamento dello 0,7% del PIL, soglia che l’ONU richiede per raggiungere gli Obiettivi del Millennio. Chiedere libertà, uguaglianza e giustizia sociale va bene. Ma occorre scegliere politiche che favoriscano il miglioramento delle condizioni di vita per tutti. In qualunque angolo del mondo si trovino.

LA SHOAH E LA CAMPAGNA ELETTORALE

Da “l’Unità” 27 gennaio 2009

LA SHOAH E LA CAMPAGNA ELETTORALE

di Tobia Zevi

 

Silvio Berlusconi ha definito «lager» i Centri di identificazione ed espulsione (Cie). Quegli stessi luoghi dove il suo governo ha stabilito di recludere gli immigrati irregolari fino a sei mesi invece di due. L’affermazione va dunque contestualizzata nella strategia con cui la maggioranza sfrutta il tema immigrazione sin dal suo insediamento: sicurezza, repressione, paura, intolleranza. Frasi e misure stigmatizzate dagli organismi internazionali, che il ministro della Difesa si è prontamente incaricato di insultare. Il premier, però, non è che l’ultimo (per una volta!) ad attingere alla Shoah nella retorica del dibattito pubblico. Alla stessa maniera si esprimevano in passato esponenti della sinistra radicale, e lo stesso Dario Franceschini ha marchiato il decreto in materia di sicurezza come «leggi razziali», guadagnandosi una replica decisa da parte delle Comunità ebraiche. Per non parlare poi della stella gialla esibita drammaticamente sul bavero da Marco Pannella. In generale ritengo che questo paragone andrebbe adoperato con la massima cautela. Non perché lo sterminio (unico nella storia) di ebrei, rom, portatori di handicap, omosessuali non debba costituire un monito per il presente – magari! -, ma perché si rischia di inflazionarlo, favorendo conseguentemente, e paradossalmente, l’impunità per le ingiustizie di oggi.

Rispetto agli anni Trenta tutto è cambiato dal punto di vista storico. Ciò non toglie, però, che per esempio il reato di clandestinità affermi un principio terribile, ovvero che la sanzione penale dipende non dal comportamento ma dall’identità (colpevole in quanto clandestino, non in quanto delinquente). E tuttavia, se proprio non si vuole evitare il ricorso a questa «misurazione» storica, che almeno lo si faccia in buona fede. Nel nostro paese sta risorgendo un preoccupante clima di intolleranza verso lo straniero, che spesso sfocia in atti di violenza. Su questo sentimento di per sé pericoloso la destra costruisce il consenso con slogan, annunci vergognosi e relativa ritrattazione (ultimo caso: la proposta di separare milanesi e resto del mondo nella metro di Milano). Di quest’atmosfera si avvantaggia al momento il governo, grazie a quel «torvo-buonismo» di cui parla Luigi Manconi. Quel meccanismo per cui una pesantissima campagna anti-rom sarebbe portata avanti in favore dei bambini sfruttati, o la norma sui presidi-spia (poi ritirata) sarebbe promulgata per evitare che i minori clandestini si scoprano apolidi in futuro (nel paese che rende loro impossibile ottenere la cittadinanza). Un’inversione della realtà sempre strumentale e gravissima. Ma che quando si utilizza la Shoah lo è ancora di più: per non farli stare nei lager, li buttiamo a mare. Per il loro bene, s’intende.

 

LE MOSSE DI LIEBERMAN LO SCALTRO

Da “l’Unità” 9 maggio 2009

LE MOSSE DI LIEBERMAN LO SCALTRO

di Tobia Zevi

 

Alcune settimane fa ho partecipato a un incontro tra pacifisti israeliani e palestinesi. Questi confronti hanno una lunga storia: dall’entusiasmo rivoluzionario e sinistrorso degli anni Ottanta sono sopravvissuti alla speranza degli accordi di Oslo e al dolore della seconda Intifada. Mi ha colpito il tono reducistico, ripetitivo, cupo degli interventi. «Due popoli, due stati» ripetuto come un mantra e svuotato della sua forza originaria. È bastato evocare Gaza e l’operazione «Piombo fuso» perché svanisse qualsiasi sembianza di concordia: tutti critici nei confronti dei propri governanti, ma anche gli uni verso gli altri. Per aver lasciato Gaza ai terroristi, per essere ricorsi alle armi, per le colonie, per i razzi di Hamas nel Sud di Israele. Uno stillicidio di accuse a cui siamo tristemente abituati, temperato solo dalla volontà di non lasciare definitivamente il campo ai rispettivi estremismi. Un’atmosfera che in questi ambienti non si era mai vista.

Alla luce di tutto ciò va giudicata la visita di Lieberman. Certamente è grave la scelta di non evocare lo «Stato palestinese» e i «Due popoli, due stati». Ma non si può non cogliere, nella retorica aggressiva e ruspante di questo israeliano di origine russa, un barlume di verità: non riempiamoci la bocca di slogan, rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo. Affrontiamo tutti i dossier: i palestinesi, il loro stato e la sua necessaria sostenibilità economica; la sicurezza di Israele, messa in discussione in primo luogo dall’Iran e dai suoi satelliti; le relazioni tra Israele e stati arabi (assai divisi), oltre al ruolo dell’Europa. Sebbene non sceglieremmo Yvette per risolvere questi problemi, egli è più scaltro di quanto la sua rozza – e per certi versi razzista – campagna elettorale ci abbia mostrato. E il suo governo ha lo stesso colore degli esecutivi che hanno fatto la pace nella storia di Israele.

 

IL TIRANNO OSCURA IL SUMMIT

Da “l’Unità” 21 aprile 2009

IL TIRANNO OSCURA IL SUMMIT

di Tobia Zevi

 

Peccato che di razzismo, alla Conferenza di Ginevra, alla fine non si parlerà affatto. Ce ne sarebbe bisogno, dal momento che disuguaglianze e intolleranze nel mondo crescono continuamente. Eppure la nostra attenzione è interamente catturata, mentre si aprono i lavori, dalle sentenze minacciose di Ahmadinejad, terribili e ridicole al tempo stesso. Il tiranno che ha appena incriminato di spionaggio una giornalista, senza contare tutti gli oppositori, veri o presunti, gettati in galera, torturati, ammazzati. Proprio lui rimbalza sulle agenzie giornalistiche di tutto il mondo, nel giorno in cui ci si dovrebbe interrogare sui progressi (eventuali) fatti nella lotta al razzismo e alla xenofobia, e nel rispetto dei Diritti umani. Se i media avranno spazio residuo per parlare di quanto accade a Ginevra, si interrogheranno sull’opportunità di questo summit, o più probabilmente sulla scelta di partecipare operata dalla UE, dall’Inghilterra, dalla Francia, da Benedetto XVI. Per il razzismo globale non rimarrà neanche un trafiletto: non una parola sulle nuove forme di schiavitù, sulla tratta degli esseri umani, su società in cui censo e colore della pelle orientano l’appartenenza ad una casta, sulla discriminazione delle donne, sull’infanzia negata. Niente.

Le Nazioni Unite hanno tutto l’interesse, giustificato, a rendere la partecipazione ai vertici la più ampia possibile. Per questo rincorrono il compromesso fino all’ultimo, nella speranza di tenere dentro tutti. Ma senza una riforma strutturale non possiamo attenderci nulla di buono. Non è semplice, perché i principi e i diritti democratici non sono in maggioranza tra gli stati membri dell’ONU. Se però non riusciamo ad evitare il danno, almeno proviamo a liberarci della beffa. A che serve una Conferenza come questa, se non ad aprire la campagna elettorale del presidente iraniano?

 

QUEI SEGNALI DI PACE TRA LE MACERIE

Da “l’Unità” 17 aprile 2009

QUEI SEGNALI DI PACE TRA LE MACERIE

di Tobia Zevi

 

Può esserci una speranza nella disperazione? Tra le macerie ancora fumanti, l’Italia ha mostrato un’inedita, straordinaria, normalità. Non la generosità dei volontari accorsi, perché a questo eroismo siamo abituati dalle troppe calamità del passato. Una novità di cui spesso, stupidamente, non si parla: la convivenza pacifica e sistematica tra popoli, religioni, culture, storie di vita differenti. Davanti alle 205 bare accostate per il funerale di venerdì, il Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha officiato il rito cattolico. Seguito dall’orazione di un imam, in onore dei caduti musulmani (non un vero e proprio funerale, giacché le salme erano già lontane). E dopo queste parole è risuonato, nella commozione generale, l’inno israeliano della «Hatikvà», cioè  «Speranza». Non per delle vittime ebree, ma per cittadini israeliani islamici (beduini della Galilea), in una complessa sovrapposizione tra identità plurali. E tra tutte le immagini incollate alla nostra memoria la più terribile è forse la bara minuscola di un bambino poggiata su quella di sua madre. Abbracciati dopo la fine, con un orsacchiotto ed una motocicletta-giocattolo che si ostinano a cadere per terra, perché a rimanere su una cassa da morto proprio non ci stanno. Antun, che avrebbe compiuto cinque mesi a Pasqua, e Garinca. Romeni. Che vivevano nel nostro paese, ci sarebbero cresciuti ed invecchiati, e che qui sono morti. Due romeni tra i molti immigrati sistemati alla meno peggio nelle tendopoli per sfollati. Bambini con la pelle di colori diversi che giocano a pallone, che ricominciano a studiare su banchi precari, che chiacchierano in fila quando scappa la pipì ed il bagno chimico è occupato.

Il fatto che si dedichi scarsa attenzione a questi episodi –  anche perché, va detto, le notizie si sono susseguite convulsamente – è certamente un errore, poiché non siamo capaci – o, politicamente, non conviene! – di raccontare la quotidianità virtuosa dell’immigrazione; ma dimostra anche che questa mescolanza non ci provoca più alcuno stupore. Non ci sorprende che tra i marinai rapiti nel golfo di Aden vi siano dieci italiani e sei romeni. In mare, come tra i terremotati, si condividono il cibo e l’incertezza di una condizione spaventosa, e le distanze scompaiono.

Non sono tutte rose e fiori, per carità. Una serie impressionante di violenze razziste e vigliacche contro gli immigrati nella periferia romana si è purtroppo incaricata di ricordarcelo. Ma non dobbiamo raccontare solo questo. Si ripete frequentemente, con una formula un po’ trita, che la società è più avanti della politica. Per un paese che non si è ancora decentemente dotato di una legge di cittadinanza funzionale ed umana (e con un governo che sembra addirittura andare nella direzione opposta), però, per fortuna sembra proprio così.