FASCISTOPOLI GARANTISCE ALEMANNO

Da “l’Unità” 31 dicembre 2010
FASCISTOPOLI GARANTISCE ALEMANNO
di Tobia Zevi
Nella conversazione via Facebook tra Francesco Bianco – ex estremista nero recentemente assunto all’Atac – e alcuni amici, emergono sostanzialmente tre messaggi. Il passaggio del corteo studentesco sotto la sede dell’azienda suscita nei neofascisti del web un moto ancestrale: «C’ho i rossi sotto la rimessa». Dopo la chiamata alle armi, fioccano le risposte: «Napalm come se piovesse, non lascia tracce e disinfetta». Oppure «il classico olio bollente efficace ed ecologico». Se il primo istinto evoca gli anni degli scontri nelle piazze – con la piccola differenza che oggi il grido di battaglia muove dalla poltrona e lì si ferma – il secondo commento rappresenta un clima irrimediabilmente diverso, un’epoca schiettamente disincantata. La retorica del «duri e puri» si piega, fino a trasformarsi nel suo contrario post-ideologico e casareccio: «Annate a lavora’, e se non ci riuscite fatevi raccomanda’» è l’invito cinico e furbastro che Bianco lancia ai dimostranti, traendo probabilmente ispirazione dalla propria parabola. Il terzo spunto irrompe come un riflesso condizionato, come i cavoli a merenda. Una certa Jessica scrive bonariamente: «Me sembrano pacifici… lassali passa’». Al che Silvia non resiste alla tentazione del calembour antisemita: «Giusto pacifici… praticamente giudei», alludendo al presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.
É difficile immaginare un compendio più archetipico di un certo clima che si respira nella capitale, almeno a partire dall’elezione di Gianni Alemanno. Accanto alle inchieste della magistratura sulle centinaia di assunzioni senza concorso, la cosiddetta «Parentopoli», si è materializzato il tema degli ex-fascisti «chiamati» – spesso con gravi precedenti penali – ribattezzato dalle opposizioni come «Fascistopoli». Bianco – che nel frattempo è stato sospeso dall’azienda per uso improprio del pc (!) – è solo l’ultimo di una serie di assunti dal profilo a dir poco discutibile. Per costoro il sindaco si è sempre dichiarato garante, sostenendo il diritto alla riabilitazione per chi ha saldato il proprio debito con la giustizia. Giusto. Però qualcosa non torna: 1. Come mai le bravate di questi signori emergono solo a seguito di inchieste giornalistiche, e mai per denuncia di chi – magari per una valutazione errata – li ha assunti? 2. Chi ha scontato la sua pena può e deve essere reinserito. Ma sarebbe doveroso un ripensamento, una rielaborazione, un percorso di redenzione, magari una richiesta di perdono. Un atteggiamento del tutto assente nei casi in questione. 3. É proprio sicuro, il sindaco Alemanno, che gli convenga la strategia del «nessun nemico a destra», in presenza di personaggi tutto sommato poco scaltri, resi impudenti dal tepore dell’impunità?
                                          
                                            
                                            

LO STATO DI SALUTE DELLA LINGUA ITALIANA

Da “l’Unità” 5 dicembre 2010
LO STATO DI SALUTE DELLA LINGUA ITALIANA
di Tobia Zevi

Un assessore del Comune di Milano ha pensato bene di far rimuovere le luminarie natalizie in via Padova – una delle strade più multietniche della città – perché auguravano buone feste nelle diverse lingue parlate dalle comunità della zona. «I veri valori dell’integrazione si concretizzano nel non creare quartieri-ghetto», questa l’assurda motivazione del politico, che forse auspicava un’ altrettanto allarmata reazione degli italiani. Non c’è dubbio che la lingua comune può essere un potente strumento di integrazione o, al contrario, di esclusione (per esempio nei confronti delle donne immigrate). È sempre stato così. Quando Massimo D’Azeglio affermò che «fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani», alludeva probabilmente alla bassissima percentuale di connazionali in grado di parlare in lingua all’indomani dell’Unità. Fu soprattutto la televisione – come spiegò Tullio De Mauro – a invertire irrimediabilmente i rapporti di forza tra lingua e dialetto, e a diffondere l’italiano tra le diverse classi sociali e in tutte le zone del paese. Oggi la questione della salute della nostra lingua riacquista centralità nel momento in cui i fenomeni migratori aumentano e larghi poteri vengono conferiti ad autorità superiori, in primis alle istituzioni europee. Lo stato di salute di un idioma nel «mercato» globale può considerarsi un buon indicatore della vitalità di tutto un paese. E dunque: se si prende in esame il mondo intero si scopre che la curiosità nei confronti dell’italiano è decisamente elevata, inferiore solo a quella verso inglese, francese e spagnolo, assai più parlate. Sono moltissimi gli studenti che all’estero frequentano corsi di italiano per stranieri e le varie iniziative culturali e di sensibibilizzazione riscuotono enorme successo. Semmai lo scarso prestigio dell’Italia sul piano internazionale si riflette in alcune scelte delle istituzioni europee, che escludono spesso e volentieri l’italiano dal gruppo delle lingue di testa. Nella Finanziaria il Governo ha tagliato in maniera irrimediabile i fondi della Società Dante Alighieri, già esiguissimi, ipotecando seriamente la possibilità di un futuro per l’istituto. Per un paese che già attrae solo molto raramente studenti e ricercatori qualificati dall’estero è un ulteriore colpo mortale al proprio avvenire. Ma una notizia buona c’è: Radwan Khawatmi, di origine siriana, alla guida del movimento di stranieri «Nuovi italiani», ha promosso una colletta in favore della stessa Dante Alighieri e dell’Accademia della Crusca, per tutelare la lingua italiana che è «quel meraviglioso collante che ci unisce al di là delle differenze delle nostre origini, fede, credo…». A proposito di integrazione, una piccola grande lezione per il nostro assessore, e per tutti noi.
         

POLITICA ITALIANA E L’ESEMPIO INGLESE

Da “l’Unità” 8 novembre 2010
POLITICA ITALIANA E L’ESEMPIO INGLESE
di Tobia Zevi
    
Nei giorni in cui ci occupiamo morbosamente dell’affaire Ruby – a proposito, non sarebbe più dignitoso chiamarla col suo vero nome, Karima El-Mahroug? – pare troppo facile prendersela con il governo e con la coalizione politica che lo compone. «Sparare sulla Croce rossa», verrebbe da dire. E ancora più impietoso sarebbe istituire un confronto tra i nostri governanti e i loro colleghi occidentali, di destra o di sinistra. Alcune riflessioni però mi sembrano utili, soprattutto alla luce di ciò che accade in Gran Bretagna, dove il premier David Cameron ha recentemente annunciato un piano di tagli tra i più sostanziosi nella storia europea, epigono moderno, e minore, del celeberrimo «lacrime e sangue» prospettato a suo tempo da Winston Churchill. Il giovane governo conservatore e liberale, dunque, dopo aver ereditato uno dei più pesanti debiti pubblici del mondo causato dalla crisi finanziaria, ha affrontato immediatamente i problemi. Tagli pesantissimi al budget dei ministeri (in media meno 25%) e alle spese militari, sebbene venga mantenuto l’impegno con gli alleati in Afghanistan; riduzione dei dipendenti pubblici di 500 mila unità in quattro anni; drastica sforbiciata nel campo dei sussidi e del welfare. Ognuno può avere la propria opinione su queste misure: personalmente, ritengo assai significativa la scelta di non penalizzare – o di farlo poco – la sanità pubblica, la ricerca scientifica, la scuola e l’università e persino i fondi per la cooperazione internazionale verso i paesi poveri, e di risparmiare, per esempio, sulle spese militari. Mi convincono meno, invece, i risparmi sulla cultura e sul sistema di ammortizzatori sociali. Ma non è questo il punto. Il punto è che un ministro dell’Economia di 39 anni, George Osborne, argomenta le proprie opzioni politiche e realizzerà ciò che promette. Dall’altra parte il neo-segretario del partito laburista, Ed Miliband, critica duramente queste scelte, che penalizzerebbero l’economia britannica, le famiglie e lo sviluppo. Due under-40 che si confrontano sulle questioni, consapevoli della differenza dei loro ruoli e dell’orizzonte di tempo che un sistema politico stabile garantisce. E da noi? A parte vantarsi di avere messo in sicurezza i conti pubblici, i tagli lineari sono la negazione dell’arte della politica, che consiste nel discernere ciò che è utile da da ciò che non lo è. Persino la riforma dell’università, presentata come una svolta epocale del sistema – e che in effetti conteneva novità importanti – è finita nel dimenticatoio, risucchiata dalle esigenze di Bilancio e dalle liti tutte interne alla maggioranza. Mentre a Londra si ragiona sugli anni venturi, qui da noi… Right or left, my country.

ATTENZIONE A NON FAVORIRE I NEGAZIONISTI

Da “l’Unità” 18 ottobre 2010
ATTENZIONE A NON FAVORIRE I NEGAZIONISTI
di Tobia Zevi

Esiste qualcosa di intellettualmente più ripugnante che negare l’esistenza della Shoah o minimizzarne la violenza perversa e mortifera? Probabilmente no. E non si capisce come nell’università italiana possano trovare spazio personaggi come Claudio Moffa, sedicente storico che mette in discussione Auschwitz. Proprio a seguito di un suo corso a Teramo Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha recentemente rilanciato la proposta di istituire il reato di negazionismo, già proposto nel 2007 da Clemente Mastella, allora Ministro della Giustizia. Come allora, sembra oggi riprodursi la stessa divaricazione: la politica largamente favorevole, la comunità scientifica scettica o contraria. Chi ha ragione? Sostenere che le camere a gas non siano mai esistite è qualcosa di aberrante, ma simili nefandezze non vanno probabilmente combattute ope legis. Innanzitutto occorre ricordare che in una democrazia liberale la materia dei reati di opinione – che pure esistono – è delicatissima, attiene alla sfera delle libertà e dei diritti individuali, e interroga i principi sui cui la nostra società è basata. L’idea che un preside, per esempio, possa punire un insegnante per le sue affermazioni, si presta ad arbitrii difficilmente sopportabili; nello specifico, poi, il reato potrebbe paradossalmente trasformarsi in un assist per questi signori. Il meccanismo intellettuale che fonda il negazionismo, infatti, sovverte il metodo dello storico, «revisionista» per natura: mentre lo studioso serio interroga le fonti, ed è pronto a smentire e a smentirsi in presenza di nuovi documenti, il negazionista non apporta un contributo originale, ma si limita a «contrapporre» le sue tesi alla vulgata dei vincitori. Inoltre, se il negazionismo fosse una fattispecie penale, l’inquisito avrebbe diritto a tre gradi di giudizio e a una difesa. Come in ogni procedimento la sentenza dovrebbe tenere conto delle sfumature, delle attenuanti, degli elementi più dubbi. E, con i tempi biblici della giustizia, il negazionista guadagnerebbe una vetrina e potrebbe addirittura essere assolto: se qualcuno, per esempio, sostiene che i morti della Shoah siano molti meno di quelli riportati nei libri di storia, senza fornire cifre alternative, quale giudice firmerebbe davvero una condanna? L’idea della legge è perfettamente comprensibile, poiché l’indignazione è enorme, a poche ore dall’anniversario della deportazione degli ebrei di Roma. Ma l’impegno essenziale è un altro: investire nell’educazione dei giovani, avvalendoci dell’apporto straordinario dei testimoni, e individuare soluzioni perché personaggi come il nostro professore di Teramo – in tempi assai grami per i nostri atenei – non guadagnino la cattedra.
                                                

CRISTIANESIMO LA RELIGIONE “MONOPOLIO DI STATO”

Da “l’Unità” 22 agosto 2010

CRISTIANESIMO LA RELIGIONE “MONOPOLIO DI STATO”

di Tobia Zevi

È lecito parlare di Dio con le categorie della scienza economica? Secondo Adam Smith, il primo teorico del capitalismo moderno, sì. Nella Ricchezza delle nazioni (1776), il filosofo scozzese applica la teoria del mercato alla Chiesa, spingendosi a ritenere che questa si trovi in condizione di «monopolista». Ad un costo maggiore per i credenti e con una qualità peggiore del «prodotto». Smith considera la religione cristiana l’unica degna di fiducia, ma ritiene di poter compiere un’operazione che molti non esitano a definire blasfema. Il terreno è evidentemente scivoloso, tanto che la pubblicazione de Il mercato di Dio – La matrice economica di ebraismo, cristianesimo ed islam (Fazi Editore, euro 18,50, pp. 338) di Philippe Simonnot ha provocato discussioni in rete e tra intellettuali. L’autore chiarisce che «non si tratta affatto di pretendere di spiegare la religione attraverso l’economia» ma «più modestamente di mettere a disposizione della scienza religiosa gli strumenti dell’analisi economica», e tuttavia il suo approccio si attira necessariamente l’accusa del massimo relativismo culturale possibile. Il volume rilegge dunque i testi sacri indagando le vicende storiche all’origine delle tre religioni monoteistiche e interpreta i fatti con i principi della scienza economica. Per l’Ebraismo, nella quasi totale assenza di fonti storiografiche, prevale la prima componente, che suscita peraltro alcune perplessità. Per il Cristianesimo e per l’Islam le fonti sono più numerose e ciò rende la teoria più chiara. Il punto di partenza è questo: le religioni sono un bene di «credenza» potenzialmente inesauribile. L’utente non ne può verificare la correttezza, giacché la Verità si trova necessariamente al di fuori dell’esperienza umana, e pertanto la chiave del successo di una confessione è la sua credibilità, cioè la sua capacità di attrarre più fedeli possibile. Solo lo Stato può garantire il monopolio di una religione, contrattando con essa l’entità delle donazioni che può essere sottratta alla tassazione pubblica.Abramo è il primo ebreo. Secondo Simonnot, la sua storia testimonia la necessità di controllare il bene più prezioso, la terra. La circoncisione, sugello del patto tra Dio ed Abramo, serve esattamente allo scopo: la proprietà fondiaria è limitata e l’accesso va dunque riservato ad un gruppo ben definito di persone, il popolo eletto, così come la gran quantità di matrimoni tra membri della stessa famiglia riduce le contese territoriali. L’Ebraismo ha bisogno di accreditarsi di una tradizione precedente, e per questa ragione s’impadronisce dei santuari delle più antiche divinità cananee. Quando il «prodotto» ebraico mostra segnali evidenti di crisi, ecco la comparsa del Cristianesimo, che si avvale dello stesso meccanismo. Esso fa propria la figura di Abramo, mostrandosi contemporaneamente molto antico e molto nuovo. Inoltre i seguaci di Gesù – con una differenza enorme dall’ebraismo – mirano alla conquista di Roma, e per ottenerla rinunciano alla circoncisione e alle rigide normative alimentari ebraiche. Se il Tempio di Gerusalemme era stato il centro religioso, statale ed economico della nazione ebraica, i cristiani impiegheranno tre secoli per conquistare la capitale dell’Impero. Grazie all’esaltazione della castità, del tutto inedita, la Chiesa si arricchisce di una gran quantità di patrimoni che perdono i loro eredi naturali. L’Islam, infine, si richiama anch’esso ad Abramo, dichiarandosi discendente di Ismaele anziché di Isacco. L’identificazione tra la umma, la comunità dei fedeli, e lo Stato è assolutamente immediata, e a tutti coloro che non vogliono convertirsi viene imposto un tributo di protezione. Pur non elaborando un sistema fiscale paragonabile alla decima ebraica poi mutuata dal Cristianesimo, l’Islam considera l’elemosina – essenziale per il suo sostentamento – una componente fondamentale della vita del fedele. Se la conquista di Gerusalemme, con l’edificazione della Moschea, fu la vittoria principale riportata dall’Islam nei confronti dei due contendenti, la mancata conquista di Costantinopoli prima del quindicesimo secolo costituì a lungo un punto di debolezza. Un’analisi di questo tipo, lungi dall’esaurire il discorso sulla religione e certamente contestabile, ha però il merito di proporre una visione innovativa con un tono mai provocatorio, soffermandosi su aspetti in gran parte poco conosciuti.


ISRAELE-ANP IL BARATRO E’ DIETRO L’ANGOLO

Da “l’Unità” 4 giugno 2010
ISRAELE-ANP IL BARATRO E’ DIETRO L’ANGOLO
di Tobia Zevi

Visti da qui, israeliani e palestinesi appaiono come due lottatori, ormai stanchi, incapaci di liberarsi da una morsa che rischia di rivelarsi reciprocamente mortale. L’assalto israeliano alla flottiglia pacifista è stato un assurdo errore politico dalle conseguenze tragiche. A poco servono le immagini dei militanti di quaranta paesi che impugnano coltelli e lanciano granate: come ha rilevato la stampa israeliana si trattava di una trappola (turca), in cui il governo israeliano si è infilato sbagliando l’azione sul piano militare e causando le vittime civili. A ben vedere, però, l’episodio rivela l’assoluta incapacità di entrambi di immaginare un futuro migliore. Gli israeliani sentono sulla loro pelle la minaccia della bomba iraniana e dei vicini arabi che li circondano e che vogliono «buttarli a mare»; paradossalmente fanno di tutto per allontanare anche gli unici alleati regionali, l’Egitto (che ha riaperto il valico di Gaza) e la Turchia, senza considerare le relazioni burrascose degli ultimi mesi con l’alleato americano. I palestinesi, dal canto loro, possono mostrare al mondo quante siano dure le loro condizioni, ma non riescono a dotarsi di una leadership vera, che sia interlocutore credibile nel processo per la pace, e a Gaza hanno preferito i fondamentalisti di Hamas ai moderati di Fatah, cacciati nel 2007.In questo contesto le opinioni pubbliche non sono in grado di invertire la rotta. La politica, se esiste, non indica il sentiero ragionevole e stretto. Prevale un senso di disperazione miope che supporta scelte sbagliate, che non scorge il limite da non oltrepassare. Il punto dove la morte dell’uno è anche la morte dell’altro. Difficile dire cosa bisognerebbe fare: sul piano del negoziato, conosciamo le tappe necessarie. Ma Israele non è disposta a trattare con Hamas e Hamas continua a dichiarare di voler distruggere Israele (oltre a lanciare migliaia di missili), e dunque le trattative vere neanche partono, mentre quelle indirette con Abu Mazen sembrano ormai solamente uno stanco rituale tra due leadership screditate. Personalmente speravo molto nella nuova aria iniettata da Obama. Un presidente che fin dall’insediamento si è interessato a questa tragedia cronicizzata – mentre Bush si recò nell’area dopo sette anni di mandato! – e che sembra disposto a mettere il suo fedele alleato, unica democrazia dell’area, di fronte alle sue responsabilità, rafforzato anche dalla nascita di gruppi di pressione ebraici decisi ad appoggiare Israele in modo critico (Jstreet). Finora non ci sono stati effetti positivi. E il tempo è sempre meno, se fare un passo in avanti sembra quasi impossibile, e il baratro è pericolosamente dietro l’angolo.

PROPOSTA ALLA GELMINI

Da “la Stampa” 3 maggio 2010
PROPOSTA ALLA GELMINI
di Tobia Zevi    

L’università italiana non se la passa per niente bene, come ci ha recentemente ricordato la Corte dei Conti. Pochi laureati, tempi lunghi, scarsa competitività con i paesi occidentali e quelli emergenti. La questione può essere affrontata da varie angolature, ma ce n’è uno che viene sempre eluso.La concezione idealistica della cultura con cui venne concepita la nostra università considerava la storia e le materie umanistiche il nucleo fondamentale nella formazione della persona. Da allora tutto è cambiato, e le ragioni che spingono un giovane a studiare lo conducono verso altri interessi: economia, legge, scienze naturali, più spendibili sul mercato. C’è però una contraddizione insoluta. Le facoltà umanistiche sono tra le poche a non avere un numero chiuso. Col paradosso che proliferano i laureati senza prospettive professionali, e cala contemporaneamente la qualità di facoltà dalla grandissima tradizione.
Se questo ragionamento è giusto, pare opportuno avanzare una proposta modesta al ministro Gelmini, ben consapevoli che si tratta solo di una goccia nel mare dei problemi. Perché non cominciare a stabilire una selezione per quelle facoltà che statisticamente offrono meno opportunità dopo la laurea, e che non a caso hanno tasse universitarie più basse? Si potrebbe addirittura immaginare un meccanismo progressivo sulla base delle stesse tabelle.Gli effetti positivi sarebbero sostanzialmente due: si smetterebbe di illudere una generazione di giornalisti, di creativi, di comunicatori, di letterati, tutti destinati al call-center, e si eviterebbe a Dante, Leopardi e Manzoni di contorcersi nella tomba scorrendo i programmi dei corsi che li riguardano.                            

LIBERAZIONE, LIBERTA’ E L’ITALIA DI OGGI

Da “l’Unità” 29 aprile 2010
LIBERAZIONE, LIBERTA’ E L’ITALIA DI OGGI
di Tobia Zevi    

Festa della «Libertà» e festa della «riunificazione». Con questi due termini il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica hanno rispettivamente definito il 25 aprile appena trascorso, introducendo un punto di vista innovativo nelle celebrazioni. Ciò potrebbe di per sé essere considerato positivo: il rischio di queste manifestazioni, infatti, è soprattutto quello di trasformarle in rituali ripetitivi, stanchi, poco sentiti dalle persone. Le due parole introducono concetti diversi, che meritano una riflessione. Perché «libertà» e non «liberazione»? Come è già stato notato da alcuni osservatori l’idea della liberazione implica una transizione, un movimento, una contraddizione. Ci si libera da qualcuno. Esattamente ciò che è avvenuto in Italia tra 1943 e 1945: una guerra civile, una lotta per il riscatto nazionale, molto sangue versato anche da chi aveva ragione, cioè i partigiani liberatori d’Italia insieme agli Alleati. Perdere questa dimensione storica, temporale, sofferta della nostra uscita dnazi-fascismo significa rinunciare a comprendere davvero il senso di ciò che accadde, sia per esaltarne le pagine eroiche sia per ricordare gli errori che furono commessi.
Quanto all’idea della riunificazione, mi pare che oggi sia questa la chiave che restituisce il senso profondo della giornata. «Riunificare l’Italia» non vuol dire solamente accorciare la distanza scandalosa tra Nord e Sud, né soltanto individuare una «memoria condivisa» quando si discute della storia italiana. «Riunificare l’Italia», oggi, significa ricomporre i pezzi di un puzzle che rischia una disgregazione irrimediabile. Come? Integrando in maniera seria, lungimirante ed umana donne e uomini che ogni giorno arrivano nel nostro paesi spinti dalla povertà o dalla guerra. Provando a garantire a tutti i medesimi diritti e le stesse tutele, riducendo le moltissime ingiustizie cui si assiste quotidianamente. Evitando che lungo tutta la penisola proliferino localismi ed egoismi di ogni genere, tanto che tutti sono d’accordo nel costruire parcheggi, ferrovie e centrali elettriche, purché non lo si faccia nella propria provincia. Ricucendo il solco che si è creato tra le persone comuni, le istituzioni e la politica, che rende il nostro paese ostaggio di una sfiducia endemica.    In quest’ottica l’idea della riunificazione può davvero essere una chiave moderna e attuale per celebrare la Liberazione. Perché occorre continuare a ricordare e a studiare un momento fondamentale della nostra storia, ma farlo impegnandosi a migliorare l’aspetto dell’Italia di oggi. Per impedire ai soliti quattro scalmanati col fischietto di essere, loro, i protagonisti di una festa di tutti.
    
                                                

IL COMUNE SENSO DELLA GIUSTIZIA

Da "Innocentievasioni.net"
IL COMUNE SENSO DELLA GIUSTIZIA
di Tobia Zevi

Il 23 maggio 2008 Stefano Lucidi travolse il motorino su cui viaggiavano Alessio Guliani e Flaminia Giordani, guidando il suo furgone ad oltre novanta chilometri orari e passando con il semaforo rosso. L’incrocio, quello tra via Nomentana e viale Regina Margherita, a Roma, è un punto particolarmente pericoloso, in cui il traffico è incessante e non fermarsi al rosso appare semplicemente una pazzia.Inoltre Stefano Lucidi era senza patente, e mentì poi più volte agli inquirenti: sembra che all’origine del suo comportamento ci fosse il desiderio di spaventare la fidanzata che era con lui. Come si vede un quadro abbastanza spaventoso, soprattutto alla luce della morte della giovane coppia. Il pirata della strada viene condannato a 10 anni in primo grado per omicidio volontario, ma la pena viene ridotta in appello e poi confermata in Cassazione a 5 anni di reclusione, in virtù della nozione giuridica di “colpa cosciente”. Il Lucidi avrebbe agito nella convinzione di non provocare danni, come dimostrò la sua reazione stupita dopo lo scontro. Un po’ come mettersi a sparare da una finestra convinti di non fare male a nessuno.Inutile dire che la riduzione della pena e il cambio del capo d’imputazione hanno sollevato grandi proteste da parte dei familiari delle vittime e delle associazioni di vittime della strada.
Il 25 settembre 2005, a Ferrara, Federico Aldrovandi sta rientrando a casa dopo una notte passata con gli amici. É quasi l’alba e il ragazzo appare probabilmente ubriaco: urla, colpisce degli oggetti, sbatte contro i muri. Ha poco più di diciotto anni. Una signora lo vede dalla finestra e, preoccupata, chiama la polizia, che arriva nel giro di pochi minuti prima con una e poi con due volanti. Gli agenti lo fermano, sono quattro e poi sei, lo immobilizzano e ad un certo punto si rendono conto di aver esagerato. Fanno chiamare un’ambulanza dalla centrale che, una volta sopraggiunta, non può fare altro che constatare il decesso. La prima spiegazione fornita è che il ragazzo ha assunto droghe e alcool, ma le numerosissime ferite, escoriazioni ed ematomi su tutto il corpo di Federico non convincono la madre, che aprendo un blog accelera di fatto il corso delle indagini. Nel corso delle quali emergono un’infinità di tentativi di depistaggio, inquinamento ed insabbiamento (per cui sono stati condannati alla fine tre poliziotti). Dopo un lungo processo i quattro poliziotti protagonisti dei primo intervento – tre uomini e una donna – vengono condannati a tre anni e sei mesi per eccesso colposo nell’omicidio colposo di Federico Aldrovandi, picchiato ingiustamente nonostante fosse già inerte ed immobile, a cui i soccorsi furono prestati con un ritardo giustificato dal fatto che “il ragazzo stava benissimo”. Le due vicende sono evidentemente diversissime. Ciò che colpisce e che qui interessa è la reazione alle due sentenze: i cinque anni di pena per Lucidi sono stati presi come un affronto ed un’ingiustizia sia per l’entità della pena sia soprattutto per la qualità della sentenza, che non riconosce la volontarietà del pirata nel compiere la sua fatale incoscienza. La condanna degli agenti di PS per la morte di Federico, invece – che in virtù dell’indulto non si tramuterà in alcun giorno di carcere reale – è stata percepita come un successo della verità e del diritto, in gran parte dovuto alla tenacia della madre di Federico, in grado di abbattere il muro di omertà e falsità tra i colleghi del corpo. In generale penso che il numero di anni di una sentenza non vada commentato, perché non ha senso parlare di una questione tecnica come la quantificazione della pena per un reato, se tecnici non si è. Non si può analizzare una sentenza con il “buon senso”, quello che ci suggerisce che le patate debbano costare meno delle ciliege perché pesano di più. E ancor di più ritengo che non debba essere chiesto un parere ai parenti delle vittime, ovviamente addolorati e dunque ancora più soggetti ad una valutazione slegata da fatti e parametri, quando non comprensibilmente rabbiosa. Ma in questa differenza vistosa di opinione puublica temo si possa ravvisare uno scadimento generale del nostro paese: in un sistema che tende sempre più a punire i più deboli e a coprire i forti, tutti se la prendono, giustamente, con Stefano Lucidi, colpevole di un crimine odioso proprio perché a compierlo potrebbe essere ognuno di noi. E invece ci si stupisce addirittura se un gruppo di poliziotti, certamente una minoranza tra quanti fanno benissimo e con coraggio il loro dovere, ammazza per strada un ragazzo di diciotto anni in stato di ebbrezza e viene condannato solo per aver “ecceduto”. Perché in fondo solo chi non ha protezioni deve pagare, ma deve pagare tanto.

IL DIALOGO ANDRA’ AVANTI SE SI FERMERA’ LA VIOLENZA

Da “l’Unità” 15 febbraio 2010
IL DIALOGO ANDRA’ AVANTI SE SI FERMERA’ LA VIOLENZA
di Tobia Zevi

Il grande pubblico ha conosciuto Shar-Yashuv Cohen, rabbino capo di Haifa e capo-delegazione nella Commissione per il dialogo tra ebrei e cristiani, durante la visita di Papa Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma. Qual è lo stato delle relazioni tra le due confessioni?
Senza dubbio il rapporto è molto migliorato a partire dal Concilio Vaticano II e poi durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Nell’ultimo anno la Chiesa ha però compiuto dei gesti pericolosi. Sulla beatificazione di Pio XII, per esempio, che è problema interno al mondo cattolico, occorre tenere conto dei sentimenti delle vittime e magari aprire gli archivi prima della data stabilita, il 2014.
In ogni caso il Papa ha affermato che il dialogo deve continuare, e questo è estremamente importante; nel suo discorso però, al contrario che in quello di Wojtyla, è mancato un riferimento allo Stato Israele, tanto che nella Commissione bilaterale un rabbino ha espressamente domandato se la Chiesa può aiutare gli ebrei a rispettare la mizvà (precetto religioso) di risiedere in questa terra.

La visita del 17 gennaio è cominciata con un minuto di silenzio per le vittime del tremendo terremoto di Haiti. Come può la fede spiegare simili manifestazioni del Male?
Secondo la Bibbia il Signore crea il Bene ed il Male al di là della comprensione umana. L’Olocausto è da questo punto di vista l’esempio più terribile. Il libro di Giobbe è dedicato proprio a questo tema: sarebbe troppo comodo accettare l’operato del Creatore solo quando Egli è clemente e non quando questi sembra punirci.

Sia il papa sia il rabbino Di Segni hanno menzionato l’ambiente come un possibile impegno comune. Che cosa è emerso dal lavoro nella Commissione?
Nella Genesi il Signore offre il Paradiso all’uomo per lavorarlo e custodirlo, non per danneggiarlo. Nella dichiarazione abbiamo ribadito che, per le nostre due religioni, l’uomo ha il dovere di preservare l’ambiente. Pensiamo al global warming, allo spreco delle risorse naturali, all’inquinamento: non sono un esperto ma ritengo che gli Stati non debbano cooperare su questo tema solo per ragioni economiche.

Lei è sempre stato vegetariano. Questa scelta ha a che fare con l’ambiente?
Sono cresciuto in una famiglia dove non si mangiava carne, perché secondo la Bibbia, prima del Diluvio, era proibito mangiare esseri animati. Il Signore autorizza l’uomo a cibarsi di animali per placarne l’aggressività, dopo aver visto di quali misfatti questi sia capace. Comunque nella tradizione ebraica è noto che essere vegetariani sia la forma ideale della kasheruth, l’insieme delle norme alimentari.

Lei è impegnato anche nel dialogo con i musulmani. Ritiene che vi siano delle prospettive?
A Haifa c’è una tradizione del confronto. Io credo una speranza ci sia: si può andare d’accordo purché politica e religione non vengano confuse. Per gli ebrei vivere in Israele è un precetto religioso e non dovrebbero esserci problemi a condividere la stessa terra con altri popoli; l’attuale leadership islamica purtroppo non è ancora pronta, ma convivere è il nostro destino.

La sua biografia è intensamente intrecciata con la storia di Israele. É ottimista sul processo di pace?

Nel 1948, durante la guerra d’Indipendenza, difendevo la Città vecchia di Gerusalemme e fui catturato per sette mesi. Quando Israele siglò la pace con la Giordania il presidente Rabin volle che facessi parte della delegazione governativa: egli spiegò che mi aveva condotto perché ero già stato prigioniero in Giordania. Io aggiunsi un’altra ragione: il padre di re Hussein aveva ordinato di prendere i prigionieri e di non ucciderli, ed io ero sopravvissuto grazie a lui. Il re si rallegrò molto. Sono convinto che si possa procedere nel processo di pace se prevarranno ragione e moderazione, se la violenza non avrà la meglio, se si abbandoneranno aberrazioni come il terrorismo e l’uso dei civili come scudi.

Quale è la situazione dei luoghi santi sotto la giurisdizione israeliana?
A mio parere questo problema contiene in sé anche la sua soluzione. Pensiamo al Monte del Tempio a Gerusalemme: se qualcuno sale sulla spianata delle Moschee da turista va bene, ma se legge un libro dei Salmi ciò viene vissuto come una provocazione. É sbagliato. Pregare in un luogo sacro in modi diversi non lo dissacra, anzi per il Signore è un avvenimento positivo. Il problema è molto spesso nelle leadership. Le religioni dovrebbero ricercare i punti comuni, accettare le differenze ma non esaltarle.

Ritiene che le religioni possano fornire un contributo importante nel mondo?
Le autorità religiose possono influenzare le masse, ed hanno per questo una grande responsabilità. Se le educano e le incitano all’odio questo produce effetti terribili. Ma anche in Commissione ci siamo ripetuti che l’Altissimo non vuole che gli uomini si facciano del male. Egli desidera che vivano in pace.

I CARABINIERI ANTINAZISTI

Da “l’Unità” 27 gennaio 2010
I CARABINIERI ANTINAZISTI, STORIA D’ONORE E DEPORTAZIONI
di Tobia Zevi

Gli ebrei di Roma non potranno mai dimenticare il 16 ottobre 1943. In questa giornata, che Giacomo Debenedetti ha scolpito in un meraviglioso racconto, 1022 di loro furono rastrellati per le vie del Ghetto e di tutta la capitale, e tra questi solamente quindici sarebbero sopravvissuti ai campi di sterminio. A questa tragedia il cinema italiano ha dedicato pagine memorabili e la Comunità di Sant’Egidio una marcia annuale attraverso le vie della città. Molti testimoni continuano narrare gli avvenimenti. C’è però un’altra storia, per certi versi complementare, che merita di essere raccontata. Si tratta della deportazione dei carabinieri romani nei campi nazisti, ricostruita con grande cura da Anna Maria Casavola, ricercatrice del Museo della Liberazione di via Tasso, nel volume «7 ottobre 1943» (Studium, pp. 320, euro 16). Dopo l’armistizio i carabinieri si trovarono in una condizione particolare: essi erano parte di un corpo combattente di un esercito nemico della Germania, ma avevano anche la responsabilità della pubblica sicurezza al servizio delle truppe occupanti. Dopo aspri combattimenti alla Magliana fin dalla sera dell’Otto settembre, Roma fu completamente in mani tedesche tre giorni più tardi. Ed è a questo punto che i carabinieri cominciarono a svolgere piccole azioni di resistenza, allo scopo di proteggere la popolazione romana. I militari sabotarono armi che sarebbero finite ai nazisti e avvertirono molti romani che stavano per essere arrestati. Kappler, comandante delle SS di Roma e dominus della città, non si fidava di loro, e per questa ragione ritenne di far cominciare la deportazione dei cittadini romani proprio da loro. Prima i carabinieri, poi gli ebrei. I rastrellamenti sarebbero dovuti iniziare il 25 settembre, mentre poi passò qualche giorno a causa dei cinquanta chili d’oro che i nazisti chiesero alla Comunità ebraica come diversivo. Il 6 ottobre arrivò a Roma il generale Graziani, Ministro della Difesa della Repubblica sociale italiana, per aiutare i tedeschi nelle operazioni. Questi diede immediatamente ordine a Casimiro Delfini, capo dei carabinieri di Roma, di disarmare tutti i suoi uomini in città e di convocarli nelle caserme. Molti, resisi conto della situazione, non si presentarono. Il 7 ottobre tra i 2000 e i 2500 militari vennero caricati fino alle stazioni di Trastevere e Ostiense e da qui deportati al nord. I soldati semplici furono messi ai lavori forzati per il Reich in Austria, mentre gli ufficiali in campi appositamente destinati in Polonia. In tutta Italia furono 5000 i carabinieri catturati negli stessi giorni, e tra questi 613 morirono per la fame, gli stenti, le sevizie, la prigionia. La maggior parte dei carabinieri italiani – come tutti i militari – rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale e di asservirsi all’occupante straniero, pagando spesso questa scelta con la vita. Perché può essere utile recuperare questa vicenda nel 2010? Innanzitutto per tributare il giusto onore a uomini che furono leali e straordinariamente coraggiosi, e che alleviarono le sofferenze della gente. Inoltre perché, a dieci anni dall’istituzione della Giornata della Memoria, ci si chiede come rendere questo momento di riflessione qualcosa di vivo, evitando che si trasformi in un rituale stanco e uguale a sé stesso. E da questo punto di vista vanno sempre ricercati nuovi angoli, altre prospettive e pagine di memoria ignote. Infine perché, mentre diminuiscono i testimoni oculari, lo sforzo principale va rivolto ai giovani, più distanti da questa storia anche emotivamente. Per loro occorre puntare sulla responsabilità: come mi sarei comportato se fossi stato un poliziotto, un maestro, un funzionario pubblico, o un vicino, un collega, un compagno di banco di una persona perseguitata? Un personaggio qualunque di quella zona grigia che fa la storia? Sarei stato coraggioso? Avrei rischiato solamente per il mio senso di giustizia? E oggi, di fronte alle tante tragedie che accadono nel mondo, sto facendo qualcosa? È per rispondere con sincerità a queste domande che occorre raccontare la vicenda gloriosa dei carabinieri romani, deportati nei lager nazisti.

QUELL’APPLASO AI REDUCI DEL LAGER

Da “l’Unità” 19 gennaio 2010

          di Tobia Zevi

     «Vivere la propria religione con onestà e umiltà, come potente strumento di crescita e promozione umana, senza aggressività, senza strumentalizzazione politica, senza farne strumento di odio, di esclusione e di morte». Le parole di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, riassumono il significato della visita di papa Benedetto XVI alla sinagoga. Un’esortazione, più che un risultato acquisito. Una speranza consapevole dei rischi. Una contraddizione con cui bisogna fare i conti: la fede, dono per l’umanità, nelle sue mistificazioni ha condotto nella storia anche all’odio e alla morte.

     Se c’è un’immagine che rimarrà nella memoria di questa giornata, questa è l’applauso del papa ai sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti. Benedetto XVI ascolta, si alza lentamente, applaude con battiti misurati, guardando in volto questi anziani con rispetto e con un intensità di preghiera. Gli occhi degli ebrei presenti corrono proprio alle mani del pontefice, e tutte le volte che queste si sciolgono in un applauso il clima sembra farsi più disteso. Rispetto a 24 anni fa è tutto diverso, e non solo perché nel frattempo quel mondo non c’è più. Allora fu una parola a far vibrare maggiormente i cuori: «fratelli». Già, fratelli maggiori, come precisò immediatamente Giovanni Paolo II. Non è una differenza piccola: la fratellanza alludeva certamente alle incomprensioni e agli orrori del passato, ma si rivolgeva naturalmente al futuro. Venti anni prima la Chiesa aveva ridefinito la sua posizione verso gli ebrei con l’enciclica Nostra aetate, e molti, straordinari, gesti di riconciliazione non erano ancora realtà. Karol Wojtyla avrebbe chiesto perdono agli ebrei e, già stanco, avrebbe pregato a Gerusalemme. Il «sogno» del riconoscimento vaticano dello stato d’Israele si sarebbe avverato nel 1993. Il meglio, insomma, sembrava di là da venire, sebbene il dialogo ebraico-cristiano dei decenni precedenti avesse già compiuto progressi fondamentali.

IL RAZZISMO DEL DOPOCENA

Da “l’Unità” 9 gennaio 2010
IL RAZZISMO DEL DOPOCENA
di Tobia Zevi

Che bellezza la domenica sera alla tv! In milioni ci incolliamo dopo cena allo schermo stordendoci un po’ tra gol e dibattiti inutili. Due giorni fa, guardando Controcampo, incappo in una discussione quasi comica, se non fosse estremamente grave e rivelatrice. Affaire Mario Balotelli, giocatore di origine africana dell’Inter bersagliato dai cori in ogni stadio del nostro paese. «Non-esiste-un-negro-italiano», e altre amenità del genere. Perché di Balotelli dà fastidio proprio questo: che sia un cittadino italiano, adottato da piccolo da una coppia generosa. Da una parte i giornalisti Giampiero Mughini e Michele Plastino che, indignati, considerano questi comportamenti idioti e razzisti. I vari sportivi, invece, sono di altro parere. Gli ex-calciatori Riccardo Ferri, Filippo e Giovanni Galli, quest’ultimo candidato a sindaco di Firenze dal PDL; gli allenatori Emiliano Mondonico (tu quoque) e Josè Mourinho, tutti d’accordo: Mario Balotelli sarebbe un «asociale», perché litiga, destabilizza lo spogliatoio, non passa la palla, è arrogante e presuntuoso. E dunque, tutto sommato, fanno bene i razzisti ad insultarlo. Del resto anche una donna violentata, tanto più se giovane e bella, siamo proprio sicuri che non se la sia cercata?  
    Ci sarebbe già abbastanza per riflettere a lungo, se ieri non avessimo fatto bingo: il giudice sportivo multa gli interisti per i buuuhhh a Luciano (giustamente); poi sanziona Balotelli per l’applauso ironico ai tifosi veronesi che lo tormentavano, e ovviamente non punisce gli autori di quei fischi, che non rappresenteranno Verona, ma che non sono neanche quattro gatti. Il giocatore, difeso solamente dal presidente Massimo Moratti, ieri sera chiede scusa per le sue dichiarazioni troppo colorite (ma non violente) nei confronti della città scaligera. Un gesto di grande correttezza.
    In un libro che andrebbe letto in classe, Joachim Fest racconta la sua infanzia nella Berlino nazista con un padre contro il regime. I vicini di casa non si scandalizzano per le umiliazioni che i bellimbusti della Hitlerjugend infliggono ai fratelli Fest. Al contrario: questi avevano rotto un vetro con una pallonata, o rovinato il prato accanto al loro giardino. Un po’ di disciplina, in fondo, a quei ragazzi ci vuole.
    É chiaro che il paragone si ferma qui, perché l’Italia di oggi non ha nulla della Germania di allora. Ma stiamo attenti. Giustificare, e giustificarsi, è sempre più semplice che indignarsi e tirare fuori la voce, alla maniera, un po’ maldestra, di Balotelli. Soprattutto se non siamo chiamati a difendere noi stessi, ma un giovane negro italiano con l’unica colpa di giocare bene, benissimo, a pallone.

L’ITALIANO DA FARSI. LA POLITICA SI INTERESSA ALLA LINGUA

Da “l’Unità” 5 gennaio 2010
L’ITALIANO DA FARSI. LA POLITICA SI INTERESSA ALLA LINGUA
di Tobia Zevi

Girando per gli stradoni di Buenos Aires, in dicembre, sono rimasto positivamente colpito dalla campagna pubblicitaria della Società Dante Aligheri, che invitava gli argentini ad apprendere l’italiano. Un’iniziativa destinata ad un certo successo, visto che un’indagine recente ha confermato la nostra lingua al quinto posto tra quelle più studiate (dopo inglese, spagnolo, francese e tedesco) e in crescita.
Pochi giorni fa, poi, alla Camera è stata presentata una bozza di legge per l’istituzione di un Consiglio superiore della lingua italiana (CSLI). Non si tratta della prima iniziativa di questo genere e la proposta è stata appoggiata da tutti i gruppi parlamentari ad eccezione della Lega. Di questo organismo, un po’ pletorico, farebbero parte i Ministri dei Beni Culturali, dell’Istruzione, degli Esteri, dello Sviluppo economico, della Pubblica amministrazione, un esponente della Conferenza Stato-Regioni ed un coordinatore tecnico-scientifico. Ad individuare invece misure concrete da adottare sarebbero un gruppo di docenti universitari uniti ai rappresentanti delle istituzioni che si interessano alla lingua italiana: la Dante Aligheri, la Crusca, gli Istituti italiani di Cultura, rappresentanti del mondo della scuola.
    Questa volta l’idea ha sollevato meno proteste che in passato, quando, soprattutto a sinistra, la sola ipotesi aveva scatenato il timore di un dirigismo linguistico di ventenniana memoria. Luca Serianni, uno dei maggiori studiosi di lingua e grammatica italiana, si è immediatamente espresso a favore del Consiglio, purché questo si ponga obiettivi circoscritti e misurabili, volti a sviluppare una maggiore conoscenza dell’italiano nella scuola (anche tra i docenti),  all’estero e nella popolazione immigrata in aumento. Rispetto ad un’analoga proposta del 2005 è stata giustamente accantonata l’idea di una Grammatica ufficiale, mentre è rimasta l’ambizione alla semplificazione del linguaggio burocratico: un intento apprezzato dai cittadini e poco praticato dai parlamentari che continuano scrivere testi di legge del tutto incomprensibili.
    La Costituzione non tutela, a differenza di altri paesi europei, l’italiano. Dopo l’Unità una percentuale bassissima di cittadini (17%) era in grado di esprimersi in lingua, ed anche per questo Massimo D’Azeglio affermò: «Fatta l’Italia, dobbiamo fare gli italiani». Gli esperti, infatti, sostengono che la lingua sia un fattore decisivo non solo nei processi formativi in generale, ma soprattutto nell’elaborazione dell’identità. In un’epoca come la nostra, in cui i fenomeni migratori assumono proporzioni incredibili (12% di stranieri tra i nati vivi dell’ultimo anno secondo l’ISTAT), questo tema non può essere trascurato: lasciamo stare, per un momento, i riti celtici, i dialetti nelle scuole e le classi separate, e ragioniamo seriamente su come favorire processi d’integrazione a partire anche dall’idioma nazionale.
    É evidente che il CSLI dovrà servire da coordinamento ed essere dotato di risorse adeguate. Il suo successo dipenderà dalla capacità di interagire con le principali agenzie culturali della società, innanzitutto la scuola e la televisione. Per adesso, un segnale importante è arrivato: la politica si interessa alla lingua italiana e lo fa senza accenti propagandistici. Il che non è poco. I prossimi mesi ci diranno se lo saprà fare anche in concreto.