MILANO, IL RAMADAN E IL CORAGGIO DELL’INCLUSIONE

Da “l’Unità” 18 agosto 2011
MILANO, IL RAMADAN E IL CORAGGIO DELL’INCLUSIONE
di Tobia Zevi

Il leghista Matteo Salvini ha dichiarato testualmente: «Va bene tutto, ma qui tra Rom, centri sociali e islamici sta saltando tutto per aria». A scatenare questo grido di allarme la notizia che la Giunta comunale parteciperà alle celebrazioni del Ramadan. Salvini appare sconsolato, memore della reazione dei milanesi alla campagna minatoria e indecente del centro-destra su moschee e campi rom. Ma l’esponente leghista non è l’unico a criticare l’iniziativa del sindaco: da destra e persino da sinistra si levano voci che predicano una maggiore cautela, un profilo più basso nelle scelte amministrative che riguardano l’Islam.
Facciamo un po’ di chiarezza. Ritengo che Giuliano Pisapia stia bene operando per tre ordini di motivi: innanzitutto per una questione di banale civiltà e buon senso. I musulmani, come tutti, hanno il diritto di professare la loro fede in modo dignitoso e sicuro. Ciò significa che occorre regolamentare le moschee come qualunque altro luogo pubblico, per garantirne l’igiene, la sicurezza e l’agibilità. Negli anni passati abbiamo letto su questo argomento proposte strampalate e incivili: la più becera è stata forse l’ipotesi del referendum di quartiere, che fingeva di ignorare come una siffatta consultazione non solo boccerebbe plebiscitariamente la moschea, ma anche parcheggi, centri sportivi, musei.
In secondo luogo mi pare che il percorso tracciato dal sindaco di Milano sia decisamente cauto e realistico. Dopo essersi consultato con i leader musulmani e con le comunità locali Pisapia ha cambiato idea, abbandonando l’obiettivo elettorale di una grande moschea cittadina, per favorire invece la ristrutturazione e la creazione di centri più piccoli, recuperando così parte del progetto di Letizia Moratti. Quando si predica il riformismo, non è di questo che stiamo parlando? Del coraggio di confrontarsi, di deviare, di cambiare idea, di tornare indietro per individuare la soluzione migliore nel contesto dato? Non è questo il compito di un amministratore che mira a un traguardo ambizioso?
Infine, sempre per essere chiari. Nessuno ignora o dimentica che esiste un problema di sicurezza connesso a questo tema. Anni fa Giuliano Amato istituì un comitato dell’Islam italiano: ne facevano parte molte organizzazioni islamiche allo scopo di coinvolgere i musulmani italiani in un meccanismo di diritti e doveri (sulle prediche, sul rispetto della donna, sulla legalità). Bisogna affrontare il problema con saggezza e prudenza, ma non si può fare finta di niente e accantonare l’intera questione come accaduto negli ultimi anni. Con una crisi sempre più prepotente e in una società così precaria è pericoloso se le persone si sentono escluse, e Londra non è poi così lontana…
            

 

IL NOSTRO PACIFISMO E LA SCIVOLOSA CHINA DELLE RIVOLTE ARABE

Da “l’Unità” 3 agosto 2011
IL NOSTRO PACIFISMO E LA SCIVOLOSA CHINA DELLE RIVOLTE ARABE
di Tobia Zevi
    
I carri armati e i cannoni di Bashar el-Assad massacrano in queste ore centinaia di civili in Siria. Piazza Tahrir, luogo simbolo della «primavera» del Cairo, si sveglia dal sogno e si scopre preda dei militanti islamisti, mentre le donne egiziane temono che i loro diritti vengano stralciati dalla futura Costituzione. In Libia proseguono i raid della Nato, ma nessuno azzarda più previsioni in una guerra di logoramento a bassa intensità. Notizie da altri focolai come Yemen, Bahrein, Territori palestinesi, non pervenute. Qualche buona notizia giunge solo da Tunisia e Marocco.
Di fronte a un panorama del genere si è tentati dallo scoramento. Dopo aver osservato con partecipazione e speranza le piazze arabe che si ribellavano ai tiranni reclamando diritti politici e garanzie sociali, abbiamo l’impressione che il processo rivoluzionario si sia arrestato per cristallizzarsi in uno statu quo dai tratti poco più incoraggianti del precedente. Se questo fosse il quadro nel futuro prossimo – non è il nostro auspicio! – sarebbe opportuno ragionare su due aspetti.
In primo luogo l’Occidente sta mostrando per la seconda volta in pochi mesi una notevole incapacità di lettura di ciò che accade sulle altre sponde mediterranee. Se in pochi avevano previsto la caduta dei rais e la rabbia sociale, quasi tutti hanno elogiato con trasporto le magnifiche sorti e progressive conquistate dai giovani arabi in punta di smartphone. Scoprendo poi, forse, di esserci nuovamente sbagliati: per un’Europa che vorrebbe essere protagonista in questo scacchiere, un susseguirsi di miopia e semplificazione difficilmente tollerabili.
Ma c’è un altro aspetto che vale la pena sottolineare. Un tema che interessa specificamente la sinistra o, se vogliamo essere più vaghi, quell’insieme di realtà che negli anni hanno partecipato al movimento per la pace. Che cosa significa essere pacifisti oggi? Non c’è su questo punto un deficit di elaborazione? Se il concetto di «intervento umanitario» o quello di «polizia internazionale» sono sdoganati nel dibattito pubblico dal 1999, di fronte all’intervento in Libia il fronte pacifista si è rivelato incerto, incapace di assumere una posizione chiara come ai tempi dell’Iraq.
La comunità internazionale non osa neppure immaginare un intervento in Siria, temendo la sconfitta militare e la deflagrazione dell’equilibrio regionale. Ma noi, che cosa diciamo di fronte a queste centinaia di morti, molti dei quali giovanissimi? Quale alternativa credibile all’uso della forza, se in assenza di questa diritti e vite umane vengono calpestati dal tacco del tiranno? Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della Marcia Perugia-Assisi. Riflettere su queste questioni, con coraggio e sincerità, sarebbe un bel modo per celebrarlo.

BERSANI CHIAMA IN CAUSA L’EUROPA. COSI’ LA SINISTRA RIVEDE IL MEDIORIENTE

Da “Corriere della Sera” 15 luglio 2011
BERSANI CHIAMA IN CAUSA L’EUROPA COSI’ LA SINISTRA RIVEDE IL MEDIORIENTE
di Tobia Zevi

Il recente viaggio di Pierluigi Bersani mostra un’evoluzione profonda della sinistra italiana nei riguardi della questione mediorientale. Si tratta di un tema assai evocativo per la base, storicamente più sensibile alle ragioni dei palestinesi, sebbene nel corso degli anni leader come Piero Fassino, Walter Veltroni e Nicola Zingaretti abbiano espresso posizioni equilibrate. Il primo elemento di novità è che il conflitto israelo-palestinese, drammatico e urgente, non è più sufficiente a spiegare le tensioni mediorientali e mediterranee; le «primavere» degli ultimi mesi descrivono scenari diversi, problematici e al tempo stesso positivi, in cui le giovani generazioni mirano a ottenere diritti e libertà. I regimi provano a resistere al cambiamento in maniera brutale, primi fra tutti Iran e Siria, e tutto ciò non riguarda né gli israeliani né i palestinesi.
Bersani ha ribadito la necessità di ritornare ai negoziati. Nel riconoscere legittima l’aspirazione palestinese a uno stato indipendente, il segretario Pd ha sottolineato la necessità che Israele possa vivere in pace e sicurezza (ricevendo rassicurazioni sulla composizione del governo da parte di Abu Mazen). Senza affrontare i termini di un possibile accordo, occorre chiarire che anche gli israeliani hanno fretta: sanno bene che nel giro di pochi anni gli ebrei rischiano di non essere più la maggioranza della popolazione, negando in questo modo l’essenza stessa del sionismo. Come afferma Sergio Della Pergola, uno dei più grandi demografi al mondo, in futuro Israele non potrà essere contemporaneamente ebraica, grande e democratica. Dovrà rinunciare a uno tra questi aggettivi, auspicabilmente il secondo.
Infine, in un’epoca di egoismi, divisioni e scarsa propensione alla visione futura, Bersani ha rimesso al centro l’Europa, che spesso in questi anni si è più volentieri schierata tout court con i palestinesi, rinunciando a esercitare una funzione di supporto e mediazione tra le parti. Non è certo un lavoro semplice, ma chi se non l’Europa ha da guadagnare da un Mediterraneo pacificato?

LA LINGUA DEL POTERE: COSI’ I NAZISTI ASSERVIRONO I CITTADINI

Da “l’Unità” 9 giugno 2011
LA LINGUA DEL POTERE: COSÌ I NAZISTI ASSERVIRONO I CITTADINI
di Tobia Zevi

Esce oggi in libreria l’edizione aggiornata di LTI – La lingua del terzo Reich di Victor Klemperer (Giuntina, pp. 418, euro 20), arricchita di nuove note. Un libro straordinario e relativamente sconosciuto. L’autore fu uno studioso ebreo di letteratura francese, professore al Politecnico di Dresda, sopravvissuto alla Shoah grazie alla moglie «ariana» e alle bombe anglo-americane che distrussero la città, consentendo ai pochissimi ebrei ancora vivi di confondersi nella moltitudine di sfollati. Il volume raccoglie annotazioni sulla lingua del regime compilate nei dodici anni di nazismo: l’acronimo, criptico per la Gestapo, sta per lingua tertii imperii; la scelta di dedicarsi a questo studio mentre agli ebrei era vietato persino possedere dei libri si rivelò un sostegno psicologico per Klemperer, perseguitato per la sua religione e costretto a risiedere in varie «case per ebrei».
    La lingua tedesca, secondo il filologo, fu prostituita strumentalmente dai nazisti per trasformare i cittadini in ingranaggi di un organismo potente e criminale. L’obiettivo di questa operazione era ridurre lo spazio del pensiero e della coscienza e rendere i tedesci seguaci entusiasti e inconsapevoli del Führer. Così si spiega l’abuso, la maledizione del superlativo: ogni gesto compiuto dalla Germania è «storico», «unico», «totale». Le cifre fornite dai bollettini di guerra sono incommensurabili e false – contrariamente all’esattezza tipica della comunicazione militare – e impediscono il formarsi di un’opinione personale. Termini del lessico meccanico vengono impiantati massicciamente nel tessuto linguistico per favorire l’identificazione di ognuno nel popolo, nel partito, nel Reich; da una parte c’è la razza nordica, dall’altra il nemico, generalmente l’Ebreo, significativamente al singolare. Joseph Goebbels arriva ad affermare: «In un tempo non troppo lontano funzioneremo nuovamente a pieno regime in tutta una serie di settori».
    Il terreno è stato arato accuratamente. Il sistema educativo, che ha nella retorica di Adolf Hitler il suo culmine, viene messo a punto da Goebbels, il «dottore», e da Alfred Rosenberg, l’«ideologo»: l’addestramento sportivo e militare sono preferiti a quello intellettuale, ritenuto disprezzabile. La «filosofia» è negletta come il vocabolo «sistema», che descrive una concatenazione logica del pensiero; amatissime sono invece l’«organizzazione» (persino quella dei felini tedeschi, da cui i gatti ebrei verranno regolarmente espulsi!) e la Weltanschauung, testimonianza di un’ambizione alla conoscenza impressionistica basata sul Blut und Boden. Decisivo a questo proposito è l’impiego frequentissimo di «fanatismo» e «fanatico» come concetti positivi. L’amore per il Führer è fanatico, altrettanto la fede nel Reich, persino l’esercito combatte fanaticamente. Il valore risiede ormai nell’assenza del pensiero e nella fedeltà assoluta (Gefolgshaft) al nazismo e ad Adolf Hitler. Di quest’ultimo si parla saccheggiando il lessico divino, familiare al popolo, per deificarlo compiutamente: «Tutti noi siamo di Adolf Hitler ed esistiamo grazie a lui», «…tanti non ti hanno mai incontrato eppure sei per loro il Salvatore».
    Ma come ha potuto imporsi una simile corruzione, in ogni classe sociale, fino alla distruzione completa della Germania? Goebbels fu abile nell’immaginare un idioma poverissimo, veicolato da una macchina propagandistica formidabile, in grado di miscelare elementi aulici con passaggi triviali: l’ascoltatore, perennemente straniato, finisce per perdere la sua facoltà di giudizio. Klemperer ripercorre immagini, simboli e parole-chiave del Romanticismo tedesco, individuando in quest’epoca le radici culturali profonde dell’ideologia della razza, del sangue, del sentimento. Una stagione così gloriosa della tradizione germanica fu dunque capace di iniettare i germi del veleno; l’esaltazione dell’assenza di ogni limite (Entgrenzung) e della passione sfrenata deflagrò nel mostro nazista e nell’ideologia nazionalista.
    Leggere oggi questo volume fa un certo effetto.  Nella sua autobiografia Joachim Fest, giornalista e intellettuale tedesco di tendenza liberale, descrive la resistenza tenace di suo padre alle pressioni e alle lusinghe del regime. Una resistenza borghese, culturale, religiosa che in parte si rispecchia nell’incredulità disperata dell’ebreo Klemperer: non si può credere, non si può accettare che i tedeschi si siano trasformati in barbari e gli intellettuali in traditori. Eppure proprio questo accadde nel cuore della civiltà europea. Il libro è in definitiva un inno mite e puntuale a vigilare sulla lingua, un ammonimento che dovremmo tener presente anche oggi. Come affermò Franz Rosenzweig, citato nell’epigrafe a LTI, «la lingua è più del sangue».
                                                
 

SE ANTISEMITISMO FA RIMA CON ISLAMOFOBIA

Da "Corriere della Sera" 24 maggio 2011
Se antisemitismo fa rima con islamofobia
di Luigi Manconi e Tobia Zevi

La provvisoria vittoria dell’America di Obama su Al Qaeda, celebrata nell’immenso cantiere di Ground zero, non può cancellare i molti detriti di quella tragedia tuttora presenti nelle società occidentali. Anche sotto la forma antica dell’ansia da complotto e del sospetto verso i possibili autori.
A partire dalla fobia antisemita: gli ebrei si sarebbero tenuti lontani dalle Torri gemelle in quel fatidico undici settembre, perché informati dell’attacco, se non coinvolti in esso. Da quel giorno, poi, l’islamofobia si è nutrita della minaccia del terrorismo, della confusione tra straniero e musulmano, della presunta inadattabilità (meglio: inconciliabilità) dell’Islam rispetto ai costumi occidentali. Quella data fornisce dunque una suggestione importante: anti-semitismo e anti-islamismo, diversi per storia e contenuto, hanno molti punti di contatto. Un sentimento che ha attraversato tragicamente la storia europea e un’ostilità che negli ultimi anni ha preso quota con particolare veemenza e capacità di diffusione. Secondo una ricerca recente, commissionata dal comitato torinese «Passatopresente» (discussa, lunedì 16 maggio alla Camera dei Deputati, tra gli altri Gianfranco Fini e Adriano Prosperi), la sovrapposizione tra i due fenomeni all’interno della società italiana risulta tanto intensa da apparire sorprendente. Sono le stesse persone a provare avversione, più o meno accentuata, verso ebrei e musulmani, una maggioranza di intervistati che si riconosce in alcuni connotati specifici (etnocentrismo, autoritarismo, sfiducia). L’islamofobia sembra oggi più capillare e radicata dell’antisemitismo, sempre più concentrato su Israele e sul conflitto israelo-palestinese che non sugli stereotipi classici dell’antigiudaismo europeo e cristiano. Le due pulsioni sono trasversali agli orientamenti politici: anche a sinistra è fortissima la diffidenza nei confronti dei musulmani, mentre a destra non manca una fetta consistente che si dichiara favorevole allo stato d’Israele, ma che rivela tracce preoccupanti di antisemitismo.
Si evidenziano, inoltre, alcuni meccanismi comuni. Sia l’Islam sia l’ebraismo godono di una simpatia maggiore rispetto ai singoli membri delle due comunità, il che contraddice l’ipotesi ottimista per la quale il pregiudizio va sradicato moltiplicando le occasioni di incontro. Non sempre è così. Peraltro, la parte più consistente del campione intervistato è persino favorevole alla costruzione delle moschee, bersaglio di molta agitazione xenofoba. La maggioranza degli italiani ritiene che le due tradizioni siano state importanti nella costruzione dell’identità europea, ma crede che i due gruppi siano tendenzialmente chiusi (pertanto disponibili al complotto) e conservatori, poco affidabili sul piano della lealtà nazionale, sfruttatori della loro condizione di vittime, e ne teme la dimensione non stanziale.
Tutto ciò induce a una breve considerazione politica. La destra, che tende a blandire l’ostilità nei confronti di stranieri e musulmani, si trova oggi a dover “sorvegliare” un sentimento talmente diffuso da rivelarsi non più solamente incivile, ma addirittura pericoloso, nel momento in cui l’afflusso straordinario di persone dal Nord Africa deve essere comunque gestito. Ma anche la sinistra deve fare i conti con quel fenomeno: sebbene l’insieme degli elettori la consideri meno affidabile nell’affrontare il tema dell’immigrazione, la maggioranza di chi sceglie quella parte politica coltiva un pregiudizio radicato nei confronti dei musulmani (e, per altro verso, di Israele). Un bel grattacapo per tutti.

PERDONO. LA LEZIONE DI SABINA ROSSA

Da “l’Unità” 8 maggio 2011
PERDONO. LA LEZIONE DI SABINA ROSSA
di Tobia Zevi

Una lezione straordinaria, quella impartita da Sabina Rossa, deputata Pd e figlia di Guido, sindacalista ammazzato dalle BR: quando il magistrato di Sorveglianza, giorni fa, ha concesso la libertà condizionale a Vincenzo Gagliardo, tra gli assassini di suo padre, la parlamentare ha commentato semplicemente: «Un gesto di civiltà. Nel nostro paese nessuna pena può essere a vita e io stessa mi sono spesa per il rispetto di questo principio di democrazia». La Rossa si è impegnata attivamente perché al terrorista fossero attribuiti i benefici di legge già destinati a tanti ex-brigatisti. Un atteggiamento degno della più grande ammirazione: capita quasi sempre che le vittime, comprensibilmente, provino sentimenti di odio verso chi ha causato la morte della persona cara. Pensiamo ai familiari di chi viene investito da un auto. I giornali si affrettano – in modo scorretto? – ad accaparrarsi subito dopo l’incidente una professione di ira funesta da parte di genitori o fratelli. Ebbene, qui accade l’opposto: la vittima non si indigna per la scarcerazione dell’omicida di suo padre, non vuole «buttare la chiave», bensì se ne compiace in nome di un principio di civiltà, di democrazia, consapevole che qualunque detenzione non potrà ridarle indietro suo padre (come usa dire con un’espressione poco felice).
 
A questo punto, però, occorre ragionare un attimo da un altro punto di osservazione. Gagliardo, contrariamente alla maggioranza dei suoi ex-compagni, si è sempre rifiutato di pubblicizzare la sua domanda di perdono alle vittime (indirette): non è giusto chiedere perdono, ha spiegato, per ottenere benefici personali; non è corretto strumentalizzare, si potrebbe chiosare, un atto tanto nobile nella duplice veste di chi lo chiede e di chi, eventualmente, lo concede. Mi pare una concezione inappuntabile. Rivolgersi alle proprie vittime, riaprendo ferite passate, allo scopo dichiarato di uscire di galera non è del tutto limpido. Forse si tratta di una questione terminologica. Nel libro «Il girasole» Simon Wiesenthal, il «cacciatore» di nazisti, raccontava di essere stato avvicinato, ebreo prigioniero, da un tedesco morente che implorò il suo perdono per l’omicidio di decine di ebrei. Il giovane Wiesenthal rifiutò, ma si interrogò tutta la vita sulla propria scelta, coinvolgendo nella riflessione decine di pensatori di tutte le estrazioni culturali e religiose. Nella maggioranza delle opinioni, spesso molto distanti, emerge un consenso verso la decisione del giovane ebreo, poiché solo chi ha subito direttamente il torto è titolato a concedere il perdono. Nessun altro, anche se membro dello stesso popolo. Il perdono attiene alla dimensione privata e non a quella pubblica, di cui fa parte il diritto.
 E questo ci conduce all’ultima questione. La vicenda di Gagliardo mostra alcune evidenti contraddizioni nell’esercizio della giustizia. Innanzitutto l’ex-brigatista punta il dito contro la palese burocratizzazione della domanda di perdono. Non ci sto, afferma l’uomo, a chiedere perdono pubblicamente, semmai lo faccio a voce in un parlatorio del carcere. Cosa che in effetti pare sia avvenuta. Ma questo episodio manifesta forse un vulnus più grave nella struttura del nostro sistema giudiziario: è lecito attribuire alla vittima (sempre indiretta), ufficiosamente, un ruolo, e un potere, nel percorso rieducativo del carnefice? Il diritto non si fonda proprio sulla separazione netta della relazione tra la vittima e il carnefice a partire dalla condanna? Non si rischia altrimenti di accettare un contesto simile più che altro alla vendetta? Intendiamoci, nulla impedisce al magistrato di consultare, tra gli altri (prefetto, polizia, consulenti specifici), anche i familiari delle vittime prima di stabilire la scarcerazione. Ma questa consultazione non può essere determinante per la concessione dei privilegi previsti dal sistema penitenziario (come accade per esempio con l’attenuante specifica garantita dal risarcimento).
 L’uso improprio del temine «perdono» testimonia forse un’ultima, pericolosa, distorsione. Nel senso comune la fiducia nelle istituzioni, e dunque anche nei cardini del diritto, non è mai stata così bassa. I principi alti e giusti che informano la nostra Carta sono oggetto di attacchi quotidiani. Per questo la pubblica opinione è alla ricerca di nuovi (o vecchi) ancoraggi ideali a cui appigliarsi. Ecco che la certezza del diritto, la pena che rieduca, il giusto processo non appaiono più sufficienti. Ci vuole un’altra dimensione, quella – religiosa, etica – del perdono, che non dovrebbe avere nulla a che fare con la giustizia. La dimostrazione che, come ha scritto qualcuno, nel nostro immaginario il «reato» sta progressivamente slittando verso la nozione di «peccato». Un passaggio molto pericoloso e molto incerto.
      

LA NOSTRA STORIA IN 150 PAROLE. ECCO CHE COS’E’ L'”ITABOLARIO”

Da “l’Unità” 26 aprile 2011
LA NOSTRA STORIA IN 150 PAROLE. ECCO CHE COS’É L’«ITABOLARIO»
di Tobia Zevi

«Le parole sono importanti» ammoniva Nanni Moretti in «Palombella rossa». Secondo Gustavo Zagrebelsky, autore di «Sulla lingua del tempo presente», l’uso del lessico misura la civiltà di un paese. E, da questo punto di vista, è interessante l’osservazione di Roberto Faenza, regista di «Silvio forever»: il numero di vocaboli impiegati da Berlusconi è estremamente ridotto, la lingua è scarnificata, clamorosamente efficace e altamente evocativa.
Le parole sono importanti. Perché definiscono la realtà, come spiegava Saussure, ma perché a volte sono addirittura in grado di plasmarla. In occasione dei 150 anni dell’Italia unita, il linguista Massimo Arcangeli ha compilato, coniando anche un divertente neologismo, l’Itabolario (Carocci, pp. 372, euro 23): ogni anno una parola, cui vari studiosi hanno dedicato una scheda linguistico-storica. La gamma è molto varia, dalla politica al costume allo sport (si va da nazione, nel 1861, a social network per il 2010). Nella premessa il curatore mette in guardia sull’arbitrarietà inevitabile dell’operazione: «Perfino immani tragedie come il terremoto di Messina (1908), la bomba atomica sganciata su Hiroshima e Nagasaki (1945) e l’alluvione di Firenze (1966) hanno ceduto il posto a burino, qualunquismo e minigonna».    
Se il significato di pizza (1889) è universalmente noto, non tutti ricorderanno che la «margherita» fu battezzata dal cuoco napoletano Raffaele Esposito in onore dell’omonima regina, e che pomodoro, mozzarella e basilico simboleggiavano il tricolore. Ma soprattutto colpisce scoprire che il vocabolo ha una storia millenaria, e che questo piatto prelibato era praticamente sconosciuto a Roma fino al Novecento, mentre nel Nord divenne comune solo dopo la seconda guerra mondiale!
Nel caso di mafia (1865) la funzione linguistica è ancora più essenziale: la parola, di lunga tradizione ed etimologia incerta, compare regolarmente nelle relazioni dei funzionari del Regno per indicare la commistione tra malavita, politica e affari. In un paese dove spesso si preferisce guardare dall’altra parte, la definizione del problema servì anche a riconoscerlo. Ancora più emblematico in quest’ottica è furbetto (2006), estrapolato dalla celeberrima intercettazione a Stefano Ricucci (prima della grandiosa imitazione di Max Giusti): «Stamo a fa’ i furbetti del quartierino». Il finanziere di Zagarolo mostra una lucida autoironia, senza la quale avremmo faticato a figurarci l’epopea – fallita – di un gruppetto di imprenditori di provincia alla guerra del «Corriere della Sera».
Per il 2004 compare tsunami, il terribile maremoto che devastò molti paesi del Sud-est asiatico, e che è oggi tragicamente tornato d’attualità. In lingua giapponese tsunami significa «onda del porto», dunque un equivalente di «maremoto»: l’esotismo linguistico ha prevalso in maniera schiacciante perché corrispondeva meglio alla nostra immaginazione, sconvolta dalla tragedia improvvisa in spiagge lontane e paradisi d’Oriente.
Più discutibile – in un volume spesso piacevolmente militante – è politicamente corretto (1992): sarà anche vero che «la finta solidarietà di chi vorrebbe mascherare la forma dell’offesa (…) è un nemico più difficile, più insidioso da combattere: è un nemico interno, ed è per questo che ci può fregare», ma ritengo che nessuno ami essere chiamato «ciccione», «negro», «frocio», e che questo basti a renderlo sbagliato.
 

E SE LA MEMORIA SI TRASFORMA IN INDUSTRIA?

Da “l’Unità” 27 gennaio 2011
E LA SHOAH SI TRASFORMA IN INDUSTRIA?
di Tobia Zevi
Viviamo un’epoca strana, schizofrenica. Siamo immersi in un flusso costante di informazioni, e sempre meno capaci di formarci un’opinione consapevole. Il numero di libri pubblicati aumenta perennemente, ma la preparazione reale dei più giovani risulta dalle indagini scoraggiante. Questa situazione produce una divaricazione tra cultura «alta» e cultura «bassa», con reciproco scambio di accuse tra «élitisti» e «mediocri». Cosa c’entra la memoria? A dieci anni dall’istituzione del 27 gennaio, molti risultati sono acquisiti. La sensibilità è maggiore, soprattutto grazie all’impegno straordinario di testimoni e insegnanti. Però. L’ignoranza rimane dilagante, il fenomeno carsico del negazionismo si perpetua (e una legge servirebbe a poco), molte iniziative sono discutibili. Mi chiamano spesso da varie parti d’Italia: «Mi manderesti un ragazzo a testimoniare? Anche un’oretta può andare…». Ma testimoniare cosa? Al proliferare di manifestazioni di ogni genere si contrappone una ricerca storica sempre più raffinata – valga come esempio Uomini comuni di Cristopher Browning -, più incline a mostrare contraddizioni e specificità. Secondo lo storico David Bidussa il 27 gennaio non si inserisce in un «calendario civile», una serie di momenti cruciali e condivisi della nostra storia. Questa ricorrenza fa piuttosto parte di un «calendario vittimario» (Giovanni De Luna) per sua natura non collettivo. Il medesimo iato c’è in letteratura. Se Aharon Appelfeld, decano della letteratura israeliana, riteneva impossibile raccontare il lager, Primo Levi fu capace di elevare il campo di sterminio alla forma di scrittura più alta. Una prosa che, confrontadosi con il male assoluto, doveva ricostruire una propria grammatica specifica, descritta magnificamente nei saggi di Pier Vincenzo Mengaldo. La letteratura della Shoah nasce dunque consapevole della estrema difficoltà teorica e pratica, e il tema rimane attuale grazie a grandi autori come Daniel Mendelsohn. Nel frattempo, però, la Shoah è anche genere letterario. Non è colpa degli scrittori. Ogni autore ha diritto a essere giudicato per la qualità letteraria della sua opera. Ma il fenomeno resta. Ho letto recentemente Blocco 11 di Piero Degli Antoni (Newton Compton, pp. 248, euro 12,90), un thriller ambientato in un lager assai simile ad Auschwitz. Il volume, ben scritto e assai scorrevole, presenta una vicenda chiaramente fittizia: il comandante del campo rinchiude per una notte dieci prigionieri nella lavanderia, chiedendo loro di selezionare chi debba essere fucilato. Attraverso dialoghi serrati e trasformazioni dei personaggi il testo giunge a una conclusione inaspettata, confermandosi avvincente. Ma perché ambientare questa storia ad Auschwitz, e non, per esempio, in una prigione del Cile di Pinochet? Perché la Shoah tira. E quando la Memoria si trasforma in industria risponde alla sua logica, non all’esigenza fondamentale di conoscere il proprio passato. Se vogliamo che la Memoria sia un monito per i giovani, che i giovani sappiano pensarsi come potenziali carnefici oltre che come potenziali vittime, occorre tracciare un nuovo percorso di conoscenza. Doloroso. Un sentiero che unisca la raffinata disciplina scientifica della Shoah alla Memoria come genere di consumo culturale e politico. Per garantire il futuro della Memoria.