IL MISTERO DI MARIA

Da “Pubblico” 1 ottobre 2012
IL MISTERO DI MARIA
di Tobia Zevi

    In una vecchia vignetta di Sergio Staino, Bobo sgrida la moglie che vuole guardare una soap-opera. «Berlusconi non ha vinto nel 1994!» urla «Berlusconi ha vinto quando in questo innocente strumento (la tv, ndr) ha trasmesso la prima telenovela». E forse, quando il tempo ci avrà liberato dai pregiudizi, dovremo davvero partire dalla tv – abbandonando tentazioni moralistiche – per capire il berlusconismo e l’Italia cambiata degli ultimi decenni.
    Ne «Il mistero di Maria – La filosofia, la De Filippi e la televisione» (Mimesis, pp. 106, euro 12), Salvatore Patriarca analizza la rappresentazione del mondo offerta da Amici, Uomini e donne e C’è posta per te, studiando le strutture narrative e le ragioni profonde di un così enorme successo. Al di là dei numeri l’indagine è giustificata da una ragione più sostanziale: i tre programmi, come testimonia l’assai ben curato sito internet (http://www.mariadefilippi.mediaset.it/), costituiscono un unico sviluppo formato da tre unità in sequenza. L’ordine non è affatto casuale, perché segue l’evoluzione delle nostre esistenze.
    Sfruttando la propria cultura filosofica e la passione televisiva, l’autore descrive i tre programmi spiegandone le strutture (tempo e spazio della scena), le figure narrative e ovviamente la semantica profonda. Solo nell’ultimo capitolo si parla di Maria De Filippi, collante e vestale di tutto il percorso.
    Partiamo da Amici, il primo tassello. É l’epoca della formazione. I giovani protagonisti si impegnano per eccellere nel ballo, nella danza, nella recitazione e studiano per raggiungere l’obiettivo. Come a scuola, ragazzi e ragazze lasciano la dimensione familiare per confrontarsi nello spazio aperto, composto da compagni e insegnanti. Si creano quindi due dinamiche fondamentali: la solidarietà tra pari e la contrapposizione con l’autorità. É a questo punto che comincia l’interpretazione della realtà: l’autorità dei docenti è limitata e parziale. Essenzialmente per tre fattori: devono giudicare performance artistiche, poco adatte a un giudizio oggettivo; vengono contestati dal pubblico in studio che non avverte alcuna soggezione; il loro parere conta meno del televoto, il giudizio del pubblico a casa che sancisce la vittoria. Insomma, per vincere non è decisiva la qualità della prestazione, ma la quantità dei voti presi. La valutazione qualificata dell’insegnante cede il passo all’inarrestabile potere dei numeri e – proprio come sta accadendo nella scuola – con esso perde qualunque prestigio. Solo Maria mantiene la propria autorità intatta, tenendosi sapientemente al di fuori dalla mischia.
    Con Uomini e donne va in scena la competizione, cioè l’affermazione dell’individuo (già formato) rispetto al suo prossimo. Scopo del gioco è conquistare il trono, a cui si accede seducendo il/la tronista e superando gli altri concorrenti. Tutti sono contemporanemente giocatori e spettatori, visto che possono commentare i comportamenti altrui. Ma l’invenzione è un’altra: dopo aver battuto gli avversari ed essere stato scelto dal tronista, la partita non è conclusa. É il concorrente che sceglie se «amare» veramente l’oggetto del proprio corteggiamento. Può volerlo, e tentare così la strada dell’amore, oppure rifiutarlo, dimostrando che la seduzione era solo una strategia finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo. Non c’è verità, trionfa il relativismo – è una definizione tecnica, non morale – e l’individualità. Certo, esiste la prospettiva dell’amore, ma è solo Maria che, seduta sulla scala, rappresenta un argine all’homo homini lupus.
    Dopo la competizione sfrenata c’è bisogno di una visione positiva. Ecco C’è posta per te, il programma della riconciliazione (e del perdono). Due persone hanno litigato e non si parlano più. Uno dei due decide che è tempo di riprovarci, e in questo modo attiva – attraverso i postini – la richiesta di dialogo. Il pubblico che assiste al confronto tra i protagonisti rappresenta, in una scenografia che ricorda i proto-cristiani, la comunità, mentre è sempre Maria a officiare questo rito altamente simbolico.
    Formazione, competizione, riconciliazione. Ecco i tre momenti rappresentati nella tv di Maria De Filippi. Esperienze che tutti compiono nella propria vita, necessarie per crescere. Esperienze esterne eppure legate alla nostra epoca: quando l’autorità è messa in discussione; la società è parcellizzata e competitiva fino all’eccesso; tutti cercano un «senso» che rischia di essere irragiungibile.
    Il libro non ha alcun accento moralistico e privilegia l’analisi. Ma un giudizio forse va dato, pensando all’enorme influenza che queste trasmissioni hanno su generazioni di giovani. La tv rappresenta la realtà e Amici, Uomini e donne e C’è posta per te rappresentano la realtà del post-moderno. Ma con Maria De Filippi viene valorizzata la «devianza» del nostro tempo rispetto a dinamiche umane fondamentali. Una devianza spesso negativa che nell’autorità di Maria e nella potenza del medium televisivo trova la sua fondamentale giustificazione.
                                                

IO, DA MACERATA ALLA SVEZIA PER INSEGNARE L’ITALIANO

Da Linkiesta.it – 21 aprile 2012
“IO, DA MACERATA ALLA SVEZIA PER INSEGNARE L’ITALIANO”
di Tobia Zevi

«Sono finito qui per caso… Ho saputo del concorso una settimana prima della scadenza, ed era il primo della mia vita; mai compilato applications per università straniere. Ci ho provato ed è andata bene. Tutto via mail, nessun documento stampato o fotocopiato.
La selezione è stata comunque molto seria. Dopo la valutazione del Cv svolta da due esperti, ho avuto un colloquio telematico di circa due ore con il direttore del Dipartimento e con il responsabile del settore scientifico, poi ho dovuto tenere una breve lezione (sempre via webcam) e correggere una tesina di livello avanzato. Non è stato facile, glielo assicuro».

Gianluca Colella, 31 anni, professore associato di lingua italiana all’università del Dalarna, Svezia. Potremmo definirla un «cervello in fuga», anche se la formula è un po’ inflazionata. Come è arrivato fin qui?

«Infatti “cervello in fuga” è un’espressione che non mi piace. Il mio percorso è quello di chi, un po’ scriteriatamente, ha voluto intraprendere la carriera accademica in ambito umanistico. Mi sono laureato in Lettere, ho vinto un dottorato senza borsa, poi un assegno di ricerca di un anno caduto dal cielo, e infine cinque anni di insegnamenti a contratto pagati una miseria. É stata dura, sempre in viaggio tra Roma e Macerata (dove insegnavo), pubblicazioni, convegni eccetera eccetera. Ma alla fine – e non accade sempre – questi sacrifici hanno pagato. E ora mi trovo a vivere quest’esperienza completamente nuova, a insegnare l’italiano a distanza. Ma non come si fa in Italia, le lezioni qui sono “in diretta”, c’è interazione tra studenti e docenti».

Dunque è soddisfatto di questa esperienza, si trova bene…

«Certamente. L’università è organizzata molto bene e gli spazi sono funzionali. Ogni docente ha la sua stanza e gli studenti hanno a disposizione diverse aree dove poter studiare insieme, discutere e progettare. L’ambiente è vivace e internazionale, anche grazie ai numerosi studenti Erasmus. I colleghi sono cinesi, giapponesi, spagnoli, inglesi, arabi, canadesi, statunitensi, tedeschi, francesi, portoghesi.
Nelle università svedesi i docenti e ricercatori stranieri sono più del 23% del totale; i dottorandi stranieri sono invece il 26%: questi dati parlano chiaro e dimostrano quanto la Svezia sia aperta al mondo». 

I rapporti con i colleghi, mi pare di capire, sono ottimi. Ma come si fa a insegnare una lingua (o un’altra materia) a persone che non ha mai visto dal vivo?

«L’università del Dalarna è all’avanguardia per l’insegnamento a distanza delle lingue straniere. E l’italiano è stata la prima lingua a sperimentare corsi online. Poi, grazie ad anni di ricerca sullo sviluppo della didattica internet-based (“Next Generation Learning”), i corsi online non hanno più nulla da invidiare a quelli tradizionali. In tutti i campi.
Le dimensioni del paese e l’attenzione tipicamente scandinava verso le persone, che spesso non possono recarsi fisicamente in un’aula universitaria, ha favorito l’investimento sulla tecnologia. E ormai è online la maggioranza delle lezioni.
Siccome l’università è gratuita per i cittadini UE pure se frequentano corsi online, anche un italiano che vuole studiare da casa sua può iscriversi al nostro ateneo senza grandi difficoltà. Serve solo una buona connessione internet!».

Si riesce a stabilire un contatto umano con persone che conosci attraverso il monitor?
 
«Si instaura un rapporto diverso con i tuoi studenti. La webcam, il continuo scambio di email e le lezioni in streaming rendono tutto più diretto. Può capitare, certo, che ci siano delle incomprensioni e che la connessione non funzioni, ma sinceramente il sistema mi pare molto efficiente.
Noi docenti facciamo più fatica: occorre predisporre tutti i materiali online e gli esercizi che fanno da complemento alla lezione, e questo richiede tempo e precisione.
Se nasce un rapporto d’empatia, se il docente è in grado di intercettare le esigenze dello studente, se c’è la volontà, la distanza si annulla.
E comunque – io la penso così – l’unico modo in cui insegnamenti specialistici, penso alla letteratura e alla linguistica, possono sopravvivereoggi , è proprio l’apprendimento a distanza».

Chi sono i tuoi studenti, perché vogliono imparare l’italiano?
 
«Nei miei corsi ci sono parecchi casi interessanti: qui in Svezia si continua a studiare tutta la vita, e quindi impiegati e pensionati preferiscono, talvolta, iscriversi all’università invece che alle scuole serali. Ma il pubblico è molto vario: ci sono docenti di italiano nei licei, studenti non svedesi, per lo più danesi e norvegesi. Sono tanti anche gli svedesi, soprattutto donne, che seguono i corsi dall’Italia, ma anche da altri paesi, per esempio Francia e Inghilterra.
C’è anche un professore universitario in marketing e turismo. Se la immagina una situazione del genere in Italia? Un professore, regolarmente iscritto come studente  a un corso universitario?
A livello principiante c’è un giovane calciatore: forse sogna di ripercorrere le orme di Ibrahimovic, qui un vero e proprio eroe nazionale.
Infine ci sono gli italiani che vivono in Svezia, alcuni già laureati: seguono i nostri corsi perché hanno bisogno dei crediti per insegnare nelle scuole svedesi. Insomma, persone molto diverse ma quasi sempre motivate».

Come si svolgono gli esami se non ci si incontra?

«C’è sempre il dubbio che durante gli esami gli studenti riescano a copiare, nonostante debbano tenere accesa la webcam e siano sorvegliati dai “Tentavakter” ovvero i guardiani dell’esame. In Svezia funziona così: il giorno dell’esame non c’è il docente, ma la prova ti viene somministrata da questa figura, che si presenta anche nei corsi a distanza».
 
Pensi che anche l’università italiana possa avere un futuro telematico, con un maggiore rigore rispetto agli esperimenti fatti finora?

«Temo di no, detto in tutta franchezza. Un’università telematica sul modello svedese non sarà possibile finché non ci saranno infrastrutture adeguate, che richiedono ingenti investimenti. La banda larga in Italia è un disastro: siamo al 104° nel mondo per la velocità dell’invio dei dati. Ed è quella che serve per far funzionare le piattaforme necessarie alla didattica a distanza».
 
Che sentimenti hai notato nei confronti dell’Italia in un paese così diverso come la Svezia, un paese che molti italiani considerano un modello di civiltà?
 
Beh, come sempre ambivalenti: amore e simpatia da una parte, derisione, talvolta biasimo dall’altra. Sono molte le cose che risultano incomprensibili ai loro occhi, specie le donnine seminude in tv: bisogna ricordare che la Svezia è la patria del femminismo. In più di un’occasione mi è stato fatto notare che la condizione femminile è un grosso problema da noi. Chi sostiene con maggior forza questa posizione, però, spesso ha un marito o un fidanzato italiano…

Sei felice della tua esperienza svedese, vorresti ritornare in Italia?

Certo, soprattutto perché è stato tutto un po’ una sorpresa. Non mi sarei mai aspettato di andare a vivere e a lavorare nel cuore della Svezia, in una cittadina come Falun, di cui solo gli appassionati di sci di fondo e i pochi lettori di E.T.A. Hoffmann hanno forse sentito parlare. Qui la qualità della vita è davvero alta, c’è molta natura, poche auto, tante biciclette (anche con la neve!). In tutta sincerità ora non penso proprio a ritornare, se non per le vacanze e per ragioni di studio.

Con Gianluca (ci tiene a precisare che i «titoli» in Svezia non esistono) ci si incontra nella sua stanza virtuale, a cui si accede attraverso il sito web dell’università. Basta prendere appuntamento, accendere il computer e scordarsi per un attimo dove si è seduti…

ARRIVA IPREMIER: IL PARLAMENTO DI FACEBOOK PUO’ FARTI DIVENTARE MINISTRO

    Da Linkiesta.it – 2 marzo 2012
    ARRIVA IPREMIER: IL PARLAMENTO DI FACEBOOK PUO' FARTI DIVENTARE MINISTRO
    di Tobia Zevi
 
      A che servono i social network? A informarsi, ovvio, ma anche a conoscersi, a impicciarsi e a litigare. Già, perché online ci si può esprimere più facilmente e mostrarsi in disaccordo con il proprio interlocutore. Così in rete fioriscono discussioni e battibecchi, spesso con l’obiettivo esplicito di sfogarsi e di stare insieme.
    Tutta questa energia profusa, che rischia di risolversi semplicemente in un sacco di tempo che se ne va, può essere sfruttata? É la domanda che si sono rivolti tre giovani imprenditori romani, Alberto De Marinis, Marco Fiocchi e Andrea Manasse, che li ha condotti a inventare «Ipremier», la prima applicazione per Facebook che consente di giocare alla politica.
    «Ero stufo di ascoltare i comizi degli amici» racconta Marco Fiocchi, filosofo e blogger «Tutti proponevano la loro manovra “Salva Italia”… “Taglierei qui, eliminerei là, accorperei questo, privatizzerei quest’altro…”. Allora ho pensato: “Perché non farlo sul serio?” Abbiamo il mezzo (internet), abbiamo i canali (social network). Facciamolo diventare un gioco, uno strumento per tutti”».
In un’epoca di sfiducia nelle istituzioni e nei partiti è interessante che si investa sulla politica; ciò dimostra che il fascino della militanza, dell’impegno e anche del potere resiste nonostante tutte le statistiche stimino l’astensionismo intorno al 40%.
«E’ semplice» spiega Alberto de Marinis, ingegnere «Basta avere un account Facebook (per cominciare). Puoi scegliere i ministri tra i tuoi amici, valutare quali settori siano meritevoli di un apposito dicastero, trasformare maggioranze parlamentari. E presentare leggi che il Parlamento di Facebook potrà approvare o respingere».
    «Ipremier» è un esperimento, ed è difficile prevederne il futuro; non è detto che non venga adottato nelle scuole per l’educazione civica, come un’opportunità per insegnare ai giovanissimi quanto sia emozionante cercare consensi o scrivere una buona legge. E si può considerare questa applicazione come un desiderio di democrazia diretta ai tempi di internet.
«Le potenzialità di “Ipremier” sono illimitate» conclude Andrea Manasse, avvocato e criminologo «Il progetto è ancora agli inizi: i presidenti affronteranno imprevisti e crisi, e vedremo se saranno all’altezza. I giocatori potranno esprimere le loro idee, e formulare finalmente un pensiero politico che sia più di un semplice sfogo da bar».
Con un rischio, certo: che tutti pensino di saperla più lunga degli altri. Come recita un vecchio adagio israeliano, che prende bonariamente in giro i tassisti: «Peccato che tutti quelli che sanno come fare la pace in Medioriente siano impegnati a guidare un taxi!».
“Ipremier” sarà presentato in anteprima questa sera a Roma alle ore 19, presso lo Spazio informale di via dei Cerchi 45. Da questo momento l’applicazione è scaricabile online dal link: www.ipremier.it.