L’ANTISEMITISMO TRA I FORCONI

Da “l’Unità” 14 dicembre 2013
L’ANTISEMITISMO TRA I FORCONI
di Tobia Zevi

Da una parte, non possiamo abbassare la guardia. Dobbiamo vigilare, denunciare, ammonire. Di fronte alle dichiarazioni antisemite – poi smentite – di Andrea Zunino, portavoce dei Forconi, bene ha fatto Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, a esprimere la sua ferma condanna. Parole ispirate “dai più violenti e biechi stereotipi antisemiti”, che offendono “non soltanto la memoria di milioni di individui che in nome dell'ideologia nazista trovarono la morte tra le più atroci sofferenze ma soprattutto l'intelligenza, la coscienza democratica e la maturità di quella popolazione italiana le cui istanze ci si propone di rappresentare, evidentemente in modo inadeguato, nella strade e nelle piazze di tutto il paese”.
Dall’altra parte, dobbiamo evitare che queste esternazioni facciano il gioco di sedicenti leader, inquinando e sporcando le ragioni di un movimento di protesta che, pur tra mille contraddizioni, esprime un disagio crescente in tutta la società italiana.
Il sentiero è assai stretto. Non possiamo permetterci di banalizzare, derubricando a sciocchezze affermazioni di una gravità inaudita (come quando si parla di “barbarie nazi-fascista”, escludendo i lager dal novero delle manifestazioni umane, troppo umane), ma dobbiamo percorrere la via del ragionamento. In questo senso ci aiuta quanto descritto su queste colonne da Luigi Manconi, che ha raccontato il rogo recente, in Ungheria, delle poesie di Milós Radnóti, poeta e martire ebreo del Novecento, la cui memoria è presa di mira da gruppi nazistoidi ben coccolati dal partito di governo. Roghi di libri – ricorda qualcosa, sempre a proposito di Forconi? – cui è seguita la distruzione della statua dell’artista.
Solo pochi mesi fa il Congresso mondiale ebraico scelse di tenere la sua Assemblea generale a Budapest per destare l’attenzione del mondo su quanto avviene dalle parti del Danubio: discriminazioni nei confronti di ebrei e Rom; leggi liberticide nei confronti dei giornalisti (Beppe Grillo potrebbe prendere spunto!); impunità per milizie neo-naziste che agiscono e minacciano nei quartieri e per le strade. E vengono alla mente, nella nostra ignavia e nel nostro disinteresse, le parole pronunciate dal direttore dell’Agenzia di stampa ungherese pochi minuti prima di essere assassinato dai soldati sovietici, riportate da Milan Kundera nel 1984: “Moriremo per l’Ungheria e per l’Europa”.  
Che cosa sta accadendo nel nostro continente? Marine Le Pen e i movimenti euroscettici sembrano rafforzarsi e persino prevalere un po’ ovunque, mentre la crisi economica non si interrompe, le diseguaglianze aumentano, e le istituzioni comunitarie si mostrano afasiche di fronte a drammi epocali come i flussi migratori dall’Africa e incapaci di fronte agli aneliti di libertà provenienti dall’Ucraina. I leghisti, dal canto loro, ospitano sia Le Pen sia i Forconi, trait d’union delle pulsioni più preoccupanti in circolazione.
É la retorica dei “poteri forti”, quella vergognosamente riassunta da Zunino. Una formula abusata che fa perno proprio sulla sua indeterminatezza. E che ha ovviamente grande presa sulla protesta disorganizzata, confusa, rabbiosa, sostanzialmente miope che si manifesta in questi giorni. Anziché analizzare le ragioni di una crisi epocale, che affonda le sue radici nel ricorso esasperato alla finanza e al consumo di merci e del pianeta; anziché interrogarci sul modello di sviluppo che abbiamo sposato e sugli errori compiuti; anziché studiare i cambiamenti profondi imposti dalla globalizzazione nelle sue mille sfaccettature, ci si rifugia nella sciatteria e nel pressapochismo. Si umilia la lingua. Ma mentre la precisione linguistica è una prova di qualità democratica (come spiegava George Orwell), la confusione è invece un primo campanello d’allarme. Si va alla ricerca di un capro espiatorio, spesso ancora sfuggente (“tecnocrati”, “euroburocrati”). Ma su questa china, prima o poi si finisce agli ebrei. Anche se oggi se la prendono anche con immigrati o zingari.
In questo momento gli ebrei ungheresi, se possono, lasciano l’Ungheria. Come mi disse anni fa un leader druso libanese, che certamente non conosceva la poesia di Bertold Brecht: “Quand les juives partent, c’est un mauvais signe”. Cerchiamo di fare qualcosa.
                                                

A ROMA CI VUOLE IL PORTA A PORTA DELLE PRIMARIE

Da "Europa" 18 ottobre 2013
A ROMA CI VUOLE IL PORTA A PORTA DELLE PRIMARIE
di Tobia Zevi 
 
Nei giorni scorsi ho letto su Europa un importante articolo di Roberto Morassut a proposito del congresso del Partito democratico di Roma. Intervento che, per l’ampiezza dei temi toccati e la rilevanza dei problemi posti, merita una riflessione apposita.
Organizzazione interna del partito, funzione che la politica deve svolgere all’interno della società e ruolo dell’area metropolitana romana nel quadro nazionale: sono questi i tre temi essenziali approfonditi nel testo.
Sul primo punto Morassut – senza retorica – pone dei quesiti sui quali è impossibile non concordare. Lotta tra le correnti, accaparramento di posti, riduzione della dinamica democratica del consenso a puro conteggio delle tessere. Senza cadere in facili moralismi, è sotto gli occhi di tutti che il partito abbia perso linfa vitale e si sia ridotto, in molti casi, a pura gestione del potere. Le stesse correnti non sono luoghi, pur ristretti, di elaborazione e discussione, ma canne d’organo con tanto di nome e cognome.
Ciò ha prodotto, da un lato, uno scollamento tra i militanti e i dirigenti. Dall’altro, una sfiducia generalizzata dei cittadini nei confronti della stessa mediazione politica. Abbandonare le vecchie abitudini? Cambiare passo? Rinunciare al “poltronificio” amministrativo? Morassut chiede un rinnovamento radicale, netto, esplicito. Un rinnovamento che non sia semplicemente di facciata, da “anima bella”, che finga di dimenticare la concretezza dell’agire politico.
 A queste domande, mi sento in assoluta trasparenza di rispondere con un “sì” privo di tentennamenti. È questa la linea che ha ispirato la mia candidatura e che anima l’intera proposta politica di Matteo Renzi, la cui sfida nazionale si gioca proprio sulla possibilità che l’Italia sia finalmente capace di “cambiare verso”.
Il ruolo del partito nella società è un altro tema che il Pd deve affrontare con urgenza. Correnti, capi bastone, notabili, leaderismo a ogni livello: sono difetti che non possono essere minimizzati. Riconoscere il problema è il primo passo per il cambiamento. Avere gruppi aperti, ricchi di entusiasmo e voglia di partecipazione, riconoscere il merito delle persone, riuscire a ragionare per il bene della collettività e non secondo gli “ismi” personalistici del momento. Noi iscritti non dobbiamo aver paura di confrontarci con chi sta fuori dalla porta, perché la logica delle primarie fa ormai parte della nostra identità condivisa.
Le primarie, pur tra le tante contraddizioni, sono il momento fondativo del Partito democratico e ne costituiscono ancora il rituale decisivo. I congressi di oggi non devono ignorare ciò che accadrà l’otto dicembre prossimo. Questa esigenza di apertura e rinnovamento delineata da Morassut è anche la mia. Lo spirito della mia candidatura si nutre proprio della convinzione (sì, convinzione, non semplice speranza) che le persone rendono vivo il partito, che le persone migliori rendono il partito migliore. È nella partecipazione che si riscopre la forza sana della società italiana e la possibilità del superamento della crisi che l’Italia attraversa.
Nell’analisi di Morassut non manca infine un riferimento essenziale alla politica “pesante”, quella che completa la parte “programmatica”. È al sistema produttivo, alla tenuta del ceto medio, alla necessità di ricostruire uno sviluppo che riconsegni Roma al suo ruolo di capitale del paese che occorre guardare. Accolgo l’invito assai concreto a coniugare la politica “pensata”, quella dei programmi, a quella “pesante”, degli atti realizzativi. E auspico che possa istaurarsi con lui un dialogo proficuo e che si percorra un tratto di strada insieme per trasformare in fatti concreti il maggior numero di idee innovative. L’obiettivo che abbiamo davanti è ambizioso: sostenere, anche in maniera dialettica, l’amministrazione del sindaco Ignazio Marino, e consentire a lui e a tutti noi di forgiare – dopo Luigi Petroselli e dopo gli anni del “Modello Roma” – la terza stagione del riformismo romano.

(Tobia Zevi è candidato alla segreteria del pd di Roma)

LA CICATRICE DI ROMA

da "l'Unita" 16 ottobre 2013
LA CICATRICE DI ROMA
di Tobia Zevi  
 
Erich Priebke è morto a Roma pochi giorni prima del 16 ottobre, settantesimo anniversario della deportazione ebraica dal Ghetto. Una coincidenza tragica e quasi perfetta. Le ore di quel terribile sabato mattina sono descritte mirabilmente in un libretto di Giacomo Debenedetti, “16 ottobre 1943”. Attraverso gli occhi di Laurina S., un’ebrea romana, il grande critico racconta la razzia “in diretta”, nell’incredulità delle vittime che fino all’ultimo avevano rifiutato di cogliere i pur pesanti segnali della minaccia incombente. La lingua oscilla tra il nitore assoluto, che ricorda Primo Levi, e alcuni cedimenti alla commozione, assai misurati, mitigati dalla consapevolezza letteraria. Forse è per questa ragione che lo stesso autore, a proposito del suo libretto, sosteneva che fosse stato scritto da un Anonimo romano, quello della “Vita di Cola”. 
Gli ebrei romani destinati alla deportazione furono arrestati quella mattina, condotti al Collegio militare, da lì alla stazione Tiburtina, poi a Fossoli, e giunsero finalmente ad Auschwitz il 22 ottobre, dopo un viaggio in treno in condizioni inimmaginabili (senza acqua e aria, tra gente che moriva ed escrementi). Di quei 1024 ebrei romani tornarono in sedici, alcuni dei quali raccontarono la loro storia decenni più tardi e da allora non hanno mai smesso di offrire la loro preziosa testimonianza. Furono, quegli ebrei romani, pedine inconsapevoli della Storia, quella del secolo breve, quella del Male assoluto, quella insomma che si studia, e speriamo si studierà, sui libri; storie nella Storia. Come Priebke, del resto: anch’egli pedina di un ingranaggio infernale e disumano (o troppo umano?). Divenne personaggio allorché fu snidato nel suo confortevole nascondiglio sudamericano, alla metà degli anni Novanta, ed ebbe inizio la sequenza di processi, assoluzioni e finalmente condanne.
Ma è stato personaggio perfetto, nel suo genere, perché non ha mai mostrato il minimo segno di pentimento o di umana compassione. É stato davvero, in senso etimologico, assoluto, sciolto da ogni convenzione di umanità. Si è difeso trincerandosi dietro agli ordini ricevuti, come se l’ubbidienza potesse assolverlo da una carnefici perpetrata freddamente. Entrato dunque un po’ per caso nella Storia, ne è stato attore protagonista del Male. 
Chissà se un giorno verrà celebrato con altrettanta solennità un processo a uno scafista, a uno che ha fatto morire centinaia di disperati nel mar Mediterraneo. Non è probabile, e non è detto che l’imputato riuscirebbe a divenire un’incarnazione del Male. Intanto per via del nome, difficile, per noi, da ricordare e pronunciare. E, inoltre, perché la sua storia sarebbe probabilmente più simile a quella delle sue vittime di quanto la trama richiederebbe. Tra un SS e un internato si instaurava una distanza abissale, persino ontologica, come ricorda Levi. Al contrario lo scafista e il profugo sono, letteralmente, “sulla stessa barca”. É probabile che proprio questa prossimità dei corpi induca lo scafista a comportarsi in modo efferato, a ribadire la sua posizione preminente. Ma rimane, nella sua biografia, la permanenza nei vari centri di detenzione nordafricani e italiani, il rischio corso nella fuga dalle polizie e tra i marosi, la subalternità alle organizzazioni criminali. Se un giorno verrà celebrato, quel giusto processo contro chi ha ammazzato centinaia di innocenti disperati, è probabile che non racconterà la Storia, che non avrà un vero e proprio protagonista. 
Credo che questo divario non sia riscontrabile solamente attraverso il confronto fra i nostri drammi quotidiani e la Shoah, una tragedia dai contorni e dalle dimensioni per fortuna non comparabili ad altre tragedie precedenti e successive. Credo che tutto ciò abbia a che fare anche con le caratteristiche di fondo dell’epoca presente, con il suo sentimento del tempo, con le sue passioni, con uno stato d’animo generazionale. La Guerra propone immediatamente un carattere epico della Storia. E epico è in fondo anche il Dopoguerra: Danilo Dolci e Giuseppe Di Vittorio, l’educatore e il sindacalista, simboli di un’epoca capace di aprire ai più umili le porte dell’istruzione e di affermare i diritti degli sfruttati. Un’epopea condivisa anche dai suoi protagonisti anonimi, ingranaggi della Storia, storie nella Storia. Penso a Mario Z., che mi raccontava come, subito dopo la guerra, aveva accompagnato la moglie tubercolotica all’Ospedale San Camillo di Roma, dove avrebbe partorito il primo figlio in un reparto per malati infettivi. Lui aspettava in strada, fuori dai cancelli, con in mano una mela, un pezzo di pane e un barattolo di conserva, a partire dai quali avrebbe allevato due figli, li avrebbe fatti studiare, avrebbe comprato loro due piccole case, anche grazie a un’unione indissolubile con la sua compagna. Attore non protagonista, ma di un’epopea. Il sentimento del tempo, dicevamo. Chi di noi, soprattutto tra i più giovani, si sente parte di un’epopea? Le tragedie dei nostri giorni – come abbiamo visto – rischiano di non “fare” memoria, di non trasformarsi in epica. Sarà per il colore della pelle, per i nomi difficili da pronunciare, perché la nostra era è talmente bombardata da informazioni da non riuscire a trattenerne nessuna. Altrettanto vale anche per le esperienze positive, eroiche, che pure ci sono. Chi canterà le gesta del giovane precario, lacerato tra tre lavori e tuttavia capace di occuparsi anche del nonno handicappato? E chi descriverà la fatica degli operatori di quella casa famiglia, che ospita bambini malati provenienti dal Sud Italia e dal Sud del mondo? Senza la Storia, rischiano di non esserci neanche le storie. E senza proiezione verso il futuro rischia di sparire la memoria, che si nutre appunto del futuro nel passato. Qualcuno ha parlato di “epoca delle passioni tristi”, in rapporto al tempo delle grandi ideologie e dei grandi movimenti (spesso tragici) di popolo. Forse sarebbe più esatto parlare di “passioni corte”, frammentate, episodiche. Passioni e impegno alti e nobili, ma incapaci di coagulare partecipazione e di durare nel tempo. Un’epoca, una generazione, che rischiano di non riuscire a costruire una memoria condivisa.