Dibattito avvelenato

Tempi tristi, i nostri. Nei quali il problema epocale delle migrazioni viene affrontato capziosamente, prendendo a pretesto le Ong per dimenticare la cruda realtà. Il mondo va più o meno così: milioni di persone si spostano nel continente africano (e altrove, ma limitiamoci ai fatti nostri) a causa delle guerre, della siccità e della fame; in paesi già poverissimi sorgono campi profughi fino a centinaia di migliaia di persone, inferni a cielo aperto che ognuno di noi dovrebbe essere costretto a visitare prima di aprire bocca; una piccolissima minoranza di questa massa di disperati decide di intraprendere il viaggio fin nel nostro mondo, spesso la componente più ricca e formata; lungo il percorso gli uomini vengono derubati e picchiati, le donne e i bambini derubati, picchiati e stuprati; chi non muore per strada o nei vari centri di detenzione riesce dopo molto tempo a imbarcarsi su barconi di fortuna, e se ha buona sorte approda in Italia o in qualche paese europeo; qui comincia una nuova vita, spesso assai misera ma comunque migliore di quella che lo aspettava a casa sua; in Italia come negli altri paesi la presenza di migranti e profughi – sebbene lontanissima nei numeri dall’invasione pretestuosamente evocata – produce paura, insofferenza, problemi di gestione e configura una sfida complessa che ci attende per i prossimi decenni; in generale, le persone tendono a voltarsi dall’altra parte nonostante siano bombardate da immagini terribili, in quella che papa Francesco ha battezzato come “globalizzazione dell’indifferenza”.
In tutto questo, pare che il problema siano le Ong. Le quali, per stessa ammissione degli inquirenti, se anche avessero commesso dei reati (favoreggiamento dell’immigrazione clandestina) lo avrebbero fatto non per interesse economico ma per eccesso di buona volontà. Sulla stampa cattolica si è parlato di “reato d’altruismo”, mentre altri hanno proposto il “reato umanitario”. Così come il mitico Massimo Bordin – riferendosi alla pratica dei trasbordi che può produrre distorsioni – ha azzardato la nozione di “corridoio umanitario”. Insomma, ma davvero c’è chi vuole avvelenare il dibattito in questo modo? E davvero la nostra opinione pubblica è ormai così anestetizzata e corrotta da lasciarsi abbindolare a questa maniera?
Una notazione conclusiva dal punto di vista ebraico. Non culturale ma politico. Le Ong hanno diverse matrici, sono di ispirazione cattolica in alcuni casi ma più spesso sono laiche, talvolta troppo inclini all’impegno politico diretto. In Italia l’assistenza sociale ai poveri, disabili, anziani, stranieri è in larghissima misura delegata alle strutture cattoliche, in un meccanismo di sussidiarietà che a seconda dell’umore possiamo leggere come esempio virtuoso oppure come classico compromesso italico. Ora, se culturalmente e mediaticamente si accetta che le Ong siano messe sul banco degli imputati, bisogna anche rendersi conto che inevitabilmente il mondo del terzo settore sarà ancora più compattamente cattolico, in una sorta di meritevole monopolio del bene.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Una pericolosa inerzia

Da Moked.it – 25 luglio 2017

Sono piccoli segnali, certo. Marginali e talora persino macchiettistici. Eppure, messi in fila uno dopo l’altro, un po’ di impressione la fanno: prima la notizia della spiaggia fascista di Chioggia, che da anni esibisce simboli del Ventennio oltre a cartelli misogini e intolleranti; poi un deputato della Repubblica, Massimo Corsaro, che per polemizzare con il collega Emanuele Fiano scherza in modo greve sulla sua circoncisione e dunque sulla sua appartenenza religiosa; infine il simpatico oste di Tropea, in Calabria, che a una coppia di omosessuali in cerca di una stanza risponde candidamente – per iscritto – di non accettare animali e gay nella sua struttura.
Intendiamoci, si tratta di un quadro a macchia di leopardo. Recentemente mi è capitato un episodio interessante in un ristorante di una media provincia italiana: l’avventore accanto al mio tavolo ripete un paio di volte al cameriere di “non fare il giudeo, non fare il rabbino”; alla seconda volta interveniamo con gli altri commensali e ne nasce un piccolo diverbio, accolto dalla condanna unanime della battuta antisemita da parte degli altri clienti e dello stesso ristoratore. Il giorno dopo un amico non ebreo incontra per caso il proprietario per strada, ed è quest’ultimo a raccontargli la brutta figura, sinceramente mortificato. Tutto sommato, un sentimento non scontato.
In generale, la mia sensazione è questa: nella società sono cambiati profondamente i modi di pensare, e in larghi strati della popolazione, non solo quelli più colti, si considerano ingiustificabili atteggiamenti intolleranti, razzisti, antisemiti, discriminatori. Allo stesso tempo – probabilmente per l’esplosione del dibattito sull’immigrazione e per il messaggio di molti “cattivi maestri” – la capacità di reazione, il moto di indignazione si sono fatti più lenti sino a sfociare nell’inerzia. Insomma, non bisogna ingigantire me neanche minimizzare. Il fascismo è prima di tutto ciò che ci accade nella vita di tutti i giorni, e ciò che lasciamo crescere dentro di noi senza combattere.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Accoglienza al Memoriale

Da Moked.it – 18 luglio 2017

Per il terzo anno consecutivo, la Fondazione del Memoriale della Shoah di Milano apre i suoi locali al di sotto della Stazione centrale e accoglie una quarantina di profughi e richiedenti asilo. Da domenica sera docce, pasti caldi e conforto per persone che celano storie drammatiche, e che tendiamo a visualizzare solo quando si mostrano in gruppo, relegandole all’invisibilità se invece camminano affaticate e solitarie per le strade delle nostre città. Davanti alla Stazione centrale, a pochi metri di distanza, ce ne sono molte, e infatti se ne parla con allarme e rabbia. Ai responsabili del Memoriale, comunque, moltissime congratulazioni, Kol Ha-Kavod!

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Passi avanti e vigilanza

Da Moked.it – 4 luglio 2017

Sono passati solo cinque mesi da quando, in febbraio, celebrammo il “Patto nazionale per l’Islam italiano, espressione di una comunità aperta, integrata e aderente ai valori e principi dell’ordinamento statale”, firmato al Viminale da nove associazioni islamiche. Senza tacerne il carattere embrionale, e la dimensione programmatica rispetto al faticoso processo di integrazione, ci parve allora un primo passo comunque significativo.
Apparentemente, avevamo ragione. Nei giorni scorsi una delle nove sigle presenti al tavolo, la più ampia, rappresentativa e anche discussa, l’UCOII, ha inviato al ministro dell’Interno Marco Minniti 62 pagine di censimento di luoghi e ministri di culto islamici in Italia. Si tratta certamente di un lavoro parziale – di cui andrebbe predisposta anche una versione scaricabile online – ma comunque prova di un grande sforzo di trasparenza e apertura da parte dei musulmani.
Nel rapporto si trovano nomi, numeri di telefono, indirizzi, elenco delle attività, tipologia dei fabbricati in cui si svolgono. Una sorta di auto-schedatura, un gesto nei confronti dello Stato. Dai primi dati (mi rifaccio a Goffredo Buccini sul “Corriere”) emergono alcune informazioni interessanti, che pongono interrogativi politico-culturali e problemi: solo l’1% delle moschee si trova in locali adatti sul piano urbanistico e architettonico; i capannoni industriali rappresentano il 35% del totale, a fronte del 20% dei garage e del 9% degli scantinati; non mancano – a riprova della serietà dell’indagine – un 15% di comunità che si ispirano al salafismo, la corrente più tradizionalista dell’Islam e quindi quella da osservare con maggiore preoccupazione.
Molte volte abbiamo affermato che spetta ai musulmani, con i loro comportamenti, dimostrare alle istituzioni e agli italiani che la presa di distanza dall’estremismo non si traduce in una enunciazione solo formale di principi. Ovviamente, la strada è lunga e accidentata. Proprio per questo, però, bisogna apprezzare i progressi compiuti. E continuare a vigilare.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

Gli ebrei del futuro

Da Moked.it – 13 giugno 2017

Chissà se tra mille anni gli ebrei di Roma saranno dove sono stati negli ultimi ventuno secoli. La storia ebraica ci insegna a essere prudenti, sciagure e migrazioni sono sempre dietro l’angolo. Immaginiamo comunque che vi sia un lungo futuro per la nostra comunità, la più antica della Diaspora. Questi ebrei del futuro, che magari si muoveranno con l’astronave e per rispettare lo Shabbat dovranno possedere uno smaterializzatore con il timer, un giorno potrebbero scegliere di guardarsi indietro.
Sapranno distinguere tra ebrei romani e tripolini? Riusciranno a notare differenze tra due culture che oggi ci paiono così diverse, sebbene proficuamente integrate? Ci pensavo nei giorni scorsi – probabilmente influenzato dagli eventi che celebrano il cinquantesimo anniversario dall’arrivo degli ebrei dalla Libia, nonché dalla lettura dirompente de “Da animali a dei”, storia dell’umanità scritta dall’israeliano Yuval Harari.
A distanza di cinque decenni, consideriamo che l’avvento degli ebrei libici in Italia, e a Roma in particolare, rappresenti un caso di immigrazione riuscita: i due gruppi si sono mescolati, arricchendosi vicendevolmente ed arricchendo la cultura della comunità (più studiosa, più attenta al rispetto delle regole) esito di questa mescolanza. Ma hanno mantenuto anche alcune specificità e caratteristiche culturali che rendono la nostra collettività più colorata e varia. Nella mia esperienza, ho rintracciato tra i tripolini una creatività e una fantasia che noi romani abbiamo in misura minore.
Se tuttavia ci saranno ancora ebrei a Roma tra mille anni, queste tradizioni saranno talmente fuse, compenetrate, inestricabili da risultare un’unica ascendenza, probabilmente definita dall’etichetta generica di “ebraismo romano”. Ed è un meccanismo inevitabile per qualunque cultura umana, quello di contaminarsi ed evolvere in conseguenza degli stimoli ricevuti. Vale per ogni tradizione, vale per l’ebraismo. Quando dunque incontriamo qualcuno che ci racconta che un popolo o una storia “sono sempre stati così” ricordiamogli che così, per l’essere umano, significa “cambiare”.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Dentro o fuori

Da Moked.it – 6 giugno 2017

Liberare Totò Riina o farlo morire in carcere? Usargli la crudeltà da lui riservata alle vittime delle sue stragi, oppure scegliere umanità e regole da cui lo Stato trae la propria legittimità sui cittadini? É ancora un capomafia pericoloso oppure un vecchio criminale ormai dimenticato dai suoi? Osservarlo mentre crepa in carcere sarebbe un godimento, una vendetta o una prova di giustizia? Sembra un caso di scuola, è certamente una vicenda estrema, eppure è da questi episodi che si capisce come una società pensa, evolve o regredisce.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Ebraismo in pillole

Da Moked.it – 30 maggio 2017

Ci abbiamo lavorato per mesi, e finalmente ci siamo. Vedrà la luce martedì prossimo. “Ebraismoinpillole.it” è un portale realizzato dall’Associazione di cultura ebraica, e sostenuto dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dalla Fondazione Pincus per l’educazione nella Diaspora di Gerusalemme. Il sito – che verrà presentato al Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca dalla Ministra Valeria Fedeli – mira a far conoscere religione, cultura e tradizioni ebraiche agli adolescenti italiani, in un modo fresco e innovativo ma non superficiale.
Come sempre, per chi ha lavorato a un progetto è difficile dare un giudizio obiettivo. Nel caso di un prodotto digitale, la valutazione importante sarà quella di utenti e lettori, che mostreranno di gradire o meno con i loro clic sulle pagine. Ma sarà rilevante anche l’impressione degli insegnanti, a cui il sito pure si rivolge, che ci auguriamo possano sfruttare questo strumento per insegnare a studentesse e studenti chi sono davvero gli ebrei, senza annoiarli e senza cominciare per forza da Auschwitz.
Abbiamo immaginato “ebraismoinpillole.it” per gli adolescenti che preparano la maturità, ma la verità è che io stesso, leggendo i contenuti dei vari percorsi, ho imparato parecchie cose. Molto del merito va ai due autori, Micol Temin e Daniele Toscano, che hanno saputo sintetizzare una materia complessa senza lasciarsi andare alla tentazione della sintassi involuta. E come spesso capita nel lavoro, il progetto è cambiato più volte dal suo concepimento – lo spunto ci fu fornito dalle lettere dei “Saggi” di Israele interrogati da David Ben Gurion -, perché abbiamo provato ad affinare progressivamente il nostro target e a rendere più efficace il risultato, puntando appunto sui giovani, ebrei ma soprattutto non ebrei.
Conoscere meglio l’ebraismo può essere un elemento che arricchisce qualunque essere umano dotato di curiosità. Ma è, secondo noi, il modo più efficace per combattere l’antisemitismo: non basta il lavoro sulla Memoria della Shoah per sradicare pregiudizio e intolleranza, occorre anche favorire luoghi di conoscenza e di incontro. In definitiva, serve un lavoro culturale. La settimana prossima presentiamo l’esito di questo impegno fino a oggi, ma il bello della sfida è che, per un obiettivo così alto, l’impegno può soltanto proseguire, crescere, svilupparsi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

Il kirpan a casa nostra

Da Moked.it – 23 maggio 2017

Ha avuto una grande eco la recente sentenza della Corte di Cassazione, che ha condannato un indiano di etnia Sikh a pagare una multa di duemila euro per aver girato con il “kirpan”, coltello tradizionale di questo popolo. Si tratta di una lunga lama affilata, simbolo di una stirpe di guerrieri schierati a protezione dei più deboli. Pare infatti che lo strumento non vada adoperato per ragioni offensive, ma solo per tutelare l’incolumità di chi è in pericolo.
In Italia il dibattito, anche in sede giuridica, è aperto da alcuni anni, almeno fin da quando la comunità sikh, proveniente dal Punjab, si è stabilita in zone del paese come le province di Cremona, Mantova, Reggio Emilia, Modena e Latina, dedicandosi soprattutto al settore zootecnico e alla mungitura delle vacche. Vari episodi hanno affollato procure e testate locali, finendo per interessare anche il Museo per le armi bianche e le pergamene di Bergamo (ebbene sì, esiste!), chiamato in passato a misurare l’inoffensività di un surrogato del kirpan, un pugnale più corto e dalla punta stondata che era stato proposto come mediazione.
“Non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”, si legge nella sentenza della settimana scorsa. E il senso di questa risoluzione è ovviamente del tutto ragionevole: l’integrazione non deve significare una rinuncia alle proprie regole né ai propri costumi, pur nella comprensione di quelli altrui e nello sforzo per accoglierli.
Dunque no alla poligamia, no alle mutilazioni genitali femminili, no al divieto di istruzione per le ragazze, perché tutto ciò è esplicitamente vietato dai principi stessi della nostra Costituzione, anche prima di qualunque altra legge. Ma c’è un problema, una parola che stona. Che c’entrano i “valori” con questo ragionamento? Non si può girare con un pugnale o con un’altra arma bianca perché la legge lo vieta, e tanto basta. Non è un nostro valore, è una legge. La sensazione è invece che l’abuso di questa parola sia spesso sintomo della nostra incapacità a definirli con chiarezza, i nostri valori.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Servizio civile per tutti

Da Moked.it – 16 maggio 2017

La ministra Roberta Pinotti ha avanzato la proposta di rendere obbligatorio il servizio civile per tutti i giovani italiani, una sorta di leva non militare. Quelli della mia generazione guardano circospetti: devolvere un segmento della propria vita allo Stato, per di più nell’epoca del precariato e del lavoro poco o nulla retribuito! Si tratta però di una reazione sbagliata.
Oggi il servizio civile nazionale impegna per dieci mesi alcune decine di migliaia di giovani vincitori di un bando – si punta ad alzarne il numero fino a cento mila unità – in lavori socialmente utili, con la possibilità di trascorrere massimo tre mesi all’estero. Il compenso è di 433 euro netti al mese. Un’opportunità molto apprezzata da tante ragazze e ragazzi che faticano a trovare lavoro, e fondamentale per mantenere attivi alcuni servizi per la collettività.
Se il servizio civile diventasse obbligatorio, la paga verrebbe ridotta o addirittura eliminata, e i giovani dovrebbero spendere dieci mesi della propria vita a curare gli anziani, confrontarsi con coetanei disagiati, incontrare bambini malati, integrare migranti e tante altre attività meritorie. Che conseguenze ne trarrebbero? A mio modo di vedere, soprattutto una grande esperienza e conoscenza del mondo.
Alcune settimane fa, destò grande scalpore una frase, certamente infelice, del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti: è più utile organizzare una partita a calcetto che inviare un curriculum. Il consiglio suonò offensivo alle orecchie dei milioni di giovani italiani che si sono sacrificati per studiare – o, più spesso, che hanno goduto dei sacrifici dei genitori –, e oggi disoccupati. Ma c’è del vero: nell’epoca informe in cui viviamo, le strade per affermarsi non sono quelle convenzionali, e molto conta la capacità di rendersi autonomi, attivi, intraprendenti.
Nella tradizione ebraica il complesso di azioni legate al benessere del prossimo si definisce “Ghemiluth Hasadim”, e, secondo i Maestri, è uno dei tre pilastri su cui poggia il mondo. Le comunità sono tutto sommato un buon esempio, poiché le cariche interne sono gratuite e volontarie. In ogni caso, uno sviluppo così enorme del servizio civile rappresenterebbe un’opportunità per il mondo ebraico italiano: coinvolgere i giovani delle comunità, farli collaborare con coetanei non ebrei, attrezzare servizi oggi insostenibili per il futuro delle nostre istituzioni e dei nostri destini.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Parole deludenti

Da Moked.it – 2 maggio 2017

A costo di apparire naif e ingenuamente arrogante, confesso di essere rimasto deluso dalle recenti dichiarazioni di papa Francesco. Incontrando i giornalisti sul volo dal Cairo a Roma, il pontefice ha risposto su varie questioni, esprimendo molte posizioni che conosciamo e apprezziamo. Il colloquio avveniva al termine della missione in Egitto, densa come mai di significati simbolici, etici e geopolitici.
Jorge Bergoglio sceglie di non esprimersi sulle prossime elezioni francesi, affermando di non conoscere i due candidati al ballottaggio; per carità, una leader spirituale non deve mettersi a fare campagna elettorale, e gli amici più esperti mi insegnano che da molti secoli la Chiesa cattolica tende a non farsi coinvolgere nella politica transalpina. Tuttavia, una presa di posizione semplice sarebbe stata sufficiente: la Chiesa non sostiene nessun candidato, ma sono note le sue posizioni sui migranti, sul dovere dell’accoglienza, sulla solidarietà. A buon intenditore…
A conclusione del colloquio il papa ribadisce l’equiparazione tra centri per migranti e lager (nazisti), sostenendo che un luogo chiuso, dove le persone non hanno nulla da fare, sia proprio un campo di concentramento. Ora, questa è una vecchia diatriba linguistica con profonde implicazioni politiche: oltre all’errore storico, è utile chiamare “lager” gli orribili Centri per migranti che popolano i paesi sviluppati, tutti orribili e vieppiù orribili man mano che si va, per esempio, a Est?
A nostro giudizio no. Dal punto di vista retorico, si usa con finalità più nobili ma simmetriche lo stesso artificio dei Matteo Salvini quando affermano: sono alberghi a cinque stelle. Meglio dunque sarebbe stato stigmatizzare (indirettamente) Marine Le Pen e combattere la xenofobia senza paragoni fuorvianti e in definitiva controproducenti.
Questa papa è forse il più grande leader globale del nostro tempo: il suo allarme sull’ambiente, la ferma condanna dell’indifferenza (“globalizzazione dell’indifferenza”) di fronte al dramma dei migranti, l’insistenza sul dialogo e sulla cooperazione tra uomini di fede, la denuncia della terza guerra mondiale “a pezzi”, sono pietre miliari per ogni coscienza, che non a caso rimangono nell’immaginario anche in questi imprevedibili neologismi. A lui chiediamo sempre il massimo, anche chi, come chi scrive, non è cattolico, e comprende l’enorme difficoltà in cui si muove papa Francesco, che è poi quella in cui versa il nostro mondo.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

La ricerca, la guerra

Da Moked.it – 25 aprile 2017

Qualche settimana fa ho visitato il museo della Seconda Guerra mondiale di Boston, in un sobborgo della città. Ci sono finito per caso, su suggerimento di Coralie Bonnet, un’amica belga che gestisce il museo di Bastogne, città teatro di un epico scontro bellico. E così ho scoperto un personaggio notevolissimo, Kenneth W. Rendell, di cui il museo è in realtà parte della collezione personale. Nato nel 1943, ancora ragazzo scoprì che gli oggetti hanno un valore: si poteva ad esempio comprare uno scellino antico e rivenderlo guadagnandoci, e in più divertirsi.
Dopo essersi dunque dedicato ai preziosi, che continua a collezionare e vendere, nel 1959 Rendell cominciò a raccogliere materiali, oggetti, documenti sull’Ultima guerra, scegliendo sulla base del proprio interesse personale. Fino agli anni Novanta accolse soltanto reperti dei “buoni”, cioè dei soldati americani o comunque della società USA degli anni della guerra; nell’ultimo trentennio, invece, Rendell ha cercato anche relitti di nazisti e giapponesi, che arricchiscono ulteriormente la sua ricchissima collezione.
Nel museo si trovano un enorme carro armato americano e le stoviglie del bunker di Hitler, i manifesti per invitare i giovani americani ad arruolarsi e i fucili dei vari corpi d’armata alleati, e molto altro ancora, tutto affastellato. Nei prossimi mesi dovrebbe vedere la luce un nuovo edificio, finanziato completamente dalla collezione stessa e dai privati, grande più del doppio di quello attuale. Ma nell’atmosfera un po’ irreale di questa esposizione si può respirare l’anima della Wunderkammer secentesca, degli oggetti che prendono vita grazie all’accostamento ardito e non sempre ordinato.
Mi ha fatto riflettere, Kenneth W. Rendell. In due modi: innanzitutto, nella vita bisogna seguire e non ostacolare le proprie inclinazioni, anche quando possono deviare in una piccola ossessione. Tutti siamo il prodotto delle nostre stranezze, e sono queste la parte spesso più interessante della nostra personalità. Inoltre, nel giorno in cui si parla delle fake news e delle polemiche sul 25 aprile, è importante sottolineare un altro elemento. Lo studio della storia è sempre un percorso personale, discrezionale, per definizione vocato all’incompletezza. Il Museo di Boston non è tanto interessante per capire la Seconda guerra mondiale, quanto per scoprire lo straordinario sentiero di ricerca individuale e profondissima di Rendell, diverso da quello di ogni altro essere umano, forse stimolante per altri originalissimi sentieri.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

Integrazione

da Moked.it – 4 aprile 2017

Ho conosciuto un uomo di origine latina proveniente dagli Stati Uniti. Da una zona degli Usa tuttora abitata da molti nativi americani, quelli che da piccoli avremmo chiamato indiani. Confrontando quindi la condizione della sua gente con quella delle varie tribù, quest’uomo mi ha detto più o meno così: “Sai, noi ispanici siamo meno legati alla nostra cultura d’appartenenza; io per esempio capisco ancora un po’ di spagnolo, ma non lo parlo bene, e i miei figli esclusivamente inglese. Noi vogliamo integrarci, non abbiamo tempo per stare a pensare alla nostra identità culturale. Per loro invece è il contrario: tengono moltissimo alla loro tradizione e questo impedisce una completa integrazione e l’inserimento nella modernità con tutte le sue incredibili opportunità”. Questa frase – così superficiale e così chiara, sostanzialmente letterale – mi è sembrata molto interessante, un’esemplificazione brutale di quello che viene affrontato in tutti i popoli e in tutte le culture dalla notte dei tempi. Anche dagli ebrei, che a proposito di tradizione e innovazione hanno quella favolosa storia talmudica di Mosè che viene catapultato in un’accademia talmudica molti secoli dopo la sua morte: assistendo alla lezione, Mosè non capisce niente delle leggi che vengono discusse; a un certo punto uno studioso domanda a un altro dove abbia appreso quelle norme. Al che il secondo risponde con sicurezza: “Tutto ciò che sappiamo lo dobbiamo a Mosè Nostro Maestro sul Monte Sinai”. Cosa conservare? Cosa cambiare? Come aprirsi senza assimilarsi, come evolversi senza perdersi?

Poveri noi

da Moked.it – 14 marzo 2017

In televisione non si parla d’altro che di legittima difesa. Sera e mattina. Pare che in Italia il problema principale sia poter sparare a chiunque si introduca illegalmente nella propria abitazione o nel proprio negozio. Una cosa orribile, sia chiaro. Un’esperienza che nessuno vorrebbe fare.
Dunque si intervistano commercianti, tabaccai, anziani aggrediti, vip rapinati. E poi naturalmente parlano quelli che avevano una pistola e l’hanno usata. Chi ha ammazzato, involontariamente, è molto richiesto in tv perché se hai solo ferito, in effetti, la storia non c’è: se sei un ladro e ti colgono sul fatto e ti feriscono, in effetti, dove è la notizia? Per essere televisivamente appetibile devi perlomeno avere un morto sulla coscienza.
Quindi scatta la diatriba destra e sinistra, tra chi vorrebbe dare armi a tutti e chi no. Con un problema: se tutti possono avere la pistola, il primo ad acquistarla non sarà proprio il ladro? E non sarà lui ad averla già carica, già in pugno, nonché il più svelto a usarla?
Non possono mancare, chiaro, i paesani in collegamento. La vecchietta che incita al massacro, il macellaio già pronto con gli strumenti del suo mestiere.
Il conduttore sobilla tutti. Fa finta di placare ma in realtà gode ogni volta che i toni si alzano e il pensiero si attenua.
Alla terza trasmissione in cui incappavo di questo tenore, in collegamento telefonico la prima e unica voce di buon senso: un uomo, dopo aver ammazzato per difendersi, dichiarava semplicemente che da allora – nonostante l’assoluzione – la sua vita non è stata più la stessa.
Evviva. E poveri noi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Tritacarne

da Moked.it – 7 marzo 2017

Nel suo bel libro “Tritacarne”, la giornalista Giulia Innocenzi racconta la realtà spesso orribile degli allevamenti intensivi e del ciclo industriale della carne (già il fatto di parlare di “industria” è indicativo: si parla sempre di esseri viventi!). Spiega e descrive le contraddizioni di questo settore, la condizione agghiacciante degli animali, la parzialità o l’assenza dei controlli (altro che dieta mediterranea!), i danni per l’ambiente e i rischi giganteschi per la salute attraverso l’acqua che beviamo o l’aria che respiriamo.
Alla fine del testo, in un’appassionata difesa delle ragioni del vegetarianismo, Innocenzi confessa anche le proprie contraddizioni, che sono poi quelle di ognuno di noi. Il sottoscritto è vegetariano da circa nove anni ma, come ho sempre dichiarato, non sempre riesco a essere praticante; e quando leggo le sofferenze animali nascoste dietro al latte, al formaggio e alla mozzarella di bufala, mi impaurisco pensando di dover rinunciare anche a questi alimenti così gustosi.
Poiché però siamo esseri umani, e la perfezione non è di questo mondo, il volume si conclude con due proposte concrete: etichettatura efficace dei prodotti, in modo che il consumatore possa conoscere sempre da dove proviene l’animale che mangia e come questo ha vissuto; telecamere nei macelli, come già stabilito in Francia, per evitare inutili e vergognose torture agli animali che stanno per essere uccisi (ma perché non negli allevamenti?). Della scelta francese parlai su queste colonne il 16 settembre dello scorso anno, aggiungendo una ulteriore proposta, cioè l’istituzione di una commissione nazionale (vera, indipendente, non sottomessa alle categorie) sui macelli (e sugli allevamenti).
Come sempre, giova ricordarlo: non si vogliono criminalizzare produttori, allevatori e lavoratori, né tantomeno i consumatori. Si vogliono garantire quelli che rispettano le regole, e tutelare tutti noi che spesso non siamo abbastanza informati ma che rischiamo di ammalarci mangiando carne.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Contro le “bufale”, l’educazione

Da Moked.it – 21 febbraio 2017

Nei giorni scorsi è comparsa in Senato una proposta di legge (ddl) contro le notizie false, che nel frattempo sono state sdoganate come “bufale” (ufficialmente: “Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica”). Il problema è noto: internet non amplifica solo odio e violenza verbale, talvolta può creare allarme sociale o favorire pesanti diffamazioni, ignorando completamente la realtà dei fatti.
Pure in Germania, con le elezioni alle porte, si immaginano interventi. Tuttavia, la soluzione rischia di essere peggiore del male (el tacon peso del buso): la norma sembra inefficace, seguendo l’eterno principio del cucchiaino che non basta a svuotare il mare; inoltre, il giudizio sulle notizie “false o esagerate” (così nel testo) si presta a una discrezionalità pericolosa, che può produrre “martiri” del libero pensiero o, ancor peggio, arbitri contrari alla libertà di espressione.
Diverso il caso degli articoli 4 e 5: norme più stringenti sul diritto/dovere di rettifica e a tutela del soggetto diffamato sono non solo utili ma necessarie. Per queste, però, non serve una legge di questa natura.
A suo tempo, insieme a molti assai più autorevoli, espressi dubbi sulla proposta di legge contro il negazionismo della Shoah, poi migliorata e finalmente approvata. Coerentemente, ricordo l’indispensabile, e purtroppo banale, corollario di impegno che tale posizione comporta: non esiste alternativa allo sforzo continuativo, tenace e testardo per educare i giovani – ma non solo loro! – al rispetto degli altri, della verità e della loro stessa intelligenza.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi