Il kirpan a casa nostra

Da Moked.it – 23 maggio 2017

Ha avuto una grande eco la recente sentenza della Corte di Cassazione, che ha condannato un indiano di etnia Sikh a pagare una multa di duemila euro per aver girato con il “kirpan”, coltello tradizionale di questo popolo. Si tratta di una lunga lama affilata, simbolo di una stirpe di guerrieri schierati a protezione dei più deboli. Pare infatti che lo strumento non vada adoperato per ragioni offensive, ma solo per tutelare l’incolumità di chi è in pericolo.
In Italia il dibattito, anche in sede giuridica, è aperto da alcuni anni, almeno fin da quando la comunità sikh, proveniente dal Punjab, si è stabilita in zone del paese come le province di Cremona, Mantova, Reggio Emilia, Modena e Latina, dedicandosi soprattutto al settore zootecnico e alla mungitura delle vacche. Vari episodi hanno affollato procure e testate locali, finendo per interessare anche il Museo per le armi bianche e le pergamene di Bergamo (ebbene sì, esiste!), chiamato in passato a misurare l’inoffensività di un surrogato del kirpan, un pugnale più corto e dalla punta stondata che era stato proposto come mediazione.
“Non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”, si legge nella sentenza della settimana scorsa. E il senso di questa risoluzione è ovviamente del tutto ragionevole: l’integrazione non deve significare una rinuncia alle proprie regole né ai propri costumi, pur nella comprensione di quelli altrui e nello sforzo per accoglierli.
Dunque no alla poligamia, no alle mutilazioni genitali femminili, no al divieto di istruzione per le ragazze, perché tutto ciò è esplicitamente vietato dai principi stessi della nostra Costituzione, anche prima di qualunque altra legge. Ma c’è un problema, una parola che stona. Che c’entrano i “valori” con questo ragionamento? Non si può girare con un pugnale o con un’altra arma bianca perché la legge lo vieta, e tanto basta. Non è un nostro valore, è una legge. La sensazione è invece che l’abuso di questa parola sia spesso sintomo della nostra incapacità a definirli con chiarezza, i nostri valori.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Servizio civile per tutti

Da Moked.it – 16 maggio 2017

La ministra Roberta Pinotti ha avanzato la proposta di rendere obbligatorio il servizio civile per tutti i giovani italiani, una sorta di leva non militare. Quelli della mia generazione guardano circospetti: devolvere un segmento della propria vita allo Stato, per di più nell’epoca del precariato e del lavoro poco o nulla retribuito! Si tratta però di una reazione sbagliata.
Oggi il servizio civile nazionale impegna per dieci mesi alcune decine di migliaia di giovani vincitori di un bando – si punta ad alzarne il numero fino a cento mila unità – in lavori socialmente utili, con la possibilità di trascorrere massimo tre mesi all’estero. Il compenso è di 433 euro netti al mese. Un’opportunità molto apprezzata da tante ragazze e ragazzi che faticano a trovare lavoro, e fondamentale per mantenere attivi alcuni servizi per la collettività.
Se il servizio civile diventasse obbligatorio, la paga verrebbe ridotta o addirittura eliminata, e i giovani dovrebbero spendere dieci mesi della propria vita a curare gli anziani, confrontarsi con coetanei disagiati, incontrare bambini malati, integrare migranti e tante altre attività meritorie. Che conseguenze ne trarrebbero? A mio modo di vedere, soprattutto una grande esperienza e conoscenza del mondo.
Alcune settimane fa, destò grande scalpore una frase, certamente infelice, del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti: è più utile organizzare una partita a calcetto che inviare un curriculum. Il consiglio suonò offensivo alle orecchie dei milioni di giovani italiani che si sono sacrificati per studiare – o, più spesso, che hanno goduto dei sacrifici dei genitori –, e oggi disoccupati. Ma c’è del vero: nell’epoca informe in cui viviamo, le strade per affermarsi non sono quelle convenzionali, e molto conta la capacità di rendersi autonomi, attivi, intraprendenti.
Nella tradizione ebraica il complesso di azioni legate al benessere del prossimo si definisce “Ghemiluth Hasadim”, e, secondo i Maestri, è uno dei tre pilastri su cui poggia il mondo. Le comunità sono tutto sommato un buon esempio, poiché le cariche interne sono gratuite e volontarie. In ogni caso, uno sviluppo così enorme del servizio civile rappresenterebbe un’opportunità per il mondo ebraico italiano: coinvolgere i giovani delle comunità, farli collaborare con coetanei non ebrei, attrezzare servizi oggi insostenibili per il futuro delle nostre istituzioni e dei nostri destini.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Parole deludenti

Da Moked.it – 2 maggio 2017

A costo di apparire naif e ingenuamente arrogante, confesso di essere rimasto deluso dalle recenti dichiarazioni di papa Francesco. Incontrando i giornalisti sul volo dal Cairo a Roma, il pontefice ha risposto su varie questioni, esprimendo molte posizioni che conosciamo e apprezziamo. Il colloquio avveniva al termine della missione in Egitto, densa come mai di significati simbolici, etici e geopolitici.
Jorge Bergoglio sceglie di non esprimersi sulle prossime elezioni francesi, affermando di non conoscere i due candidati al ballottaggio; per carità, una leader spirituale non deve mettersi a fare campagna elettorale, e gli amici più esperti mi insegnano che da molti secoli la Chiesa cattolica tende a non farsi coinvolgere nella politica transalpina. Tuttavia, una presa di posizione semplice sarebbe stata sufficiente: la Chiesa non sostiene nessun candidato, ma sono note le sue posizioni sui migranti, sul dovere dell’accoglienza, sulla solidarietà. A buon intenditore…
A conclusione del colloquio il papa ribadisce l’equiparazione tra centri per migranti e lager (nazisti), sostenendo che un luogo chiuso, dove le persone non hanno nulla da fare, sia proprio un campo di concentramento. Ora, questa è una vecchia diatriba linguistica con profonde implicazioni politiche: oltre all’errore storico, è utile chiamare “lager” gli orribili Centri per migranti che popolano i paesi sviluppati, tutti orribili e vieppiù orribili man mano che si va, per esempio, a Est?
A nostro giudizio no. Dal punto di vista retorico, si usa con finalità più nobili ma simmetriche lo stesso artificio dei Matteo Salvini quando affermano: sono alberghi a cinque stelle. Meglio dunque sarebbe stato stigmatizzare (indirettamente) Marine Le Pen e combattere la xenofobia senza paragoni fuorvianti e in definitiva controproducenti.
Questa papa è forse il più grande leader globale del nostro tempo: il suo allarme sull’ambiente, la ferma condanna dell’indifferenza (“globalizzazione dell’indifferenza”) di fronte al dramma dei migranti, l’insistenza sul dialogo e sulla cooperazione tra uomini di fede, la denuncia della terza guerra mondiale “a pezzi”, sono pietre miliari per ogni coscienza, che non a caso rimangono nell’immaginario anche in questi imprevedibili neologismi. A lui chiediamo sempre il massimo, anche chi, come chi scrive, non è cattolico, e comprende l’enorme difficoltà in cui si muove papa Francesco, che è poi quella in cui versa il nostro mondo.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

La ricerca, la guerra

Da Moked.it – 25 aprile 2017

Qualche settimana fa ho visitato il museo della Seconda Guerra mondiale di Boston, in un sobborgo della città. Ci sono finito per caso, su suggerimento di Coralie Bonnet, un’amica belga che gestisce il museo di Bastogne, città teatro di un epico scontro bellico. E così ho scoperto un personaggio notevolissimo, Kenneth W. Rendell, di cui il museo è in realtà parte della collezione personale. Nato nel 1943, ancora ragazzo scoprì che gli oggetti hanno un valore: si poteva ad esempio comprare uno scellino antico e rivenderlo guadagnandoci, e in più divertirsi.
Dopo essersi dunque dedicato ai preziosi, che continua a collezionare e vendere, nel 1959 Rendell cominciò a raccogliere materiali, oggetti, documenti sull’Ultima guerra, scegliendo sulla base del proprio interesse personale. Fino agli anni Novanta accolse soltanto reperti dei “buoni”, cioè dei soldati americani o comunque della società USA degli anni della guerra; nell’ultimo trentennio, invece, Rendell ha cercato anche relitti di nazisti e giapponesi, che arricchiscono ulteriormente la sua ricchissima collezione.
Nel museo si trovano un enorme carro armato americano e le stoviglie del bunker di Hitler, i manifesti per invitare i giovani americani ad arruolarsi e i fucili dei vari corpi d’armata alleati, e molto altro ancora, tutto affastellato. Nei prossimi mesi dovrebbe vedere la luce un nuovo edificio, finanziato completamente dalla collezione stessa e dai privati, grande più del doppio di quello attuale. Ma nell’atmosfera un po’ irreale di questa esposizione si può respirare l’anima della Wunderkammer secentesca, degli oggetti che prendono vita grazie all’accostamento ardito e non sempre ordinato.
Mi ha fatto riflettere, Kenneth W. Rendell. In due modi: innanzitutto, nella vita bisogna seguire e non ostacolare le proprie inclinazioni, anche quando possono deviare in una piccola ossessione. Tutti siamo il prodotto delle nostre stranezze, e sono queste la parte spesso più interessante della nostra personalità. Inoltre, nel giorno in cui si parla delle fake news e delle polemiche sul 25 aprile, è importante sottolineare un altro elemento. Lo studio della storia è sempre un percorso personale, discrezionale, per definizione vocato all’incompletezza. Il Museo di Boston non è tanto interessante per capire la Seconda guerra mondiale, quanto per scoprire lo straordinario sentiero di ricerca individuale e profondissima di Rendell, diverso da quello di ogni altro essere umano, forse stimolante per altri originalissimi sentieri.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

Integrazione

da Moked.it – 4 aprile 2017

Ho conosciuto un uomo di origine latina proveniente dagli Stati Uniti. Da una zona degli Usa tuttora abitata da molti nativi americani, quelli che da piccoli avremmo chiamato indiani. Confrontando quindi la condizione della sua gente con quella delle varie tribù, quest’uomo mi ha detto più o meno così: “Sai, noi ispanici siamo meno legati alla nostra cultura d’appartenenza; io per esempio capisco ancora un po’ di spagnolo, ma non lo parlo bene, e i miei figli esclusivamente inglese. Noi vogliamo integrarci, non abbiamo tempo per stare a pensare alla nostra identità culturale. Per loro invece è il contrario: tengono moltissimo alla loro tradizione e questo impedisce una completa integrazione e l’inserimento nella modernità con tutte le sue incredibili opportunità”. Questa frase – così superficiale e così chiara, sostanzialmente letterale – mi è sembrata molto interessante, un’esemplificazione brutale di quello che viene affrontato in tutti i popoli e in tutte le culture dalla notte dei tempi. Anche dagli ebrei, che a proposito di tradizione e innovazione hanno quella favolosa storia talmudica di Mosè che viene catapultato in un’accademia talmudica molti secoli dopo la sua morte: assistendo alla lezione, Mosè non capisce niente delle leggi che vengono discusse; a un certo punto uno studioso domanda a un altro dove abbia appreso quelle norme. Al che il secondo risponde con sicurezza: “Tutto ciò che sappiamo lo dobbiamo a Mosè Nostro Maestro sul Monte Sinai”. Cosa conservare? Cosa cambiare? Come aprirsi senza assimilarsi, come evolversi senza perdersi?

Poveri noi

da Moked.it – 14 marzo 2017

In televisione non si parla d’altro che di legittima difesa. Sera e mattina. Pare che in Italia il problema principale sia poter sparare a chiunque si introduca illegalmente nella propria abitazione o nel proprio negozio. Una cosa orribile, sia chiaro. Un’esperienza che nessuno vorrebbe fare.
Dunque si intervistano commercianti, tabaccai, anziani aggrediti, vip rapinati. E poi naturalmente parlano quelli che avevano una pistola e l’hanno usata. Chi ha ammazzato, involontariamente, è molto richiesto in tv perché se hai solo ferito, in effetti, la storia non c’è: se sei un ladro e ti colgono sul fatto e ti feriscono, in effetti, dove è la notizia? Per essere televisivamente appetibile devi perlomeno avere un morto sulla coscienza.
Quindi scatta la diatriba destra e sinistra, tra chi vorrebbe dare armi a tutti e chi no. Con un problema: se tutti possono avere la pistola, il primo ad acquistarla non sarà proprio il ladro? E non sarà lui ad averla già carica, già in pugno, nonché il più svelto a usarla?
Non possono mancare, chiaro, i paesani in collegamento. La vecchietta che incita al massacro, il macellaio già pronto con gli strumenti del suo mestiere.
Il conduttore sobilla tutti. Fa finta di placare ma in realtà gode ogni volta che i toni si alzano e il pensiero si attenua.
Alla terza trasmissione in cui incappavo di questo tenore, in collegamento telefonico la prima e unica voce di buon senso: un uomo, dopo aver ammazzato per difendersi, dichiarava semplicemente che da allora – nonostante l’assoluzione – la sua vita non è stata più la stessa.
Evviva. E poveri noi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Tritacarne

da Moked.it – 7 marzo 2017

Nel suo bel libro “Tritacarne”, la giornalista Giulia Innocenzi racconta la realtà spesso orribile degli allevamenti intensivi e del ciclo industriale della carne (già il fatto di parlare di “industria” è indicativo: si parla sempre di esseri viventi!). Spiega e descrive le contraddizioni di questo settore, la condizione agghiacciante degli animali, la parzialità o l’assenza dei controlli (altro che dieta mediterranea!), i danni per l’ambiente e i rischi giganteschi per la salute attraverso l’acqua che beviamo o l’aria che respiriamo.
Alla fine del testo, in un’appassionata difesa delle ragioni del vegetarianismo, Innocenzi confessa anche le proprie contraddizioni, che sono poi quelle di ognuno di noi. Il sottoscritto è vegetariano da circa nove anni ma, come ho sempre dichiarato, non sempre riesco a essere praticante; e quando leggo le sofferenze animali nascoste dietro al latte, al formaggio e alla mozzarella di bufala, mi impaurisco pensando di dover rinunciare anche a questi alimenti così gustosi.
Poiché però siamo esseri umani, e la perfezione non è di questo mondo, il volume si conclude con due proposte concrete: etichettatura efficace dei prodotti, in modo che il consumatore possa conoscere sempre da dove proviene l’animale che mangia e come questo ha vissuto; telecamere nei macelli, come già stabilito in Francia, per evitare inutili e vergognose torture agli animali che stanno per essere uccisi (ma perché non negli allevamenti?). Della scelta francese parlai su queste colonne il 16 settembre dello scorso anno, aggiungendo una ulteriore proposta, cioè l’istituzione di una commissione nazionale (vera, indipendente, non sottomessa alle categorie) sui macelli (e sugli allevamenti).
Come sempre, giova ricordarlo: non si vogliono criminalizzare produttori, allevatori e lavoratori, né tantomeno i consumatori. Si vogliono garantire quelli che rispettano le regole, e tutelare tutti noi che spesso non siamo abbastanza informati ma che rischiamo di ammalarci mangiando carne.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Contro le “bufale”, l’educazione

Da Moked.it – 21 febbraio 2017

Nei giorni scorsi è comparsa in Senato una proposta di legge (ddl) contro le notizie false, che nel frattempo sono state sdoganate come “bufale” (ufficialmente: “Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica”). Il problema è noto: internet non amplifica solo odio e violenza verbale, talvolta può creare allarme sociale o favorire pesanti diffamazioni, ignorando completamente la realtà dei fatti.
Pure in Germania, con le elezioni alle porte, si immaginano interventi. Tuttavia, la soluzione rischia di essere peggiore del male (el tacon peso del buso): la norma sembra inefficace, seguendo l’eterno principio del cucchiaino che non basta a svuotare il mare; inoltre, il giudizio sulle notizie “false o esagerate” (così nel testo) si presta a una discrezionalità pericolosa, che può produrre “martiri” del libero pensiero o, ancor peggio, arbitri contrari alla libertà di espressione.
Diverso il caso degli articoli 4 e 5: norme più stringenti sul diritto/dovere di rettifica e a tutela del soggetto diffamato sono non solo utili ma necessarie. Per queste, però, non serve una legge di questa natura.
A suo tempo, insieme a molti assai più autorevoli, espressi dubbi sulla proposta di legge contro il negazionismo della Shoah, poi migliorata e finalmente approvata. Coerentemente, ricordo l’indispensabile, e purtroppo banale, corollario di impegno che tale posizione comporta: non esiste alternativa allo sforzo continuativo, tenace e testardo per educare i giovani – ma non solo loro! – al rispetto degli altri, della verità e della loro stessa intelligenza.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Responsabilità e dignità umana

Da Moked.it – 14 febbraio 2017

La scorsa settimana mi sono trovato a cena con Franco Corleone, una lunga esperienza politica e culturale in tema di carceri, diritti, esecuzione della pena. Da circa un anno Corleone è Commissario del Governo per il superamento definitivo degli Ospedali Psichiatrico Giudiziari (OPG). Questa coincidenza mi dà modo di tornare per la terza (e ultima) volta, su queste colonne, a parlare di un argomento che già affrontai il primo aprile 2014 e il 10 marzo 2015.
Finalmente, possiamo dire, buone notizie. La chiusura delle sei strutture rimaste è sostanzialmente portata a termine, e hanno aperto una trentina di Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS), gestite dalle Regioni. Sono piccole dimore per gruppi ristretti di malati, giudicati incapaci di intendere e di volere nel momento in cui hanno commesso il reato. Storie umane drammatiche, aggravate dai manicomi in cui sono stati imprigionati nonostante la legge Basaglia (che abolì i manicomi).
Quasi mille persone che negli ultimi decenni hanno vissuto in moltissimi casi il dramma della contenzione (braccia e gambe legate al letto), spesso illegale; o che hanno sperimentato l’ingiustizia kafkiana del cosiddetto “ergastolo bianco”, cioè il passaggio dell’intera esistenza dentro a questi luoghi disgraziati in assenza di soluzioni alternative e terapie contro la reiterazione del reato. Non sarà più così. Niente contenzione, niente detenzione a vita, poiché la permanenza massima non potrà superare il massimo della pena prevista per quel reato, case di cura e non di detenzione.
Rimane un grande dilemma culturale, come sempre quando si discute di libertà e diritti: in un meccanismo che prevede gradualmente la dimissione dei pazienti (sono già molti i casi virtuosi nelle REMS), cosa fare delle persone irrimediabilmente pericolose? Il quesito è destinato in parte a rimanere aperto. Nella teoria del garantismo, che vuole minimizzare al massimo il ricorso alla detenzione in favore di misure alternative, c’è un corollario complementare: la non imputabilità, l’incapacità di intendere e di volere, andrebbe abolita. Tutti sono responsabili delle loro azioni, magari in percentuale differenziata, e dunque possono finire in galera anche con percorsi riabilitativi ad hoc. Nessuno è incapace per definizione. Se ci si pensa, una grande affermazione della responsabilità e dignità umana.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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L’impegno dei musulmani

Da Moked.it – 7 febbraio 2017

Alcuni sosterranno, legittimamente, che significa poco. Che sono soltanto belle parole. Ma siccome su queste colonne ho più volte scritto che, per sconfiggere il radicalismo e il terrorismo islamico, serve innanzitutto l’impegno dei musulmani, plaudo a questo primo successo: il “Patto nazionale per l’Islam italiano, espressione di una comunità aperta, integrata e aderente ai valori e principi dell’ordinamento statale”. Firmato la scorsa settimana al Viminale dal Ministro dell’Interno e da nove associazioni islamiche, il testo prevede dieci impegni da parte dei musulmani e altrettanti da parte delle istituzioni, e prelude esplicitamente a un percorso che porti alla firma di un’Intesa. Tutto è scaricabile online a questo link.
Molti punti sono quelli di buon senso che abbiamo auspicato in questi anni: albo degli imam, formazione condivisa con le istituzioni, predica in italiano, educazione civica, trasparenza sui finanziamenti; le istituzioni si obbligano a fare la loro parte, coinvolgendo anche l’associazione dei Comuni che – evidentemente – ha una capacità di penetrazione maggiore.
È molto importante che abbiano partecipato al negoziato associazioni islamiche con diversa estrazione e anche “affidabilità”: deve partecipare una fetta larga dei musulmani presenti in Italia, senza tacere un confronto interno, se necessario. Noi ebrei possiamo fornire un contributo duplice: da un lato, vigilare con attenzione, senza rigidità, sull’applicazione reale di tali principi in modo che non restino lettera morta. Inoltre, con la generosità: mettere al servizio dell’Islam italiano la nostra esperienza di integrazione può garantirci assai meglio che un atteggiamento pregiudizialmente ostile e diffidente.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas 

Immagine e ferite

Da Moked.it – 17 gennaio 2017

Le immagini possiedono una forza spaventosa. Semmai, nell’epoca digitale, corrono il rischio di inflazionarsi rapidamente, di essere presto dimenticate nel fluire continuo sui nostri monitor ogni giorno. Anche le parole, però, hanno una potenza impressionante. Si può discutere se davvero siano equiparabili alle pietre, ma possono rovinare delle esistenze, creare senso comune, indurre menti più deboli a compiere atti sconsiderati.
I nuovi mezzi di comunicazione, da questo punto di vista, sono una sciagura. Qualunque diaframma e ogni controllo su quanto viene scritto sembra saltato.
Prendiamo le immagini, tremende, dei profughi in fila in mezzo alla neve in un centro per migranti alle porte di Belgrado. Sono della settimana scorsa, e ci interrogano profondamente come esseri umani e come cittadini europei. Altrettanto farebbero – ma queste foto non le vediamo e non vogliamo vederle – le immagini dei centri per migranti in Italia, gli insediamenti spontanei nei palazzi abbandonati, le abitazioni fatiscenti dove i caporali mettono i migranti che sfruttano nei campi.
Di fronte alla forza di quelle fotografie, molti sui social media hanno reagito affermando “Come nel 1943”. Sul piano visivo l’analogia effettivamente si presta. Ma le parole, appunto, sono importanti. C’è davvero bisogno di paragonare quell’immagine terribile ai lager nazisti? Per denunciare le condizioni inaccettabili in cui la nostra indifferenza colloca quegli esseri umani c’è bisogno di far riferimento allo sterminio degli ebrei nella Shoah? Non è possibile modulare le nostre parole e, in ultima analisi, raffinare il nostro pensiero?
A ben vedere, questo eccesso linguistico fa pendent con il suo opposto politico-concettuale, con quell’“invasione di clandestini” di cui a sproposito parlano i razzisti buontemponi in tutte le trasmissioni politiche nazionali e locali. Se parliamo di Shoah, autorizziamo costoro a parlare di invasioni. In assenza, evidentemente e fortunatamente, dell’una e dell’altra.
Rimboccandoci le maniche, la sfida epocale dell’immigrazione può invece essere affrontata e risolta. Ma occorre anche usare le parole giuste.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

Ci vuole coraggio

da Moked.it – 10 gennaio 2017

Ci vuole coraggio. Sumaya Abdel Qader, consigliera comunale PD a Milano ed esponente della comunità musulmana, che conobbi anni fa come una persona ragionevole, ha fatto recentemente delle affermazioni inaccettabili in televisione. Come si può sostenere che il 60% dei musulmani residenti in Italia – risultati “antisemiti” secondo un’indagine di pochi giorni fa – non abbiano compreso il quesito perché non conoscono l’italiano? Oppure, il che è concettualmente ancora più pericoloso, perché sarebbero antisionisti e non antisemiti?
Ci vuole coraggio, da parte dei musulmani italiani. Riconoscere il problema è indispensabile per cominciare a risolverlo: isolare gli elementi estremisti nella comunità, innanzitutto, quelli noti e quelli che si stanno radicalizzando; e poi promuovere – come già avviene in alcuni casi – iniziative serie per diffondere la coscienza civica e la conoscenza della cultura italiana; rifuggire le scorciatoie e gli alibi: come mai la provincia di Ravenna, dove si trova la seconda moschea più grande del paese, è anche quella da cui è partito il numero più alto di foreign fighter italiani? Quale base socio-culturale ha fatto proliferare nel nostro paese 110 combattenti partiti alla volta di Daesh?
Ci vuole coraggio, però, da parte di tutti, al di là delle attività fondamentali di prevenzione e repressione. Combattere il radicalismo islamico e il terrorismo impone di essere propositivi, di pronunciare dei sì e non solo dei no. Sono costituiti dei tavoli di confronto presso le istituzioni con i rappresentanti delle varie (litigiose) comunità musulmane, e questo è certamente uno strumento utile da rafforzare. Ma occorre affrontare il problema dell’accesso al culto, per evitare che si preghi nei garage e nulla sia controllabile di ciò che viene predicato. Inoltre, va combattuta una retorica pubblica che tende a fare di tutti i musulmani, o addirittura di tutti gli immigrati, dei potenziali terroristi: così si fa un favore ai reclutatori dell’odio, che aspettano proprio la condanna indiscriminata per mietere consensi. E bisogna procedere un passo dopo l’altro, negoziando in modo serrato nel tentativo di tenere sempre aperto un canale di confronto.
Infine, ci vuole coraggio a essere creativi, anche nell’epoca dell’emergenza terroristica: mesi fa proposi su queste colonne di mutuare, dall’esperienza francese, il progetto di una Fondazione dell’Islam italiano, retta da personalità autorevoli non musulmane, per veicolare e controllare finanziamenti e progetti. Può essere un’idea come tante. Ma da qualche parte bisogna pur iniziare a essere coraggiosi.

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Luce a Napoli

da Moked.it – 27 dicembre 2016

Accendere la Chanukkiah a Napoli, immersi nell’atmosfera più natalizia che si può. Recitare la prima benedizione la stessa sera della Vigilia. Sentirsi diversi, piacevolmente. Guardare con curiosità, divertimento, interesse le tradizioni altrui, della maggioranza. Stupirsi per un presepe, una chiesa affollata e un organista famoso o per un dolce di Natale. Che sia questa la condizione dell’ebreo nella Diaspora?

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La democrazia del guardaroba

da Moked.it – 20 dicembre 2016

Grande polemica in Israele sulla minigonna in Parlamento: il caso esplode la settimana scorsa, quando un’assistente parlamentare viene bloccata all’ingresso per via dell’abbigliamento non decoroso. Immediata la reazione di molti colleghi e anche parecchi eletti: sit in di protesta e sfoggio abbondante di mîses ovviamente imbarazzanti. Deputati a torso nudo, collaboratori in ciabatte, minigonne esibite da maschi oltre che da femmine, sopra e sotto i pantaloni.
La battaglia, di per sé comica, ha dei risvolti che vanno al di là della bizzarra rivendicazione: l’esclusione della ragazza è stata interpretata come l’ennesima vittoria dei religiosi nella società e nelle istituzioni, oltre che un episodio di sessismo.
Da osservatore esterno, sono un po’ combattuto: capisco le preoccupazioni, ma trovo giusto mostrare un rispetto anche formale per le istituzioni e per i cittadini che vi sono rappresentati. Mio nonno Guido mi raccontava che quando era ragazzo non era consentito salire sull’autobus senza la giacca. Una prescrizione oggi inimmaginabile e forse eccessiva, sebbene non sia piacevole trovarsi a luglio, nelle ore calde, vicino a qualcuno in canottiera. In Israele il rifiuto della formalità è da sempre un elemento costitutivo dell’identità nazionale, di un popolo che si considera forte, pragmatico, giovane e sano, senza paura di mostrare il proprio corpo. E decisamente non mancano gli eccessi girando per le città israeliane.
Tutto sommato, però, una piccola eccezione per il Parlamento – nell’epoca dell’antipolitica globale – si può anche fare: c’è proprio bisogno di andare a lavorare in Aula con le infradito?

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Toscanini e la Filarmonica

da Moked.it – 13 dicembre 2016

Leggo che oggi Riccardo Muti dirigerà in Israele un concerto in memoria di Arturo Toscanini. Il programma sarà lo stesso del 1936, quando il Maestro diresse la neonata orchestra di Palestina. Vengono dunque celebrati gli ottanta anni dell’Orchestra filarmonica di Israele, istituita appunto in quella occasione e oggi gloria del paese. Mi viene in mente un aneddoto famigliare. Fu proprio Toscanini, nel 1938, a dare la spinta decisiva al mio bisnonno Giuseppe Calabi, che dopo le leggi razziste del 1938 meditava di lasciare l’Italia. Come mi raccontò mia nonna, all’amico che domandava rispose in dialetto milanese: “Pepin, ti te fan fare la fine del topo”. Se siamo qui, un po’ lo dobbiamo anche a lui.

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