Occasione perse al Sud

Da Moked.it – 18 dicembre 2018

Dal 28 agosto – quando ne scrissi su queste colonne – la proposta di spostare i pensionati al Sud ha fatto qualche passo avanti nella Manovra di Bilancio. Rispetto ad allora, però, sembra esserci un cambiamento decisivo: il testo prevede un’aliquota fissa al 7% per i pensionati stranieri che si trasferiscono nel Mezzogiorno e comprano una casa dal valore di almeno cento mila euro. Il cosiddetto “modello Portogallo”. Si era prima parlato dei pensionati italiani, ora si fa riferimento ai “ricchi” pensionati stranieri.
Come scrissi al tempo, citando Romano Prodi, l’idea mi pare difficile ma interessante: ampie aree del Sud soffrono di spopolamento e impoverimento, e favorire un’immigrazione intra-nazionale non sarebbe affatto scandaloso. Purché, lo ripetiamo, i traslochi siano veri e non truffaldini, i servizi per gli anziani efficienti e non si aggravi la misura di ulteriori obiettivi (per esempio quello di ripopolare i borghi o piccoli Comuni, che oggettivamente possono essere poco adatti alla terza età).
Ma visto che parliamo di Sud, due vicende della scorsa settimana. Innanzitutto, il parlamento ha fatto fallire il progetto di istituire una seconda sede della Normale (di Pisa) a Napoli. Vincenzo Barone (pregasi evitare ironie!) aveva pensato questa iniziativa per aumentare il numero dei borsisti, nell’ottica di una rete di scuole di eccellenza universitaria da arricchire in futuro con altre città. Non l’avesse mai fatto: dal sindaco leghista di Pisa ai politici toscani, tutti contrari al furto della Scuola. Col risultato che la Scuola rimane tale e quale, come del resto sarebbe stato in ogni caso, mentre l’Italia e Napoli hanno perso un’occasione.
E qui devo una confessione personale. Un conflitto d’interesse. Nel 2002 fui il primo degli esclusi al concorso ordinario per la Scuola Normale di Pisa (posto 25, su 24 ammessi). Forse è per questo che le due notizie mi hanno indignato: fosse oggi, e ci fosse la seconda sede, me ne sarei stato quattro anni a studiare sotto lo sguardo bonariamente torvo del Vesuvio. Un’ipotesi del terzo tipo, ovviamente.
Ma c’è di più: in settimana la Cassazione ha anche assolto il professor Aldo Schiavone, accusato a Firenze di aver distratto fondi pubblici nella gestione del SUM (Istituto di Scienze Umane), negli anni in cui ne era rettore. Un’iniziativa post-laurea che garantiva borse di studio in materie umanistiche agli studenti e ricercatori più dotati. Dove? Sempre a Napoli. Tra gelosie accademiche e miserie umane, alla fine tutti vengono assolti ma nel frattempo il SUM non esiste più. Un’altra occasione persa per l’Italia e Napoli.
Insomma, del Sud tutti parlano, ma appena si tratta di fare qualcosa, viene più facile distruggere che costruire.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas @tobiazevi

George H. W. Bush

Da Moked.it – 4 dicembre 2018

Quando comandava George H. W. Bush, lo contestavamo (io ero ancora un po’ piccolino, ma così, per dire). Poi è arrivato suo figlio George W. Bush, e nel contestarlo cominciammo un po’ a rimpiangere suo padre George H. Poi è stato eletto Donald J. Trump, e a quel punto abbiamo iniziato a rimpiangere il figlio George W. e ancor di più a glorificare il padre George H. W. Ora io mi chiedo: in che momento abbiamo preso a sbagliare, l’altro ieri, ieri o oggi?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

La scelta di Silvia

Da Moked.it – 27 novembre 2018

Molti sapranno della polemica che ha investito Massimo Gramellini sul web. In un articolo scritto la settimana scorsa a proposito del rapimento in Kenya di Silvia Romano – speriamo che sia presto liberata! –, la firma prestigiosissima del “Corriere” si soffermava sul sentimento diffuso e sempre più ostentato di chi dice: se l’è cercata, se proprio voleva fare del bene, che lo facesse alla mensa della Caritas sotto casa sua invece di fare l’eroe. Gramellini ha spiegato poi di essere stato frainteso, che proprio rappresentando quell’atteggiamento egli intendeva ridicolizzarlo. Io stesso confesso di non aver compreso in prima battuta, e di essermi indignato, ma in questi casi rimane sempre il dubbio se la colpa sia di chi legge (troppo velocemente) o di chi scrive (poco chiaramente). In ogni caso chiarimento accettato, e il “Caffè” rimarrà la mia prima lettura mattutina.
L’argomento è però interessante, se non declinato in chiave gretta (“Fatte li c… tua”, avrebbe sintetizzato l’ineffabile Antonio Razzi). Secondo la norma ebraica vige nelle opere di bene (“Zedaqà”, che in ebraico significa piuttosto “giustizia sociale”) un principio di prossimità: si deve aiutare prima di tutto il proprio parente, poi il proprio vicino, poi la propria comunità e così via. Molte interpretazioni si possono dare e sono state date di tale procedere: personalmente, ho sempre ritenuto che la ratio profonda del concetto sia che bisogna lasciarsi coinvolgere personalmente, e profondamente, dalle difficoltà altrui. Aiutare il proprio prossimo non può ridursi spedire dei soldi all’estero per poi continuare nel proprio tran tran quotidiano. Occorre mischiarsi, trasformarsi, com-patire (nel senso etimologico di “soffrire insieme”).
Se questo è il senso, dunque, che rimprovero potrebbe essere mosso alla giovanissima Silvia Romano? Certo non quello di non essersi “sporcata le mani” (che brutta espressione, ma letterale in questo caso). Al massimo, se le indagini lo dimostrassero, quello di essere stata imprudente, ma ciò sarebbe un fatto accidentale rispetto ai milioni di persone che nel mondo si spostano di continente in continente, animate esclusivamente dalla voglia di fare del bene. E poi, nel mondo globale in cui viviamo, chi possiamo sinceramente considerare non prossimo, alieno? Secondo me il principio rimane valido: tanto di cappello a chi si mette in viaggio e rischia in proprio, per conoscere il mondo e aiutare altre persone; nessun interesse per quanti, e sono molti, in attesa di risolvere il problema della povertà nel mondo non conoscono il nome del clochard che ogni giorno siede davanti al loro portone.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Confronti utili

Da Moked.it – 30 ottobre 2018

Inaugura domani, in una nuova versione, il Museo della Fondazione Centro Culturale Valdese, a Torre Pellice, nelle Valli, in Piemonte. Sono molto curioso di questo restauro e spero di poter presto visitarlo. Credo che sarebbe utile anche per gli ebrei italiani, e in particolare per chi ne cura i vari musei, oltre che per i cittadini in generale. Com’è noto, i valdesi sono una minoranza storica nel nostro paese, che attraverso molte persecuzioni e momenti bui ha saputo sviluppare un’identità rigorosa ma aperta, capace di grande solidarietà, cultura, progressismo. Sono, i valdesi, un po’ gli alfieri del sentimento “laico” in Italia, il che li porta per paradosso a percepire una notevole quota del reddito Otto per Mille, che molti criticano proprio per il suo elemento oggettivamente clericale. E che però essi spendono solo per attività slegate dalle esigenze della comunità e del culto, per opere di bene – come si sarebbe detto.
In settimana si svolgono anche gli Stati generali dell’Ebraismo italiano, a Roma, un’occasione di riflessione certamente utile e importante, soprattutto se saremo capaci di rifuggire dalla retorica e dalla burocrazia. Non mancano le questioni sul tappeto, sia interne sia esterne al mondo ebraico in sé. A proposito di queste ultime, e cioè in definitiva dell’atteggiamento che gli ebrei italiani dovrebbero assumere in questa specifica epoca storica, nei confronti della società, delle istituzioni, del dibattito pubblico, sarebbe certamente utile un confronto con i valdesi come pure con altre minoranze. Ricordo, a riguardo, che mia nonna Tullia conservava per questi “cugini” una grande stima e ammirazione, e che quando poteva non disdegnava una visita di persona alle Valli e ai suoi abitanti, così, per schiarirsi le idee.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Il nostro mancato stupore

Da Moked.it – 23 ottobre 2018

Aspra polemica tra Donatella Di Cesare, filosofa ebrea, e Diego Fusaro, filosofo e grande frequentatore di talk show televisivi. Tra le accuse mosse dalla studiosa di Heidegger e Gadamer, quella di antisemitismo. Fusaro, naturalmente, respinge l’addebito nella sua replica, peraltro molto ben scritta. E distingue come al solito tra antisemitismo e critica, anche feroce, delle politiche israeliane e del “massacro di palestinesi”. Se la prende però con Soros, che nella sua rappresentazione rimanda a tutti gli stereotipi antisemiti tradizionali, e qui qualche dubbio viene. Colpisce comunque – mentre, tanto per dirne una, una ragazza indiana viene gratuitamente insultata sul treno verso Vicenza per il colore della sua pelle – il nostro mancato stupore. Si accusa di razzismo, di antisemitismo, di misoginia, e ci pare quasi normale. Le opzioni sono tre, ma è difficile stabilire quella più aderente alla realtà: si esagera con le parole, o invece si va diffondendo una sana ribellione contro l’intolleranza dilagante, oppure infine si comincia a dare per scontato che queste pulsioni alberghino tra di noi?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

La soglia del pericolo

Da Moked.it – 16 ottobre 2018

La domanda non è semplice ma, in definitiva, molto chiara. Qual è la soglia del pericolo? Quando, in altre parole, una somma di episodi piccoli e grandi, dichiarazioni estemporanee o strutturate, misure intraprese o solo annunciate configurano un clima che desta legittimamente allarme? Il quesito non è in alcun modo retorico, poiché ogni ingiustificato allarme sarebbe un regalo ai nostri avversari e un boomerang per le nostre ragioni. Sintetizziamola così: se vengono discriminati dei commercianti in base alla nazione di provenienza, o dei bambini non sono ammessi alla mensa perché immigrati, è lecito gridare al razzismo, dando per scontato lo scandalo? Ripeto: è un dilemma semplice ma è, in definitiva, l’unico decisivo.

La salma di Franco

Da Moked.it – 9 ottobre 2018

C’è una vicenda della cronaca recente che dovrebbe appassionare esperti e cultori della memoria. E che invece, almeno in Italia, mi pare sostanzialmente e sorprendentemente ignorata. Si tratta della decisione del Governo socialista spagnolo, votata a maggioranza risicatissima dal parlamento, che prevede di riesumare la salma del dittatore Francisco Franco e traslarla in località indicata dai famigliari o, in assenza di opzione valida, selezionata dallo Stato. Attualmente Franco è sepolto nell’enorme monumento che egli stesso fece edificare, una sorta di gigantesco sacrario noto come “Valle dei Caduti”, famoso anche per esibire il crocifisso più grande al mondo. Il progetto era in effetti abbastanza originale: un unico luogo dove vennero inumati, insieme col vincitore della guerra civile, i resti di decine di migliaia di caduti dell’uno e dell’altro schieramento, in un tentativo strumentale e oltraggioso, ma certamente furbo, di creare una memoria condivisa. Oggi il nuovo Governo, che già si è segnalato per scelte coraggiose in materia di immigrazione, adotta una misura assai divisiva e – fatto assolutamente impensabile in Italia! – valuta di procedere anche con pochi voti di scarto.
Ma le domande che mi pongo sono più che altro di natura culturale ed educativa: ha senso traslocare la salma del caudillo senza apportare nessuna modifica all’orrendo mausoleo collettivo? Si può risolvere un conflitto storico così doloroso senza alcun intervento di tipo educativo, solamente con un atto politico, seppur radicale? La semplice rimozione dell’unica tomba non rischia di configurare anche una rimozione di tipo psicologico, culturale e nazionale?
La domanda non è così peregrina, e incrocia il dibattito infuocato tra storici e intellettuali italiani, divisi tra i favorevoli e i contrari al grande museo progettato a Predappio per spiegare alle nuove generazioni cosa fu il fascismo.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Terza età

Da Moked.it – 28 agosto 2018

L’estate si presta a discorsi generici e proposte strampalate. Il che ben si sposa con l’atteggiamento di un governo che predica il cambiamento ma per il momento produce soprattutto propaganda. Tuttavia, ogni occasione è buona per ragionare, anche quelle più estemporanee. Penso, per esempio, alla proposta della Lega che riguarda lo spostamento dei pensionati al Sud d’Italia: se capisco, un incentivo fiscale agli anziani che al Nord se la passano male, con l’obiettivo di ripopolare porzioni del territorio nazionale sempre più deserte.
L’idea è molto interessante, e infatti si è meritata persino un articolo di Romano Prodi, uno che di economia qualcosa capisce. Ed è ispirata a realtà note: il Portogallo, prima di tutto, ma anche alcuni paesi nordafricani. Un numero sempre più alto di pensionati italiani vi si trasferisce attratto dal clima e dalla bellezza del paese, certamente, ma anche dalle agevolazioni fiscali e dai servizi per la terza età.
Prodi sottolinea alcuni aspetti fondamentali: i controlli dovrebbero essere severi, nel senso che il trasloco deve essere effettivo e non trasformarsi in una forma di elusione fiscale legalizzata; i servizi, a partire dalla sanità pubblica che per gli anziani è ovviamente decisiva, dovrebbero svilupparsi insieme alla misura, visto che nessuno si trasferirebbe mai dove gli ospedali non funzionano; non ha senso privilegiare i piccoli borghi, perché nella terza età si ha bisogno di socialità (pure nelle altre, a dire il vero!), e dunque la dimensione urbana potrebbe rivelarsi più adatta (pensiamo alle meravigliose città del Sud: Palermo, Catania, Siracusa, Bari, Napoli ecc.).
Comunque la discussione è utile, e bene ha fatto il Governo a sollevarla anche per affinarla. Com’è noto, la sfida dell’invecchiamento generale è tra le principali che la nostra società si trova ad affrontare: sistema pensionistico, sanità e costi a essi connessi, ma anche una grande domanda socio-culturale, cioè come attribuire valore a una fase della vita che è sempre più lunga e deve essere per questo progettata.
In linea generale, mi ha sempre colpito un fatto che considero contraddittorio: oggi, in Italia, si considera preferibile invecchiare e poi morire nella propria casa. La “casa di riposo” (e nell’Italia ebraica ce ne sono per fortuna di eccellenti) è ritenuta un’extrema ratio, motivata con esigenze famigliari, sanitarie o economiche. Non è così dappertutto: mi è capitato di visitare negli USA delle vere e proprie città per anziani, con tanto di ristoranti, cinema, quartieri ecc. Questa percezione nostrana produce una stortura: più si è ricchi, nell’Italia di oggi, più si muore da soli. Si assume una badante (sommando così solitudine a solitudine), e progressivamente si esce sempre meno di casa, mentre paradossalmente chi non è in condizione di pagare una persona è più tentato di uscire, incontrare, frequentare un centro anziani. Ecco, io penso che ogni proposta in questo ambito sia da discutere, purché basata sul principio che la vecchiaia è un momento fondamentale dell’esistenza, e che quindi non può prescindere dall’incontro coi propri coetanei e anche con i più giovani.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Me too, messaggio utile

Da Moked.it – 21 agosto 2018

La vicenda di Asia Argento si presta ovviamente a ogni sorta di frizzi e lazzi. Dopo aver avviato la pubblica gogna del potentissimo produttore Harvey Weinstein, e con questa il movimento globale del “Me too”, l’attrice italiana si è vista costretta a risarcire con 380 mila dollari un giovane attore americano con cui ha avuto rapporti sessuali mentre questi era ancora minorenne. Per la precisione, diciasettenne. All’inevitabile reazione del “chi la fa l’aspetti” all’accusa di ipocrisia allo sberleffo del ragazzo che si sente soggiogato in grande ritardo e comunque in età non proprio tenerissima. Vittorio Feltri su Libero utilizza un titolo ammiccante e volgare.
Ora, l’ironia fa bene anche in questa estate terribile. Ma, come si suol dire, bisogna evitare di buttare il bambino con l’acqua sporca. Può anche darsi che Asia Argento non sia il testimonial ideale e cristallino di una campagna decollata negli ultimi mesi contro le molestie alle donne; e può anche essere che il giovane violentato sia soltanto un approfittatore scaltro, che ha colto il potenziale dirompente che le sue rivelazioni avrebbero avuto sull’opinione pubblica e sul portafoglio di Asia. Rimane il fatto che il messaggio del “Me Too” è assolutamente utile e attuale.
In moltissimi contesti, nei paesi occidentali come negli altri (altroché), le donne sono oggetto di discriminazioni e violenze profonde o sottili, esplicite o subdole, dirette o indirette. Dagli sguardi indiscreti alle disparità di reddito fino alle battute volgari, sono mille e ancora mille gli atteggiamenti che noi uomini adottiamo in buona e cattiva fede per mettere l’altro sesso a disagio. E poiché spesso il potere è azzurro e non rosa, tali comportamenti assumono il carattere della violenza vera e propria, perché non può esserci avance o flirt innocente quando si è consapevoli del rapporto di dipendenza del(la) concupito/a.
Se dunque assumiamo il potere come fattore discriminante, persino lo scoop di ieri appare meno bizzarro e faceto. È più raro, ma esistono casi in cui il potere è della donna e quindi, per quanto possa sembrare estremo, la figura debole è quella del giovane maschio. In ogni caso – battute a parte – su tutto ciò c’è ben poco da scherzare.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

La Germania, nel bene e nel male

Da Moked.it – 7 agosto 2018

La lettura dei giornali è un rituale che in vacanza va celebrato lentamente. Si scoprono piccole notizie nascoste, si leggono lunghe inchieste da paesi esotici. Negli ultimi tre giorni, mi colpiscono due articoli dalla Germania, nel bene o nel male cuore d’Europa: prima, una lunga inchiesta sui “centri di ancoraggio”, strutture progettate dal governo bavarese ma in qualche modo approvate dal governo federale. Vi si tengono i richiedenti asilo in attesa di rimpatrio, per tempi indefiniti e senza alcuna attività: devono essere espulsi, perché mai tenerli occupati? Si trovano in zone industriali abbandonate, lontane dai centri urbani, perché reti metalliche e fili spinati, con tanto di sicurezza privata, a pochi chilometri dalle più ricche città tedesche, beh è comunque una scena che in Germania fa ancora qualche effetto. Con esseri umani che rimangono magari bloccati per anni. In ogni caso l’impressione non deve essere così terribile, se è vera anche la seconda notiziola: il governo federale dimezza il contributo statale per i sopravvissuti alla Shoah che entrano in casa di riposo, probabilmente sovvenzionata con altri strumenti di welfare. Una misura di buonsenso, si direbbe, un razionalizzare le spese che rende a noi italiani così invidiabile il sistema tedesco. Eppure, chissà perché, anche una nota stonata. Qualcosa che ci racconta, tra le pieghe asettiche della burocrazia impeccabile, di un vento che sta cambiando, e che sembra spirare in direzione contraria al Dopoguerra che abbiamo conosciuto.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas @tobiazevi

Clara Sereni

Da Moked.it – 31 luglio 2018

Il 25 luglio è morta Clara Sereni, una grande scrittrice italiana. Figlia di Emilio e nipote di Enzo, figure di spicco del comunismo e del sionismo italiano (i due fratelli non si parlavano, e David Bidussa mi spiegò una volta che la storia ebraica è essenzialmente storia di vicende famigliari). Una donna ebrea, sebbene nelle straordinarie ricette di “Casalinghitudine” facciano spesso capolino prosciutto e salame. Una vincitrice del Premio Strega – “Il gioco dei regni”, 1993 – con un libro tutto sulle origini ebraiche della sua famiglia, e sui rapporti complessi tra appartenenza religiosa e politica, tra pubblico e privato. Stranamente, almeno così mi è parso, un’artista che nell’immaginario collettivo non viene oggi considerata ebrea, dove la tradizione religiosa sfuma in altri aspetti (donna, di sinistra, madre di un figlio portatore di handicap, scrittrice, militante e dirigente politica). Nelle stesse ore un giornalista dal cognome ebraico, Marcello Foa, è stato designato per la presidenza della Rai. Per quanto sono riuscito a capire non è ebreo, né parente di illustri portatori del suo cognome, a cominciare dal compianto sindacalista Vittorio. Eppure, da quanto leggo in rete, sono in molti a ritenere che lo sia. Indipendentemente dal fatto che non sarei dispiaciuto se alla fine gli saltasse la poltrona, mi pare che la dinamica sia comunque interessante. Ci dicono, questi due episodi settimanali, che la nostra identità personale è frutto di scelte e percorsi individuali, come per esempio osservare o no i precetti religiosi; ma la nostra identità pubblica, che in qualche modo influenza anche ciò che noi siamo, è frutto dello sguardo, spesso distorto e ormai digitale, che gli altri posano su di noi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Ipocrisie

Da Moked.it – 24 luglio 2018

Nella destra sempre a caccia di legittimazione culturale, e persino morale, si va definendo un nuovo genere letterario: sull’ipocrisia della sinistra. Si tratta ancora di un’operazione di nicchia, ma poggia su solide basi di diffidenza diffusa e popolare. Gli ingredienti sono: un finto profugo/profuga, una località di villeggiatura preferibilmente trendy, un personaggio noto dal conto in banca abbastanza pingue. Il provocatore – di questi tempi si direbbe: l’agente provocatore, che fa più sbirro – chiama o contatta il personaggio suddetto, e mentre quello si sta facendo lo shampoo, o parcheggia la macchina, oppure accompagna la moglie alla stazione e risponde al direttore oppure alla zia malata d’Alzheimer, a bruciapelo gli domanda: te lo prendi un migrante a casa tua? Se il malcapitato è sufficientemente reattivo e paraculo, a tono replica: ma certo, ho già preparato il letto in attesa della tua telefonata, se mi dai un attimo segno l’indirizzo e lo vengo a prendere. Fammi sapere se serve anche una seconda stanza che caccio mia moglie. Ma se invece esita – che ne so, magari non ha una stanza libera oppure ha un cane che in vecchiaia è diventato scontroso – allora è fregato. Il giorno dopo si scoprirà protagonista di un articolo su un giornaletto di destra, in calo di copie e che paga stipendi da fame ad aspiranti giornalisti d’assalto della nouvelle droite, con tanto di foto; se è sfigato, potrebbe addirittura finire sulla pagina Facebook di Salvini o di qualche altro capopopolo dei nostri tempi. Foto e video assicurati. Se poi lo beccano con l’orologio della laurea, quel Rolex comprato dalla nonna e poi indossato senza pensarci (una revisione in vent’anni, il Rolex, che io non possiedo, funziona molto bene), la frittata è completa. Il nostro uomo è assurto automaticamente a simbolo dell’ipocrisia della sinistra. Reietto del nostro tempo, non può più parlare, a meno di non appoggiare apertamente l’affondamento in mare dei barconi della speranza.
Intendiamoci: la sinistra e soprattutto i suoi dirigenti sono parsi, spesso giustamente, ipocriti e moralisti. Hanno ignorato le paure delle persone e hanno puntato il dito senza mettersi nei panni di chi sta peggio. E si sono fatti gli affari propri mentre la sconfitta franava inesorabile e meritata su un’intera tradizione politica. Ma se questo è il livello del dibattito le cose non possono che andare peggio, molto peggio. Con o senza Rolex, con o senza Capalbio.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Nudo e felice

Da Moked.it – 3 luglio 2018

Che male aveva fatto, Mafasumi Nagasaki? Perché non lo hanno lasciato a Sotobanari, l’isoletta giapponese dove viveva nudo e solo dal 1989? Così aveva scelto, abbandonando la vita sociale trenta anni fa, senza rimpianti. Novello Robinson Crusoe, hanno scritto, sebbene sia altamente probabile che lui il celebre romanzo non lo abbia mai letto.
Lo hanno deportato pochi giorni fa, a 82 anni, perché lo Stato non considera le sue condizioni fisiche compatibili con la sua dimensione di naufrago nudo e felice. Vorrei morire sotto uno tsunami piuttosto che trasferirmi in una casetta da un’altra parte, ha detto. Ma non gli hanno dato retta. E la libertà? E la poesia?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Prudenti ma non complici

Da Moked.it – 26 giugno 2018

Più volte mi è capitato di spiegare come, a mio avviso, sia sbagliato fare paragoni storici tout court. Tanto più quando uno dei due termini è la Shoah. Dunque sconsiglio fortemente l’uso della parola “Lager” (la ha adoperata il papa la settimana scorsa) e ritengo scorretto affermare che Matteo Salvini sia un nazista o un fascista (di questa mattina un murales su un muro di Milano che lo raffigura in divisa da SS). Tutto ciò non ci impedisce, invece, di compiere operazioni intellettualmente un po’ più utili e stimolanti: cogliere sfumature e analogie nella creazione del consenso, nel progressivo scadere di diritti fino a ieri ritenuti fondamentali, nella crescita di paure e pulsioni popolari incontrollabili.
In questi giorni moltissimi hanno citato e postato la celeberrima poesia di Martin Niemoeller (“Prima vennero a prendere…”), spesso attribuita erroneamente a Bertold Brecht. Pochi però, credo, conoscono la storia gloriosa di questo pastore protestante, nato in Germania nel 1892 e morto nel 1984. Fu comandante di sottomarino nella Prima Guerra mondiale e decorato per meriti sul campo, e inizialmente appoggiò il nazismo. Già dal 1934, tuttavia, si rese conto della sua deriva totalitaria e ne divenne oppositore, fino a essere arrestato nel 1937 e attraversare vari campi di concentramento e sterminio da lì alla fine della Guerra. Liberato nel 1945, si dedicò alla riconciliazione del popolo tedesco nel Dopoguerra, una storia che meriterebbe approfondimenti.
La sua vicenda mi ricorda un libro eccezionale che lessi anni fa: “Io no” di Joachim Fest, decano del giornalismo tedesco nel Dopoguerra e uomo di tendenze conservatrici. Vi si racconta la biografia del padre, un preside di scuola che senza particolare eroismi e privo di ideologie politiche si oppose al nazismo: come borghese, come uomo di fede, come monarchico. Perse soldi e posizione, ma non fu perseguitato fisicamente e non rinunciò alle sue convinzioni. La dimostrazione che esiste un’alternativa tra eroismo e conformismo, la strada che ogni persona dovrebbe in effetti percorrere – come minimo – di fronte alla nascita di regimi e ingiustizie. In parte, questo discorso si collega a quello dei Giusti, me è innegabile che in questi ultimi la dimensione eroica – mettere a rischio la propria vita per salvarne un’altra! – sia decisamente prevalente e, in questo senso, difficilmente replicabile su vasta scala.
Si può, insomma, essere prudenti ma non essere complici. E questo mi pare un argomento molto attuale, forse sempre attuale: pensiamoci, in queste ore, quando ci lasciamo andare a un commento, o a un post, o magari a un insulto gratuito. La dignità di una società parte innanzitutto dai comportamenti e dalle espressioni dei singoli.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Purtroppo

Da Moked.it – 19 giugno 2018

Più grave del censimento, il “purtroppo”. Purtroppo i Rom italiani ce li dobbiamo tenere. Come dire, purtroppo siamo tutti uguali. Oppure, purtroppo c’è la democrazia. Finalmente possiamo essere “noi” (la maggioranza) e “loro” (la minoranza, che può variare). Ci aveva visto lungo, Liliana.