Il tavolo di Calenda coinvolga tutti i cittadini romani

Dal mio blog su “Huffington Post Italia” – 16 ottobre 2017

Tra poche ore si riunisce il tavolo su Roma convocato, ma soprattutto immaginato, dal ministro Carlo Calenda. Un’iniziativa lodevole e inter-istituzionale, che dovrebbe servire a ottimizzare e spendere soldi già stanziati. Fondi europei, regionali, residui di bilancio fino a 2,6 miliardi di euro. In teoria, una montagna di denaro.

L’occasione è però persino più importante. Investire è utile se si ha un’idea della città e del suo sviluppo. Altrimenti, come ha sostenuto lo stesso Calenda, i quattrini si buttano. E infatti le polemiche che ci hanno preceduto vertevano non tanto sull’effettiva disponibilità dei soldi – ci saranno davvero? E come mai nessuno li ha adoperati finora? – quanto piuttosto sui progetti cui destinarli.

Partiamo da un assunto fondamentale. Da cittadino prima ancora che da militante politico mi auguro che l’esperimento abbia successo. Se l’Italia fosse più capace di mettere da parte gli interessi di parte e concentrarsi sull’interesse generale sarebbe un paese migliore. Anche quando si parla della sua capitale. Quindi benissimo il tavolo, la leale collaborazione tra istituzioni di colori diversi e le risorse economiche. Parafrasando il celebre detto anglosassone: “Left or right, my city; left or right, my capital”.

C’è però un problema tecnico: questo tavolo ha pochissimo tempo per lavorare. La legislatura è agli sgoccioli e tutti sanno quanto la continuità delle iniziative pubbliche sia spesso legata alla stabilità politica. Non c’è provvedimento tecnico che sia del tutto immune, purtroppo, dall’intrusione della politica se quest’ultima vuole intromettersi.

Dunque come far funzionare questo organismo? Certamente individuando delle priorità e dando degli indirizzi, in parte già menzionati dalla sindaca Virginia Raggi: mobilità, rifiuti, aziende partecipate, lavoro, sviluppo, riforma amministrativa. Ma non basta. Senza un coinvolgimento vero della città qualunque lavoro, pur impeccabile sul piano tecnico, sarà destinato all’insuccesso.

Se davvero lo Stato dispone di un importo simile, lo si trasformi in un caso di studio per tutto il paese. Roma che per una volta si rivela esempio virtuoso: amministrazioni pubbliche, imprese, università, centri di ricerca, terzo settore e cittadini coinvolti in un grande progetto di partecipazione ed elaborazione condivisa. Gli esperti costruiscano un modello che consenta alle donne e agli uomini di Roma di essere protagonisti, la possibilità di esprimersi sui vari problemi senza che il loro parere sia subito dimenticato; una democrazia dal basso anziché vagheggiare salvifici progetti calati dall’alto.

Esistono esperienze nel mondo che si possono copiare in tal senso. Purché l’obiettivo sia una grande alleanza civica per Roma, trasversale e interclassista, che inizi a immaginare il futuro della capitale d’Italia. Il tavolo sia un utile pretesto, uno spunto da cui partire. Come affermò Theodor Mommsen, conferendo con Quintino Sella: “Roma si governa solo con una grande idea”. Ecco la nostra: un progetto collettivo e partecipato, messo a punto dalle romane e dai romani tutti assieme, ognuno a partire dalla sua competenza. Finalmente.

Non voltiamo le spalle ai curdi

Da Moked.it – 17 ottobre 2017

Nell’estate del 2014 Daesh, che allora tutti chiamavano erroneamente Isis, era protagonista di un’avanzata inarrestabile. Forse sottovalutato, o invece sopravvalutato dai giornali, o semplicemente indecifrabile – uno Stato Islamico che cavalca il Medio Oriente in sella ai pick up! -, fatto sta che i miliziani nerovestiti conquistavano terreno, sgozzavano prigionieri, stupravano donne riducendole in schiavitù, impiantavano sistemi giuridici pre-medievali.
Erano arrivati a governare mezzo Iraq e mezza Siria, incuneandosi nei conflitti etnico-religiosi, nella sanguinosa guerra civile siriana, nell’eterna faida tra sciiti e sunniti e nei tentennamenti della coalizione occidentale. La Russia, a quel tempo, stava a guardare. Insomma, lo scenario pareva sonnacchioso e apocalittico nello stesso tempo, almeno per noi occidentali che intanto pensavamo anche un po’ alle nostre vacanze.
A un certo punto la linea del fronte slittò fino a Kobane, città vicino al confine turco in mano alle milizie peshmerga curde. In pratica, dopo Kobane c’era la Turchia, ovvero il confine est della Nato. E fu così che scoprimmo una storia di eroismo leggendario, ben lontana dall’immagine che avevamo dei curdi, gasati da Saddam Hussein e vittime predestinate di tutti i popoli della zona, ben felici di andare d’accordo solo nel perseguitare questa etnia. Scoprimmo le donne soldato di Kobane, sprezzanti del pericolo e liberatrici delle donne-schiave nei bordelli fondamentalisti al di là della linea del fuoco.
Può essere che della storia sapemmo solo ciò che volevamo sapere, ma fu una storia epica. Oggi sono passati tre anni, e per fortuna le sorti di Daesh sul terreno paiono radicalmente peggiorate, fino quasi alla sconfitta definitiva. Gli Stati Uniti sono scesi in campo e altrettanto ha fatto la Russia, saldamente guidata dai suoi interessi. L’esercito iracheno ha ripreso il controllo di larghe porzioni di territorio. Ma oggi quello stesso esercito, salvato allora dai curdi, attacca Kirkuk, città popolata dai combattenti di allora, rei di aver chiesto maggiore autonomia e federalismo con un referendum.
Bene fa Bernard Henry Lévy a scuotere il mondo: non possiamo voltarci dall’altra parte. Sia nel caso di un conflitto sia nel caso di un massacro. Mai dovremmo girare la nostra testa, ma ancor più di fronte al torto subito da chi ci ha salvato. Donne e uomini verso cui siamo debitori. È una questione di giustizia, è una questione di memoria.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

A proposito di razzismo

Da Moked.it – 10 ottobre 2017

Gli italiani sono razzisti? Noi, siamo razzisti? L’interrogativo, provocatorio finché si vuole, mi si è posto due volte in dieci giorni. Nella prima circostanza leggevo il bel libro di Luigi Manconi e Federica Resta “Non sono razzista, ma” (Feltrinelli): all’inizio gli autori evidenziano giustamente quanto, descritta in questi termini, la domanda rischi di essere fuorviante e persino sciocca. È ovvio che la maggioranza degli italiani non sia razzista, ma è plausibile ritenere che il numero dei razzisti sia in aumento e che soprattutto la quantità di atti e comportamenti razzisti sia in crescita esponenziale.
Nella seconda occasione assistevo a un dibattito sull’immigrazione a Roma. A un certo punto il moderatore, esponente di una sinistra che si vuole molto radicale, ha cominciato a sostenere che i non razzisti siano in Italia una minoranza. Dalla platea si è levato prima un brusio e poi una voce: come puoi credere che siamo una minoranza di illuminati? Non è forse tollerante il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella? E non lo è forse papa Francesco? Insomma, non sono proprio le classi dirigenti a essere in larga misura favorevoli a un ragionamento razionale sull’immigrazione, rivelandosi semmai poco in grado di farsi comprendere da ampie fasce di popolazione?
In ogni caso – direbbe Sigmund Freud – il fatto che stiamo qui a interrogarci su questo dubbio è comunque indizio di una temperie culturale.
Mi sembra utile riprendere una distinzione svolta nel volume di Resta e Manconi, quella tra xenofobia e razzismo. Esiste una preoccupazione, una paura del diverso, che oltre a far parte dell’animo umano è certamente diffusissima nell’Italia di oggi. Si lega al fenomeno migratorio come anche alla precarizzazione delle esistenze e alle crisi economiche e del lavoro. Si chiama, appunto, “xenofobia”. Tra questo sentimento e il razzismo vero e proprio esiste uno spazio ampio e riconoscibile. Non è fatale che dalla xenofobia si scivoli nel razzismo ma non è affatto da escludere che quello spazio sia percorso. La politica può e deve operare in questo segmento, impedendo che la situazione peggiori ulteriormente. Lo saprà fare?
A proposito di razzismo, o come lo vogliamo intendere. Due giorni fa è morto a Bolzano Adan, un ragazzino curdo di tredici anni. Disabile. Si era rotto le gambe cadendo dalla sedia a rotelle mentre il padre lo spingeva verso la mensa della Caritas. Ma non poteva godere dei servizi sociali in seguito alla cosiddetta “Circolare Critelli”, un regolamento provinciale che vieta la presa in carico da parte dell’Amministrazione agli stranieri che non siano inviati dal Ministero. A Bolzano, Alto Adige. Il padre, che lo ha condotto in spalla dall’Iraq, chiede a questo punto un tetto per gli altri tre figli e una tomba per Adan. Così vanno le cose nell’Italia di oggi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Di nuovo Marx

Da Moked.it – 3 ottobre 2017

La settimana scorsa si sono svolte le elezioni tedesche: sembrava l’evento geopolitico del 2017 e invece non se ne parla più. Del resto, viviamo un’epoca che mastica tutto velocemente. Tra i dati emersi – tralasciando la crisi dei partiti tradizionali, in particolare quello socialdemocratico – spicca il successo di “Alternative fuer Deutschland”, il movimento anti-governativo, populista e xenofobo che ha trionfato nelle periferie e all’Est.
Un’analisi più approfondita del fenomeno sarebbe necessaria. È vero che le biografie non si traducono automaticamente in pensiero, ma è chiaro che se di “nazismo” si vuole parlare, una leader donna, lesbica, sposata con una asiatica e filo-israeliana, configura un profilo di (sub)cultura politica almeno problematico. Io stesso ricordo, per aver vissuto in Sassonia tra 2004 e 2005, come gruppi simili non siano nuovi a notevoli successi elettorali, ma si siano poi rivelati assai fragili alla distanza, mostrando più che altro una capacità di presa sui ceti poveri delle campagne, preoccupati dalla crisi che allora mordeva la Germania più del resto d’Europa.
Quasi tutti hanno imputato il risultato recente alle politiche migratorie di Angela Merkel, quel famoso “Wir schaffen das” (“ce la facciamo!”) che nel 2015 portò quasi un milione di siriani nelle città tedesche, e che pure il sottoscritto celebrò su queste colonne l’otto settembre di due anni fa. In tutto questo, però, occorre sottolineare una contraddizione a mio avviso decisiva: AFD ha preso voti soprattutto nell’Est e nelle zone più depresse di questa metà del paese. Cioè dove i profughi e i migranti non ci sono. Come è possibile? Che la paura sia un sentimento totalmente irrazionale e slegato dalla realtà? O, piuttosto, che la preoccupazione verso il diverso sia legata più direttamente a fenomeni socio-economici (impoverimento, disoccupazione, precarietà) che non ai migranti in quanto persone in carne e ossa? Che l’ossessione per la sicurezza non dipenda del tutto dal numero delle rapine ma più che altro dal proprio stato d’animo? Che insomma il vecchio Marx sia ancora un po’ attuale?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

La Corte educa i negazionisti

Da Moked.it – 26 settembre 2017

Come spesso accade – e non è certamente un bene! – la Giustizia è più rapida ed efficace della politica a definire principi e comportamenti. Dopo anni di discussioni teoriche, cui ho personalmente preso parte, sull’opportunità o meno di una legge che punisse i negazionisti (o, recentemente, i fascisti), un Tribunale belga ha sparigliato le carte. Chiamato a giudicare l’ex deputato Laurent Louis, condannato in primo grado per negazionismo, e protagonista di varie intemerate antiebraiche nel corso della sua carriera, il tribunale ha elaborato una condanna originale nel processo d’Appello.
I magistrati hanno stabilito che Louis dovrà recarsi almeno una volta all’anno, da qui al 2022, in un campo di sterminio nazista, senza evitare Auschwitz, Treblinka, Dachau e Majdanek. Inoltre, per rendere la sua visita un fatto pubblico e testimoniale, egli dovrà scrivere su Facebook un resoconto di almeno cinquanta righe al ritorno da ogni viaggio, che contenga le sue reazioni ed emozioni, per poi inoltrarlo anche ai togati.
Interessante esperimento, che ha il pregio di essere immediatamente effettivo. Anche il condannato si è dichiarato soddisfatto, ma non è da escludere che nelle sue parole ci fosse soprattutto il sospiro di sollievo per avere evitato una condanna in carcere e il gusto della provocazione. In ogni caso, non si può fare a meno di notare quanto tale misura appaia più efficace, creativa e attuale dell’alternativa meramente giudiziaria (dibattimento in aula e detenzione in carcere in caso di condanna). Soprattutto se si guarda alle giovani generazioni, che alla Memoria della Shoah vanno educate. Staremo a vedere.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

JW3

Da Moked.it – 19 settembre 2017

Ci presentiamo tutti profumati e incravattati, ci hanno invitati a cena nel centro comunitario della comunità ebraica di Londra e non vogliamo farci trovare impreparati. Con la delegazione del World Jewish Congress procediamo in pullman fino a Finchley road, una strada molto trafficata, sopravvivendo al traffico impazzito come di consueto. Quando finalmente arriviamo, belli eleganti, eccoci di fronte a uno spettacolo insolito. Niente muri, reti metalliche, guardiole per la sicurezza. C’è un cortile – a cui si accede se ammessi da una guardia – e poi una grande parete vetrata, attraverso cui si scorge ciò che accade all’interno.
Sembra una quinta teatrale: corsi di aerobica e di Krav Maga, c’è chi prende l’aperitivo e chi siede al ristorante, corsi di lingua e di storia dell’arte. Giovani e anziani, nerovestiti e in ciabatte. Questa trasparenza sorprende il nostro immaginario, quello che ci aspettiamo dalla sede di un’organizzazione ebraica.
Incontriamo Raymond Simonson, Direttore del Centro e tra i fondatori di Limmud. Ci racconta la sua visione e ci descrive le polemiche che accompagnarono ideazione, progetto e costruzione dell’edificio. “Volevamo un luogo aperto anche alla cittadinanza: abbiamo scelto una delle strade più trafficate d’Inghilterra, rifiutando il principio per cui è pericoloso farci conoscere. Nel corso dell’estate abbiamo allestito il cortile sul modello della spiaggia di Tel Aviv, sono intervenuti anche i musulmani del quartiere. E poi abbiamo deciso di pensare il centro come il luogo di tutti gli ebrei: indipendentemente dalla loro appartenenza ortodossa, conservative o riformata, ognuno può venire e seguire l’attività che più lo interessa o frequentare lo spazio che più gli piace”. Si chiama JW3 (Jewish Community Center London), dal codice postale della zona. Se passate per Londra, fateci un salto.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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Colpevoli amnesie

Da Moked.it – 12 settembre 2017

La scorsa settimana ho visitato, quasi per caso, il Sacrario dei caduti d’Oltremare di Bari. Confesso che ne ignoravo perfino l’esistenza, insieme alla maggior parte delle analoghe strutture sul territorio nazionale, una dozzina circa. Conoscevo di fama quello di Redipuglia, in provincia di Gorizia, e questo è tutto. Il monumento non è particolarmente bello e ci giunge dagli anni Sessanta, oggi sottoposto a un meritato restauro. La posizione è invece meravigliosa, dirimpetto allo splendido lungomare di Bari. In sostanza il complesso consta di cinque aree: il giardino che circonda la costruzione, ben curato e addobbato con statue e cimeli militari; la stanza con l’albo d’onore, cioè l’elenco dei caduti italiani nei conflitti mondiali (polvere a parte, i caratteri sono ancora quelli della macchina da scrivere); il museo militare, a naso mai toccato dalla sua prima istituzione; il piano superiore del sacrario vero e proprio, dove in circa quaranta mila (40.000) urne nominali sono contenute le ossa dei caduti noti, divisi nei vari teatri di battaglia; il piano inferiore, dove invece giacciono le ossa dei sessanta mila (60.000) militi dei quali non è stato possibile recuperare il nome. Francamente, sono rimasto abbastanza sbigottito. Dall’atmosfera, che giustamente fa riferimento al sacro. Ma anche dalla clandestinità del luogo: può darsi che sia tutta mia l’ignoranza, ma da un sondaggio informale svolto tra amici e conoscenti ho l’impressione di essere stato in buona compagnia a non avere contezza di tutto ciò. Ora, immaginiamo quale aspetto avrebbe un posto del genere – chessò – negli Stati Uniti. Quale cura, quale rispetto (basta recarsi al cimitero militare di Anzio). Ma proviamo anche a domandarci perché il nostro paese rinuncia a valorizzare un simbolo così forte della propria storia nazionale, della propria memoria collettiva. Il mio timore è che tale dimenticanza sia il corollario simmetrico di un’altra amnesia, quella che rifiuta di fare i conti con le responsabilità italiane del fascismo, delle leggi razziali, del colonialismo: nel tentativo di occultare tutto ciò la nostra narrazione patriottica ha anche obliato queste decine di migliaia di giovani morti, mandati a morire da quel regime che nessuno ha tanta voglia di rivangare.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Quando manca la consapevolezza

Da Moked.it – 22 agosto 2017

Mi chiedo, e mi chiedono, il peso che sia giusto attribuire ai segnali piccoli e grandi di intolleranza, razzismo, antisemitismo. Me ne sono occupato anche recentemente su queste colonne. Nei giorni scorsi ci sono giunte notizie e immagini stupefacenti dagli Stati Uniti: simboli neonazisti, cappucci del KKK, attentati ai manifestanti democratici. I numeri, da quanto apprendo, rimangono decisamente contenuti. Colpisce e indigna invece l’assenza di chiarezza da parte del potere, che in America significa Donald Trump: condanna debole e incerta delle iniziative razziste, difesa dei monumenti confederati che sono serviti da detonatore a molte delle proteste. Quest’ultimo, un argomento tutt’altro che univoco, che meriterebbe ragionamento e saggezza come sempre quando ci si occupa di memoria, sensibilità, identità. Il problema è tutto in questi due dati apparentemente in conflitto. Le sciagure nella storia nascono da minoranze violente e accanite; la massa delle persone osserva tra diffidenza e indifferenza; le elite hanno il compito di stabilire quale sia il perimetro oltre al quale non è lecito spingersi. Trump ha affermato che quel confine non è stato violato. Questo rafforza enormemente le minoranze bianche suprematiste e sposta il senso comune per la maggioranza della popolazione. Brutta storia.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Memoriale, una scelta giusta

Da Moked.it – 15 agosto 2017

Mi lascia perplesso che si faccia polemica di fronte a un’azione che fa del bene ad altri esseri umani. La scelta del Memoriale della Shoah di Milano di ospitare in agosto profughi in fuga da guerra e miseria. Senza che nessuno – almeno a mia memoria – avesse in questa circostanza menzionato il paragone tra Shoah e dramma dei migranti. Un parallelo che non ha ovviamente alcun fondamento e che è culturalmente sbagliato.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Dibattito avvelenato

Da Moked.it – 8 agosto 2017

Tempi tristi, i nostri. Nei quali il problema epocale delle migrazioni viene affrontato capziosamente, prendendo a pretesto le Ong per dimenticare la cruda realtà. Il mondo va più o meno così: milioni di persone si spostano nel continente africano (e altrove, ma limitiamoci ai fatti nostri) a causa delle guerre, della siccità e della fame; in paesi già poverissimi sorgono campi profughi fino a centinaia di migliaia di persone, inferni a cielo aperto che ognuno di noi dovrebbe essere costretto a visitare prima di aprire bocca; una piccolissima minoranza di questa massa di disperati decide di intraprendere il viaggio fin nel nostro mondo, spesso la componente più ricca e formata; lungo il percorso gli uomini vengono derubati e picchiati, le donne e i bambini derubati, picchiati e stuprati; chi non muore per strada o nei vari centri di detenzione riesce dopo molto tempo a imbarcarsi su barconi di fortuna, e se ha buona sorte approda in Italia o in qualche paese europeo; qui comincia una nuova vita, spesso assai misera ma comunque migliore di quella che lo aspettava a casa sua; in Italia come negli altri paesi la presenza di migranti e profughi – sebbene lontanissima nei numeri dall’invasione pretestuosamente evocata – produce paura, insofferenza, problemi di gestione e configura una sfida complessa che ci attende per i prossimi decenni; in generale, le persone tendono a voltarsi dall’altra parte nonostante siano bombardate da immagini terribili, in quella che papa Francesco ha battezzato come “globalizzazione dell’indifferenza”.
In tutto questo, pare che il problema siano le Ong. Le quali, per stessa ammissione degli inquirenti, se anche avessero commesso dei reati (favoreggiamento dell’immigrazione clandestina) lo avrebbero fatto non per interesse economico ma per eccesso di buona volontà. Sulla stampa cattolica si è parlato di “reato d’altruismo”, mentre altri hanno proposto il “reato umanitario”. Così come il mitico Massimo Bordin – riferendosi alla pratica dei trasbordi che può produrre distorsioni – ha azzardato la nozione di “corridoio umanitario”. Insomma, ma davvero c’è chi vuole avvelenare il dibattito in questo modo? E davvero la nostra opinione pubblica è ormai così anestetizzata e corrotta da lasciarsi abbindolare a questa maniera?
Una notazione conclusiva dal punto di vista ebraico. Non culturale ma politico. Le Ong hanno diverse matrici, sono di ispirazione cattolica in alcuni casi ma più spesso sono laiche, talvolta troppo inclini all’impegno politico diretto. In Italia l’assistenza sociale ai poveri, disabili, anziani, stranieri è in larghissima misura delegata alle strutture cattoliche, in un meccanismo di sussidiarietà che a seconda dell’umore possiamo leggere come esempio virtuoso oppure come classico compromesso italico. Ora, se culturalmente e mediaticamente si accetta che le Ong siano messe sul banco degli imputati, bisogna anche rendersi conto che inevitabilmente il mondo del terzo settore sarà ancora più compattamente cattolico, in una sorta di meritevole monopolio del bene.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Una pericolosa inerzia

Da Moked.it – 25 luglio 2017

Sono piccoli segnali, certo. Marginali e talora persino macchiettistici. Eppure, messi in fila uno dopo l’altro, un po’ di impressione la fanno: prima la notizia della spiaggia fascista di Chioggia, che da anni esibisce simboli del Ventennio oltre a cartelli misogini e intolleranti; poi un deputato della Repubblica, Massimo Corsaro, che per polemizzare con il collega Emanuele Fiano scherza in modo greve sulla sua circoncisione e dunque sulla sua appartenenza religiosa; infine il simpatico oste di Tropea, in Calabria, che a una coppia di omosessuali in cerca di una stanza risponde candidamente – per iscritto – di non accettare animali e gay nella sua struttura.
Intendiamoci, si tratta di un quadro a macchia di leopardo. Recentemente mi è capitato un episodio interessante in un ristorante di una media provincia italiana: l’avventore accanto al mio tavolo ripete un paio di volte al cameriere di “non fare il giudeo, non fare il rabbino”; alla seconda volta interveniamo con gli altri commensali e ne nasce un piccolo diverbio, accolto dalla condanna unanime della battuta antisemita da parte degli altri clienti e dello stesso ristoratore. Il giorno dopo un amico non ebreo incontra per caso il proprietario per strada, ed è quest’ultimo a raccontargli la brutta figura, sinceramente mortificato. Tutto sommato, un sentimento non scontato.
In generale, la mia sensazione è questa: nella società sono cambiati profondamente i modi di pensare, e in larghi strati della popolazione, non solo quelli più colti, si considerano ingiustificabili atteggiamenti intolleranti, razzisti, antisemiti, discriminatori. Allo stesso tempo – probabilmente per l’esplosione del dibattito sull’immigrazione e per il messaggio di molti “cattivi maestri” – la capacità di reazione, il moto di indignazione si sono fatti più lenti sino a sfociare nell’inerzia. Insomma, non bisogna ingigantire me neanche minimizzare. Il fascismo è prima di tutto ciò che ci accade nella vita di tutti i giorni, e ciò che lasciamo crescere dentro di noi senza combattere.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Accoglienza al Memoriale

Da Moked.it – 18 luglio 2017

Per il terzo anno consecutivo, la Fondazione del Memoriale della Shoah di Milano apre i suoi locali al di sotto della Stazione centrale e accoglie una quarantina di profughi e richiedenti asilo. Da domenica sera docce, pasti caldi e conforto per persone che celano storie drammatiche, e che tendiamo a visualizzare solo quando si mostrano in gruppo, relegandole all’invisibilità se invece camminano affaticate e solitarie per le strade delle nostre città. Davanti alla Stazione centrale, a pochi metri di distanza, ce ne sono molte, e infatti se ne parla con allarme e rabbia. Ai responsabili del Memoriale, comunque, moltissime congratulazioni, Kol Ha-Kavod!

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Passi avanti e vigilanza

Da Moked.it – 4 luglio 2017

Sono passati solo cinque mesi da quando, in febbraio, celebrammo il “Patto nazionale per l’Islam italiano, espressione di una comunità aperta, integrata e aderente ai valori e principi dell’ordinamento statale”, firmato al Viminale da nove associazioni islamiche. Senza tacerne il carattere embrionale, e la dimensione programmatica rispetto al faticoso processo di integrazione, ci parve allora un primo passo comunque significativo.
Apparentemente, avevamo ragione. Nei giorni scorsi una delle nove sigle presenti al tavolo, la più ampia, rappresentativa e anche discussa, l’UCOII, ha inviato al ministro dell’Interno Marco Minniti 62 pagine di censimento di luoghi e ministri di culto islamici in Italia. Si tratta certamente di un lavoro parziale – di cui andrebbe predisposta anche una versione scaricabile online – ma comunque prova di un grande sforzo di trasparenza e apertura da parte dei musulmani.
Nel rapporto si trovano nomi, numeri di telefono, indirizzi, elenco delle attività, tipologia dei fabbricati in cui si svolgono. Una sorta di auto-schedatura, un gesto nei confronti dello Stato. Dai primi dati (mi rifaccio a Goffredo Buccini sul “Corriere”) emergono alcune informazioni interessanti, che pongono interrogativi politico-culturali e problemi: solo l’1% delle moschee si trova in locali adatti sul piano urbanistico e architettonico; i capannoni industriali rappresentano il 35% del totale, a fronte del 20% dei garage e del 9% degli scantinati; non mancano – a riprova della serietà dell’indagine – un 15% di comunità che si ispirano al salafismo, la corrente più tradizionalista dell’Islam e quindi quella da osservare con maggiore preoccupazione.
Molte volte abbiamo affermato che spetta ai musulmani, con i loro comportamenti, dimostrare alle istituzioni e agli italiani che la presa di distanza dall’estremismo non si traduce in una enunciazione solo formale di principi. Ovviamente, la strada è lunga e accidentata. Proprio per questo, però, bisogna apprezzare i progressi compiuti. E continuare a vigilare.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

Gli ebrei del futuro

Da Moked.it – 13 giugno 2017

Chissà se tra mille anni gli ebrei di Roma saranno dove sono stati negli ultimi ventuno secoli. La storia ebraica ci insegna a essere prudenti, sciagure e migrazioni sono sempre dietro l’angolo. Immaginiamo comunque che vi sia un lungo futuro per la nostra comunità, la più antica della Diaspora. Questi ebrei del futuro, che magari si muoveranno con l’astronave e per rispettare lo Shabbat dovranno possedere uno smaterializzatore con il timer, un giorno potrebbero scegliere di guardarsi indietro.
Sapranno distinguere tra ebrei romani e tripolini? Riusciranno a notare differenze tra due culture che oggi ci paiono così diverse, sebbene proficuamente integrate? Ci pensavo nei giorni scorsi – probabilmente influenzato dagli eventi che celebrano il cinquantesimo anniversario dall’arrivo degli ebrei dalla Libia, nonché dalla lettura dirompente de “Da animali a dei”, storia dell’umanità scritta dall’israeliano Yuval Harari.
A distanza di cinque decenni, consideriamo che l’avvento degli ebrei libici in Italia, e a Roma in particolare, rappresenti un caso di immigrazione riuscita: i due gruppi si sono mescolati, arricchendosi vicendevolmente ed arricchendo la cultura della comunità (più studiosa, più attenta al rispetto delle regole) esito di questa mescolanza. Ma hanno mantenuto anche alcune specificità e caratteristiche culturali che rendono la nostra collettività più colorata e varia. Nella mia esperienza, ho rintracciato tra i tripolini una creatività e una fantasia che noi romani abbiamo in misura minore.
Se tuttavia ci saranno ancora ebrei a Roma tra mille anni, queste tradizioni saranno talmente fuse, compenetrate, inestricabili da risultare un’unica ascendenza, probabilmente definita dall’etichetta generica di “ebraismo romano”. Ed è un meccanismo inevitabile per qualunque cultura umana, quello di contaminarsi ed evolvere in conseguenza degli stimoli ricevuti. Vale per ogni tradizione, vale per l’ebraismo. Quando dunque incontriamo qualcuno che ci racconta che un popolo o una storia “sono sempre stati così” ricordiamogli che così, per l’essere umano, significa “cambiare”.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Dentro o fuori

Da Moked.it – 6 giugno 2017

Liberare Totò Riina o farlo morire in carcere? Usargli la crudeltà da lui riservata alle vittime delle sue stragi, oppure scegliere umanità e regole da cui lo Stato trae la propria legittimità sui cittadini? É ancora un capomafia pericoloso oppure un vecchio criminale ormai dimenticato dai suoi? Osservarlo mentre crepa in carcere sarebbe un godimento, una vendetta o una prova di giustizia? Sembra un caso di scuola, è certamente una vicenda estrema, eppure è da questi episodi che si capisce come una società pensa, evolve o regredisce.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas