Sentenze

Da Moked.it – 12 marzo 2019

Chi si lamenta del Me too, chi profetizza esagerazioni, chi rimpiange i bei tempi andati della goliardia libera e spensierata. Poi la Cassazione annulla una sentenza di secondo grado, emanata da un tribunale italiano nei mesi scorsi e non tre secoli fa. I giudici di Ancona, di fronte a una ragazza di 22 anni che denuncia uno stupro, pensano bene di stabilire il seguente concetto: poiché la ragazza era troppo mascolina e poco avvenente, è improbabile che sia stata stuprata. Del resto, la “scaltra peruviana” (sic!) avrebbe una personalità volitiva e appunto mascolina “come la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare”. Di fronte all’accusa di stupro così concludono i magistrati: “In definitiva, non è possibile escludere che sia stata proprio Nina a organizzare la nottata “goliardica”, trovando una scusa con la madre, bevendo al pari degli altri per poi iniziare a provocare Melendez (al quale la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di “Nina Vikingo”, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare) inducendolo ad avere rapporti sessuali per una sorta di sfida”.
Ce ne sarebbe già abbastanza per mettersi le mani nei capelli e domandarsi cosa possa spingere più giuristi, che si confrontano in una stanza, di fronte a tomi e citazioni, a vergare simili perle senza essere sfiorati dal dubbio. E per fortuna che dal Ministero hanno già (?) inviato gli ispettori. Ma non basta: la corte, si scopre, è composta in questo caso da tre… donne! Mascoline anche loro, verrebbe da dire. Nel senso della scemenza che troppo spesso colpisce noi maschietti quando abbiamo a che fare con l’altra metà del cielo.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
Twitter @tobiazevi

La minaccia dell’ultradestra

Da Moked.it – 5 marzo 2019

Molti in queste ore vedono la seconda stagione di “Suburra”, a mio modesto avviso inferiore alla prima. E se qualcuno di questi ha letto la recente relazione dei servizi di informazione italiani (cioè i servizi segreti), avrà provato una sensazione di straniante sovrapposizione. Affermano testualmente i nostri 007: “Costante attenzione informativa è stata riservata al panorama dell’ultradestra (…) Caratterizzatosi per una pronunciata vitalità, ha riproposto, specie con riguardo alle formazioni più strutturate, alcune consolidate linee di tendenza: competizioni ‘egemoniche’ e fluidità di rapporti, interesse ad accreditarsi sulla scena politica mantenendo uno stretto ancoraggio alla ‘base’, propensione ad intensificare le relazioni con omologhe formazioni estere (…) Le strategie d’inserimento nel tessuto sociale hanno fatto leva su iniziative propagandistiche e di protesta, soprattutto in talune periferie urbane, centrate sull’opposizione alle politiche migratorie, nell’ambito di una più ampia mobilitazione su tematiche sociali di forte presa (sicurezza, lavoro, casa, pressione fiscale)”
A parlare sono i responsabili della sicurezza della Repubblica, non pericolosi sovversivi di un centro sociale.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

La minaccia antisemita

Da Moked.it – 19 febbraio 2019

Non mi sono mai divertito a parlare troppo di antisemitismo. Forse, non lo ho mai ritenuto utile neanche alla causa di noi ebrei. Semmai, ho sempre cercato di allargare il discorso e discutere di tolleranza, integrazione, diritti. Da due o tre settimane, però, mi trovo a scrivere di episodi e atti inquietanti e antisemiti su queste colonne. Siccome anche oggi non saprei cosa menzionare, se non Alain Finkielkraut e Luciana Berger, dimissionaria dal partito laburista inglese per via dell’antisemitismo interno, preferisco tacere. Ci vediamo tra sette giorni.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Lapsus indicativi

Da Moked.it – 12 febbraio 2019

Quando si maneggia la Memoria, è sempre difficile tracciare confini netti. Se prendiamo le parole di Matteo Salvini, ministro dell’Interno, davanti alla foiba di Basovizza e in occasione della Giornata del Ricordo, facciamo fatica a prendere posizione. Da un lato, è giusto ribadire come la tragedia degli italiani in Istria, Giulia e Dalmazia sia parte dell’identità nazionale, dopo decenni di colpevole esclusione e marginalizzazione. Dall’altro, non ci sarebbe nessun bisogno del paragone con la Shoah: non occorre innescare sempre la competizione a chi è più vittima di chi. I fenomeni, le tragedie, sono diverse, la Shoah è qualitativamente e quantitativamente un unicum.
Vabbè, si tratta di un’imprecisione, una sgrammaticatura involontaria nell’epoca dell’iper-comunicazione, di post in post come fai a cavartela senza sbavature?
E probabilmente è davvero così. Il che però pone un problema: voce dal sen fuggita è più o meno rivelatrice, più o meno inquietante?
Alcuni episodi delle ultime ore inducono a riflettere. A Sainte-Geneviève-des-Bois, Francia, sono stati profanati ieri mattina gli alberi piantati in memoria di Ilan Halimi, il ragazzo ebreo lì rapito, torturato e ammazzato 13 anni fa. L’anniversario ricorre non casualmente proprio domani. Nelle stesse ore, e sempre in Francia, il ritratto di Simone Veil, sopravvissuta alla Shoah e prima presidente del parlamento europeo, è stato sfregiato con una svastica. E come se non bastasse, nessun giornale ha parlato dell’omicidio della giovanissima Ori Ansbacher, violata e trucidata in Israele da palestinesi.
Insomma, il lapsus rimanda a un clima e il clima favorisce il lapsus, in un brutto circolo vizioso. Speriamo bene.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

Il ruolo del sanpietrino

Da Moked.it – 5 febbraio 2019

Si può dubitare di troppo successo? Sembra un paradosso. Prendete le “Pietre d’inciampo”, ormai note a tutti. Ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig (il nome originario è: Stolpersteine), sono state importate in Italia alcuni anni fa da Adachiara Zevi. Com’è noto, l’intuizione consiste nell’incastonare un piccolo sanpietrino bronzeo di fronte ai portoni che videro la deportazione di ebrei, oppositori, omosessuali e altri gruppi perseguitati dai nazifascisti. Il senso è fondamentalmente duplice: da un lato, restituire l’identità alla vittima rimasta senza volto e spesso senza sepoltura, proprio nel luogo in cui viveva; dall’altro, sorprendere il passante comune, insieme all’abitante della casa medesima, che per l’appunto si troverà a “inciampare” in questa vicenda singola e collettiva, senza poter deviare o girare lo sguardo.
Se giudichiamo dagli atti di vandalismo, l’idea è vincente: nel corso degli anni sono state divelte pietre per mano di anonimi e di vicini di casa, disturbati dall’ingombrante minuscolo segno urbano. Demnig, nel frattempo, continua a girare l’Europa per conficcare personalmente i sanpietrini incisi col nome, professione, data e luogo di nascita, data e luogo di morte della vittima, tanto da aver raggiunto la strabiliante cifra di oltre 70 mila pietre fissate in oltre 25 anni. La sua ricerca ossessiva ed eroica è momento decisivo della stessa opera d’arte: dietro ogni sanpietrino c’è l’indagine dei famigliari, la mobilitazione delle associazioni che si occupano di Memoria, l’attivarsi della burocrazia locale, il sudore dell’artista che si piega con la sua ginocchiera da pallavolista e il cappellone sempre in testa.
Due episodi recenti mi hanno colpito: in una scuola di Roma, la “Macinghi Strozzi” alla Garbatella, gli studenti hanno apposto nei giorni scorsi 24 pietre d’inciampo in memoria di altrettanti migranti naufragati in mare, scegliendo i nomi tra i repertori tragicamente a disposizione. Analogamente – come ci ha raccontato su “Internazionale” il celebre maestro Franco Lorenzoni – si sono mossi in una scuola di Pagani, provincia di Salerno, dove solo una pietra è stata apposta per ricordare la vicenda straziante e recente del giovane ragazzo annegato proteggendo la sua pagella scolastica. Chi conosce il mondo della scuola sa quanto le iniziative possano propagarvisi in modo veloce e pervasivo.
La domanda, davvero non retorica, suona più o meno così: tutto ciò, è cosa buona e giusta? Al di là del paragone implicito tra la terrificante strage dei migranti nel Mediterraneo – secondo alcune statistiche, sei o sette al giorno da oltre venti anni – e la Shoah, la questione riguarda specificamente le pietre d’inciampo: possono guadagnare una vita autonoma dall’artista? Sopravvivergli? Possono essere “autogestite” da scuole, comunità o singoli senza una verifica centralizzata e dell’altro? Possono perdere il legame coi luoghi, che ne era essenza costitutiva, senza risultarne snaturate? Se ci pensate, il dubbio sulle pietre d’inciampo si incrocia con quello cruciale della sopravvivenza ai testimoni diretti della Shoah, con il ragionamento sul futuro della Memoria.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

La violazione di Auschwitz

Da Moked.it – 29 gennaio 2019

Da oggi, nulla sarà come prima. Ci sono attimi, nella storia, in cui questa espressione un po’ trita assume un significato pregnante, si consolida in un simbolo. Temo che così sarà per la violazione di Auschwitz tentata domenica scorsa da un piccolo gruppo di nazionalisti polacchi. Di per sé, nulla di preoccupante. Ma, per l’appunto, un simbolo, che non a caso prende forma nell’epoca pericolosa che viviamo. Un gesto minoritario che si presta a emulazioni e che soprattutto rischia di rendere contestabile l’incontestabile. Non contano le motivazioni addotte, chiaramente pretestuose. Conta che si possa mettere in discussione la memoria di Auschwitz proprio il 27 di gennaio, pure imperniato su moltissime e meritevoli iniziative. Dobbiamo prepararci, io credo, a una nuova fase di Memoria della Shoah: da patrimonio collettivo, al massimo recante sintomi di banalizzazione, a battaglia aperta, da combattere per il passato e nel presente.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

La Capitale

Da Moked.it – 15 gennaio 2019

Nel romanzo La Capitale di Robert Menasse, vincitore della Fiera di Francoforte un paio di anni fa, il filo profondo della trama si snoda tra Bruxelles e Auschwitz. La capitale effettiva e quella morale dell’Europa, il senso fondativo e quello quotidiano dell’Unione. Tra pochi giorni verrà celebrata la Giornata della Memoria 2019, anno di elezioni e rinnovo delle istituzioni comunitarie. È sorprendente, mi pare, quanto i due appuntamenti siano necessariamente scollegati, si ignorino ed evitino di mettersi in dialogo.
Come giustificare, altrimenti, che proprio le elezioni europee sanciranno l’affermazione dei movimenti identitari, populisti, nazionalisti? Come spiegare che proprio il contrasto al processo di integrazione europea accomuna partiti politici che altrimenti sarebbero strutturalmente in antitesi, proteggendo ognuno i propri presunti confini nazionali? Come comprendere innaturali alleanze tra governi ex-comunisti, partiti di estrema destra e fiumi di denaro europeo che da Ovest è andato a Est negli ultimi anni?
Si tratta di un problema tutto emotivo e culturale, che purtroppo non può essere risolto con la descrizione puntuale dei benefici dell’integrazione europea. Ma la storia talvolta ci consegna dei segnali: ancora Danzica al centro del palcoscenico, come nel 1939 e nel 1980. Pawel Adamowicz, riposa in pace.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

Occasione perse al Sud

Da Moked.it – 18 dicembre 2018

Dal 28 agosto – quando ne scrissi su queste colonne – la proposta di spostare i pensionati al Sud ha fatto qualche passo avanti nella Manovra di Bilancio. Rispetto ad allora, però, sembra esserci un cambiamento decisivo: il testo prevede un’aliquota fissa al 7% per i pensionati stranieri che si trasferiscono nel Mezzogiorno e comprano una casa dal valore di almeno cento mila euro. Il cosiddetto “modello Portogallo”. Si era prima parlato dei pensionati italiani, ora si fa riferimento ai “ricchi” pensionati stranieri.
Come scrissi al tempo, citando Romano Prodi, l’idea mi pare difficile ma interessante: ampie aree del Sud soffrono di spopolamento e impoverimento, e favorire un’immigrazione intra-nazionale non sarebbe affatto scandaloso. Purché, lo ripetiamo, i traslochi siano veri e non truffaldini, i servizi per gli anziani efficienti e non si aggravi la misura di ulteriori obiettivi (per esempio quello di ripopolare i borghi o piccoli Comuni, che oggettivamente possono essere poco adatti alla terza età).
Ma visto che parliamo di Sud, due vicende della scorsa settimana. Innanzitutto, il parlamento ha fatto fallire il progetto di istituire una seconda sede della Normale (di Pisa) a Napoli. Vincenzo Barone (pregasi evitare ironie!) aveva pensato questa iniziativa per aumentare il numero dei borsisti, nell’ottica di una rete di scuole di eccellenza universitaria da arricchire in futuro con altre città. Non l’avesse mai fatto: dal sindaco leghista di Pisa ai politici toscani, tutti contrari al furto della Scuola. Col risultato che la Scuola rimane tale e quale, come del resto sarebbe stato in ogni caso, mentre l’Italia e Napoli hanno perso un’occasione.
E qui devo una confessione personale. Un conflitto d’interesse. Nel 2002 fui il primo degli esclusi al concorso ordinario per la Scuola Normale di Pisa (posto 25, su 24 ammessi). Forse è per questo che le due notizie mi hanno indignato: fosse oggi, e ci fosse la seconda sede, me ne sarei stato quattro anni a studiare sotto lo sguardo bonariamente torvo del Vesuvio. Un’ipotesi del terzo tipo, ovviamente.
Ma c’è di più: in settimana la Cassazione ha anche assolto il professor Aldo Schiavone, accusato a Firenze di aver distratto fondi pubblici nella gestione del SUM (Istituto di Scienze Umane), negli anni in cui ne era rettore. Un’iniziativa post-laurea che garantiva borse di studio in materie umanistiche agli studenti e ricercatori più dotati. Dove? Sempre a Napoli. Tra gelosie accademiche e miserie umane, alla fine tutti vengono assolti ma nel frattempo il SUM non esiste più. Un’altra occasione persa per l’Italia e Napoli.
Insomma, del Sud tutti parlano, ma appena si tratta di fare qualcosa, viene più facile distruggere che costruire.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas @tobiazevi

George H. W. Bush

Da Moked.it – 4 dicembre 2018

Quando comandava George H. W. Bush, lo contestavamo (io ero ancora un po’ piccolino, ma così, per dire). Poi è arrivato suo figlio George W. Bush, e nel contestarlo cominciammo un po’ a rimpiangere suo padre George H. Poi è stato eletto Donald J. Trump, e a quel punto abbiamo iniziato a rimpiangere il figlio George W. e ancor di più a glorificare il padre George H. W. Ora io mi chiedo: in che momento abbiamo preso a sbagliare, l’altro ieri, ieri o oggi?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

La scelta di Silvia

Da Moked.it – 27 novembre 2018

Molti sapranno della polemica che ha investito Massimo Gramellini sul web. In un articolo scritto la settimana scorsa a proposito del rapimento in Kenya di Silvia Romano – speriamo che sia presto liberata! –, la firma prestigiosissima del “Corriere” si soffermava sul sentimento diffuso e sempre più ostentato di chi dice: se l’è cercata, se proprio voleva fare del bene, che lo facesse alla mensa della Caritas sotto casa sua invece di fare l’eroe. Gramellini ha spiegato poi di essere stato frainteso, che proprio rappresentando quell’atteggiamento egli intendeva ridicolizzarlo. Io stesso confesso di non aver compreso in prima battuta, e di essermi indignato, ma in questi casi rimane sempre il dubbio se la colpa sia di chi legge (troppo velocemente) o di chi scrive (poco chiaramente). In ogni caso chiarimento accettato, e il “Caffè” rimarrà la mia prima lettura mattutina.
L’argomento è però interessante, se non declinato in chiave gretta (“Fatte li c… tua”, avrebbe sintetizzato l’ineffabile Antonio Razzi). Secondo la norma ebraica vige nelle opere di bene (“Zedaqà”, che in ebraico significa piuttosto “giustizia sociale”) un principio di prossimità: si deve aiutare prima di tutto il proprio parente, poi il proprio vicino, poi la propria comunità e così via. Molte interpretazioni si possono dare e sono state date di tale procedere: personalmente, ho sempre ritenuto che la ratio profonda del concetto sia che bisogna lasciarsi coinvolgere personalmente, e profondamente, dalle difficoltà altrui. Aiutare il proprio prossimo non può ridursi spedire dei soldi all’estero per poi continuare nel proprio tran tran quotidiano. Occorre mischiarsi, trasformarsi, com-patire (nel senso etimologico di “soffrire insieme”).
Se questo è il senso, dunque, che rimprovero potrebbe essere mosso alla giovanissima Silvia Romano? Certo non quello di non essersi “sporcata le mani” (che brutta espressione, ma letterale in questo caso). Al massimo, se le indagini lo dimostrassero, quello di essere stata imprudente, ma ciò sarebbe un fatto accidentale rispetto ai milioni di persone che nel mondo si spostano di continente in continente, animate esclusivamente dalla voglia di fare del bene. E poi, nel mondo globale in cui viviamo, chi possiamo sinceramente considerare non prossimo, alieno? Secondo me il principio rimane valido: tanto di cappello a chi si mette in viaggio e rischia in proprio, per conoscere il mondo e aiutare altre persone; nessun interesse per quanti, e sono molti, in attesa di risolvere il problema della povertà nel mondo non conoscono il nome del clochard che ogni giorno siede davanti al loro portone.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Confronti utili

Da Moked.it – 30 ottobre 2018

Inaugura domani, in una nuova versione, il Museo della Fondazione Centro Culturale Valdese, a Torre Pellice, nelle Valli, in Piemonte. Sono molto curioso di questo restauro e spero di poter presto visitarlo. Credo che sarebbe utile anche per gli ebrei italiani, e in particolare per chi ne cura i vari musei, oltre che per i cittadini in generale. Com’è noto, i valdesi sono una minoranza storica nel nostro paese, che attraverso molte persecuzioni e momenti bui ha saputo sviluppare un’identità rigorosa ma aperta, capace di grande solidarietà, cultura, progressismo. Sono, i valdesi, un po’ gli alfieri del sentimento “laico” in Italia, il che li porta per paradosso a percepire una notevole quota del reddito Otto per Mille, che molti criticano proprio per il suo elemento oggettivamente clericale. E che però essi spendono solo per attività slegate dalle esigenze della comunità e del culto, per opere di bene – come si sarebbe detto.
In settimana si svolgono anche gli Stati generali dell’Ebraismo italiano, a Roma, un’occasione di riflessione certamente utile e importante, soprattutto se saremo capaci di rifuggire dalla retorica e dalla burocrazia. Non mancano le questioni sul tappeto, sia interne sia esterne al mondo ebraico in sé. A proposito di queste ultime, e cioè in definitiva dell’atteggiamento che gli ebrei italiani dovrebbero assumere in questa specifica epoca storica, nei confronti della società, delle istituzioni, del dibattito pubblico, sarebbe certamente utile un confronto con i valdesi come pure con altre minoranze. Ricordo, a riguardo, che mia nonna Tullia conservava per questi “cugini” una grande stima e ammirazione, e che quando poteva non disdegnava una visita di persona alle Valli e ai suoi abitanti, così, per schiarirsi le idee.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Il nostro mancato stupore

Da Moked.it – 23 ottobre 2018

Aspra polemica tra Donatella Di Cesare, filosofa ebrea, e Diego Fusaro, filosofo e grande frequentatore di talk show televisivi. Tra le accuse mosse dalla studiosa di Heidegger e Gadamer, quella di antisemitismo. Fusaro, naturalmente, respinge l’addebito nella sua replica, peraltro molto ben scritta. E distingue come al solito tra antisemitismo e critica, anche feroce, delle politiche israeliane e del “massacro di palestinesi”. Se la prende però con Soros, che nella sua rappresentazione rimanda a tutti gli stereotipi antisemiti tradizionali, e qui qualche dubbio viene. Colpisce comunque – mentre, tanto per dirne una, una ragazza indiana viene gratuitamente insultata sul treno verso Vicenza per il colore della sua pelle – il nostro mancato stupore. Si accusa di razzismo, di antisemitismo, di misoginia, e ci pare quasi normale. Le opzioni sono tre, ma è difficile stabilire quella più aderente alla realtà: si esagera con le parole, o invece si va diffondendo una sana ribellione contro l’intolleranza dilagante, oppure infine si comincia a dare per scontato che queste pulsioni alberghino tra di noi?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

La soglia del pericolo

Da Moked.it – 16 ottobre 2018

La domanda non è semplice ma, in definitiva, molto chiara. Qual è la soglia del pericolo? Quando, in altre parole, una somma di episodi piccoli e grandi, dichiarazioni estemporanee o strutturate, misure intraprese o solo annunciate configurano un clima che desta legittimamente allarme? Il quesito non è in alcun modo retorico, poiché ogni ingiustificato allarme sarebbe un regalo ai nostri avversari e un boomerang per le nostre ragioni. Sintetizziamola così: se vengono discriminati dei commercianti in base alla nazione di provenienza, o dei bambini non sono ammessi alla mensa perché immigrati, è lecito gridare al razzismo, dando per scontato lo scandalo? Ripeto: è un dilemma semplice ma è, in definitiva, l’unico decisivo.

La salma di Franco

Da Moked.it – 9 ottobre 2018

C’è una vicenda della cronaca recente che dovrebbe appassionare esperti e cultori della memoria. E che invece, almeno in Italia, mi pare sostanzialmente e sorprendentemente ignorata. Si tratta della decisione del Governo socialista spagnolo, votata a maggioranza risicatissima dal parlamento, che prevede di riesumare la salma del dittatore Francisco Franco e traslarla in località indicata dai famigliari o, in assenza di opzione valida, selezionata dallo Stato. Attualmente Franco è sepolto nell’enorme monumento che egli stesso fece edificare, una sorta di gigantesco sacrario noto come “Valle dei Caduti”, famoso anche per esibire il crocifisso più grande al mondo. Il progetto era in effetti abbastanza originale: un unico luogo dove vennero inumati, insieme col vincitore della guerra civile, i resti di decine di migliaia di caduti dell’uno e dell’altro schieramento, in un tentativo strumentale e oltraggioso, ma certamente furbo, di creare una memoria condivisa. Oggi il nuovo Governo, che già si è segnalato per scelte coraggiose in materia di immigrazione, adotta una misura assai divisiva e – fatto assolutamente impensabile in Italia! – valuta di procedere anche con pochi voti di scarto.
Ma le domande che mi pongo sono più che altro di natura culturale ed educativa: ha senso traslocare la salma del caudillo senza apportare nessuna modifica all’orrendo mausoleo collettivo? Si può risolvere un conflitto storico così doloroso senza alcun intervento di tipo educativo, solamente con un atto politico, seppur radicale? La semplice rimozione dell’unica tomba non rischia di configurare anche una rimozione di tipo psicologico, culturale e nazionale?
La domanda non è così peregrina, e incrocia il dibattito infuocato tra storici e intellettuali italiani, divisi tra i favorevoli e i contrari al grande museo progettato a Predappio per spiegare alle nuove generazioni cosa fu il fascismo.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Terza età

Da Moked.it – 28 agosto 2018

L’estate si presta a discorsi generici e proposte strampalate. Il che ben si sposa con l’atteggiamento di un governo che predica il cambiamento ma per il momento produce soprattutto propaganda. Tuttavia, ogni occasione è buona per ragionare, anche quelle più estemporanee. Penso, per esempio, alla proposta della Lega che riguarda lo spostamento dei pensionati al Sud d’Italia: se capisco, un incentivo fiscale agli anziani che al Nord se la passano male, con l’obiettivo di ripopolare porzioni del territorio nazionale sempre più deserte.
L’idea è molto interessante, e infatti si è meritata persino un articolo di Romano Prodi, uno che di economia qualcosa capisce. Ed è ispirata a realtà note: il Portogallo, prima di tutto, ma anche alcuni paesi nordafricani. Un numero sempre più alto di pensionati italiani vi si trasferisce attratto dal clima e dalla bellezza del paese, certamente, ma anche dalle agevolazioni fiscali e dai servizi per la terza età.
Prodi sottolinea alcuni aspetti fondamentali: i controlli dovrebbero essere severi, nel senso che il trasloco deve essere effettivo e non trasformarsi in una forma di elusione fiscale legalizzata; i servizi, a partire dalla sanità pubblica che per gli anziani è ovviamente decisiva, dovrebbero svilupparsi insieme alla misura, visto che nessuno si trasferirebbe mai dove gli ospedali non funzionano; non ha senso privilegiare i piccoli borghi, perché nella terza età si ha bisogno di socialità (pure nelle altre, a dire il vero!), e dunque la dimensione urbana potrebbe rivelarsi più adatta (pensiamo alle meravigliose città del Sud: Palermo, Catania, Siracusa, Bari, Napoli ecc.).
Comunque la discussione è utile, e bene ha fatto il Governo a sollevarla anche per affinarla. Com’è noto, la sfida dell’invecchiamento generale è tra le principali che la nostra società si trova ad affrontare: sistema pensionistico, sanità e costi a essi connessi, ma anche una grande domanda socio-culturale, cioè come attribuire valore a una fase della vita che è sempre più lunga e deve essere per questo progettata.
In linea generale, mi ha sempre colpito un fatto che considero contraddittorio: oggi, in Italia, si considera preferibile invecchiare e poi morire nella propria casa. La “casa di riposo” (e nell’Italia ebraica ce ne sono per fortuna di eccellenti) è ritenuta un’extrema ratio, motivata con esigenze famigliari, sanitarie o economiche. Non è così dappertutto: mi è capitato di visitare negli USA delle vere e proprie città per anziani, con tanto di ristoranti, cinema, quartieri ecc. Questa percezione nostrana produce una stortura: più si è ricchi, nell’Italia di oggi, più si muore da soli. Si assume una badante (sommando così solitudine a solitudine), e progressivamente si esce sempre meno di casa, mentre paradossalmente chi non è in condizione di pagare una persona è più tentato di uscire, incontrare, frequentare un centro anziani. Ecco, io penso che ogni proposta in questo ambito sia da discutere, purché basata sul principio che la vecchiaia è un momento fondamentale dell’esistenza, e che quindi non può prescindere dall’incontro coi propri coetanei e anche con i più giovani.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas