La fatica del pensiero

Da Moked.it – 12 giugno 2018

Anche tra gli ebrei italiani divampa il dibattito sull’immigrazione. Perché non dovrebbe essere così, del resto, se su questa questione si giocano oggi le fortune e le sfortune politiche dei leader in Europa e forse in tutto il mondo? Perché mai gli ebrei dovrebbero essere immunizzati dall’orrore della Shoah e non provare paure e preoccupazioni che angosciano tutti gli altri cittadini?
Vorrei qui provare a elencare quattro tipi di considerazioni che ho letto in questi giorni, sulla stampa e sui social media, per provare a costruire un discorso ordinato:
1) Nel mio quartiere e nella mia città regnano ormai degrado e insicurezza. Ho paura come cittadino e come ebreo, per la mia famiglia e in particolare per i bambini. Di fronte a queste parole ritengo inutile una reazione ideologica: che assurdità, un ebreo con la memoria così corta! Piuttosto, io risponderei così: l’immigrazione è un fenomeno inevitabile e necessario per ragioni globali, demografiche ed economiche. Dunque, va gestita senza ignorare i problemi che comporta. Ai politici occorre chiedere soluzioni (che sono difficili, lente e sempre imperfette) e non slogan, che portano voti ma quasi sempre non servono ai problemi.
2) Non si possono paragonare i drammi dei migranti – che ci sono, e sono terribili, altro che “pacchia” – a quanto accaduto nella Shoah. La storia della nave S. Louis non può in alcun modo essere accostata a quella dell’Acquarius. Su questo, mi esprimerei come segue: le parole sono importanti. Per questa ragione, è evidente che paragonare le sofferenze pur indicibili dei migranti allo sterminio sistematico di un popolo è improprio oltre che culturalmente sbagliato. Tuttavia, la Memoria della Shoah deve servire a educare le generazioni che non hanno vissuto quella tragedia affinché si comportino meglio: pertanto, i germi dell’indifferenza, dell’intolleranza, della paura, del linguaggio violento devono essere riconosciuti e denunciati fin da subito, in particolare da chi ne ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze. Qui sì che noi ebrei dobbiamo essere vigili, sentinelle della democrazia e coraggiosi.
3) La straordinaria Liliana Segre ha pronunciato il Senato il suo primo discorso ufficiale. Con parole perfette ha dichiarato che non accetterà mai il ricorso a leggi speciali (contro i nomadi), perché queste minerebbero i fondamenti dello Stato democratico che le ha garantito la libertà. A questo proposito, considero sensata una posizione intransigente: gli ebrei non possono indulgere a discriminazioni contro i Rom e neppure, per ipotesi, contro i musulmani. Ciò non toglie che l’immigrazione islamica ponga enormi problemi di integrazione, e che ovviamente noi ebrei siamo preoccupati per il ripetersi e l’aumentare di atti antisemiti in moltissimi paesi europei (ultimo, l’omicidio di una ragazza di 14 anni in Germania). Ma questi rischi vanno prevenuti e affrontati con le leggi che ci sono già, perché con leggi speciali prima o poi gli ebrei ci vanno di mezzo.
4) Questa mattina sempre Liliana ha spiegato che considera l’Europa la principale responsabile della vicenda Acquarius, più del Governo in carica. E si è definita “detentrice della verità” e “democratica”, nel senso che occorre rispettare la sensibilità della maggioranza delle persone. Ci ha così ricordato che non servono spocchie o soluzioni preconfezionate. Serve la fatica del pensiero, dello studio, del dialogo e del confronto.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Scenari esplosivi

Da Moked.it – 29 maggio 2018

Quando si parla di disintermediazione, si intende il rapporto diretto tra “popolo” e “potere”, con tutti i significati che quest’ultima parola può assumere. Definizioni spesso altisonanti, che si scontrano con la sfuggevolezza del concetto rappresentato: stanza dei bottoni, Palazzo, poteri forti. Le democrazie liberali si sono strutturate nel Dopoguerra attorno a un principio: non solo era utile, ma addirittura necessario mediare la relazione tra leader e cittadini attraverso partiti, sindacati, categorie e associazioni. L’idea di incoraggiare il pluralismo come pure la capacità delle persone di aggregarsi e organizzarsi.
I movimenti che vengono definiti “populisti”, con tutti i problemi che questa espressione comporta, rifiutano questo schema sociale: affermano di voler creare un ponte diretto tra popolo e capopopolo, respingendo chiunque voglia frapporsi. Ammirazione, immedesimazione e affidamento diretto al tribuno, slegato dai vincoli faticosi del negoziato politico e sociale. Al di là dei giudizi, si potrebbe pensare che questo atteggiamento sia tutto sommato “ebraico”: l’ebraismo rifiuta infatti ogni gerarchia e meccanismo di rappresentanza nel legame tra Uomo e D-o, che non si sostanzia in nessuna figura rabbinica e/o organizzata. Ogni Uomo intrattiene con la divinità una specifica connessione, ed essa è unica, autonoma e non inferiore alle altre.
Qual è dunque la differenza essenziale, che invece rende questi fenomeni passati e attuali così distanti dalla sensibilità ebraica (a parte la sensazione che essi spesso conducano a politiche intolleranti e razziste)? A mio giudizio, l’elemento deviante è costituito dalla mancanza di studio. Il corollario alla disintermediazione ebraica è infatti l’ossessione della conoscenza, primo dovere di un ebreo. L’unica attività che garantisce ammirazione al cospetto dei propri simili. Ecco, la disintermediazione senza lo sforzo di capire è una dinamica molto pericolosa, perché le persone sprovviste di ogni agenzia culturale e formativa tendono a esprimersi su tutto, eccitate dai toni aspri del capo. Quindi no ai vaccini, sì alle cure alternative e addosso ai presunti potenti. Uno scenario che diviene potenzialmente esplosivo se amplificato dai nuovi mezzi di informazione.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Le nozzi di Harry e Meghan

Da Moked.it – 22 maggio 2018

Il matrimonio tra Harry del Galles e Meghan Markle è solo una questione di gossip, del più globale e favoloso dei gossip? Forse no. Perché quell’immagine del principe pel di carota e della neo-principessa attrice e un po’ mulatta che scendono le scale della chiesa ha davvero qualcosa di rivoluzionario. Non solo un’altra bella, bellissima ragazza a vent’anni dalla morte di Lady D.; non solo una donna adulta e americana dal passato e dai parenti più che attivi; non solo una showgirl con tanto di abbondante repertorio fotografico su internet; ma soprattutto un essere umano “meticcio”, con madre afroamericana e tradizioni che affondano nel gospel e nella tradizione omiletica del cristianesimo nordamericano.
Non era incredibile la predica del reverendo Michael Curry, e i suoi cori quasi fossimo a Harlem? E non era stupendo lo stupore dipinto sui volti compassati della nobiltà britannica? E non siamo di fronte alla più efficace e definitiva delle campagne anti-razziste?
La monarchia inglese si rinnova nuovamente dopo il burrascoso innesto di Diana Spencer, e paradossalmente – ma non troppo! – trae linfa vitale proprio dagli ingredienti della globalizzazione che dovrebbero contribuire a spazzarla via, come un orpello ormai superato. Un po’ come la Chiesa di Roma, che per sopravvivere ha bisogno di un papa “che viene dalla fine del mondo”, e che non ne mette in discussione solo i vizi riconosciuti, ma anche alcuni tratti essenziali (è di questi giorni la pubblicazione dell’ennesimo libro sul rapporto tra la Chiesa e le unioni omosessuali).
È una dinamica interessantissima e insita in ogni organizzazione umana che dura nel tempo: come innovare nella tradizione. Una questione che i Maestri dell’ebraismo si sono sempre posti con soluzioni spesso geniali. E che nel tempo che viviamo assume forse una complessità ancora maggiore: le decisioni debbono essere sempre più accelerate ma gli errori, come in passato, si comprendono spesso soltanto molto tempo dopo.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Il treno del futuro

Da Moked.it – 15 maggio 2018

Non conoscevo Netta, la cantante israeliana che ha vinto il concorso musicale Eurovision. Sono i momenti che ti fanno sentire vecchio, anche se mi hanno spiegato che il festival è meno seguito in Italia che in altri paesi del continente. Netta è una donna giovane, pingue e sicura di sé. La sua canzone si chiama “Toy” e denuncia la donna-oggetto-dell’uomo. La qualità del pezzo è relativa – almeno a mio giudizio – e il target di riferimento sono chiaramente gli adolescenti dei vari paesi europei.
Nella settimana che ha visto Israele sulle pagine dei media globali per via della nuova ambasciata americana e per i tragici scontri al confine di Gaza, mentre i commentatori si affannano a spiegare, condannare o giustificare, mi sono posto questa domanda: per il futuro di Israele conta più la vittoria di Netta o l’ambasciata americana, i dibattiti sul conflitto con i palestinesi o la partenza del Giro d’Italia, le parole antisemite di Abu Mazen o il mercato immobiliare e turistico che continuano a crescere? Può darsi che anche in questo caso i fenomeni sociali, e tanto più quelli giovanili, abbiano un’influenza maggiore delle grandi decisioni politiche?
Ma in prospettiva la questione è ancora più intricata.
La settimana scorsa mi trovavo in Israele e ho più volte percorso in treno il tragitto da Tel Aviv a Haifa, servito da una linea veloce che a breve verrà prolungata fino a Gerusalemme. Dopo Haifa si può proseguire fino a Naharya e da lì Rosh Ha-Nikrà è a un tiro di schioppo, praticamente si è già in Libano. Pensavo, mentre guardavo fuori dal finestrino: se domani ci fosse finalmente la pace, in meno di un’ora si potrebbe arrivare a Beirut, fare il bagno sulle coste libanesi o una gita nella valle della Bekah. A quel punto, i fenomeni sociali di cui si parlava prima sarebbero del tutto incontrollabili in Medio Oriente: identità nuove, rimescolamenti etnici, forze economiche, spinte demografiche agirebbero in modo libero al di là della volontà e dei progetti dei governanti.
Una prospettiva meravigliosa e, allo stesso tempo, spaventevole.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Il successo del Giro

Da Moked.it – 8 maggio 2018

Si è conclusa la parentesi israeliana del Giro d’Italia. Obiettivamente: un enorme successo di organizzazione e marketing. Circa un miliardo di telespettatori nel mondo ha ammirato la pietra bianca gerosolimitana, i viali alberati di Tel Aviv, il colpo d’occhio del deserto del Negev. I promotori di questa partenza insolita della corsa ciclistica puntano a trasformare Israele in una patria della mobilità sostenibile, sfruttando il terreno pianeggiante e le distanze brevi, ideali per pedalare. Per il governo, l’occasione era ghiotta per veicolare e un’immagine positiva del paese, che aiuti a superare il record sperato di cinque milioni di turisti nel 2018 e che allontani i ricordi del conflitto e degli attentati. E naturalmente è proprio contro questo aspetto pubblicitario che si sono scagliati critici e attivisti: il Giro sarebbe servito a ripulire la reputazione di un paese occupante, militarizzato, ingiusto. Si tratta di una posizione poco sostenibile: in primo luogo perché lo sport può essere uno strumento di dialogo e incontro tra popoli diversi; poi perché i paesi che vogliono favorire il processo di pace hanno tutto l’interesse a puntare su iniziative culturali e sociali, altro che boicottaggi; infine perché solo chi ha a cuore il proprio futuro può sopportare lo sforzo di costruire la pace, e non c’è dubbio che il futuro di Israele debba fare perno, tra le altre cose, sulle potenzialità turistiche del suo territorio, delle sue culture e delle sue bellezze.

Tobia Zevi

La Memoria e il Futuro

Da Moked.it – 24 aprile 2018

A Roma, la Comunità ebraica rinuncia a partecipare al corteo del 25 aprile: l’Anpi locale non è stata in grado di garantire le condizioni minime per sfilare tutti insieme. A Todi, il sindaco Antonino Ruggiano non concede il patrocinio all’Anpi perché non si possono sostenere “manifestazioni di parte”. A Napoli, il presidente della Regione Vincenzo De Luca afferma placido che i membri del Pd sono “braccati come gli ebrei negli anni delle leggi razziali”. Sono solo tre episodi, tre come i problemi che non riusciamo a risolvere: quale significato per la Festa della Liberazione al giorno d’oggi? Quale compito per la sinistra uscita travolta dalle elezioni? Quale futuro per un paese che non riesce a rispettare a costruire una propria memoria/identità condivisa?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas @tobiazevi

Un tentativo lodevole

Da Moked.it – 17 aprile 2018

Su “la Repubblica” di oggi si racconta l’esperimento in corso alla scuola media Saffi di Bologna: unire l’ora di religione a quella “alternativa”, interculturale e rivolta agli alunni non cattolici. Un istituto assai multietnico, dove sei studenti su dieci hanno genitori stranieri. Giudizi positivi vengono espressi dagli insegnanti, mentre si attendono valutazioni da parte di esponenti religiosi e politici. A me sembra che il tentativo sia comunque lodevole: mettere insieme, non dividere. Far conoscere, sradicando il pregiudizio. Sostengono giustamente i docenti che non è possibile separare i bambini cattolici dai non cattolici nel momento in cui il compito principale della scuola è integrare esseri umani con famiglie e tradizioni differenti. Ed è probabilmente questa la strada più efficace: affidarsi a chi sta sul campo più che a progetti di riforma legislativa. Del resto, in materie tanto sensibili non c’è alternativa alla sensibilità, al compromesso e alla cultura di chi ha in cura i nostri figli.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Cosa conta

Da Moked.it – 3 aprile 2018

Tre cose, secondo il Talmud, vanno fatte nella vita: mettere al mondo un figlio (in realtà sono almeno due), scrivere un libro e piantare un albero. Una volta, invece, un alto prelato mi confidò che tre cose contano nell’esistenza di un uomo: un tozzo di pane, volersi bene e la coscienza pulita. Senza pretesa di esaustività, paiono a prima vista due concezioni assai diverse tra loro, persino alternative.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Diritti civili

Da Moked.it – 27 gennaio 2018

Nel dibattito seguito alle elezioni c’è un aspetto che mi pare interessante, e pericoloso. Molti hanno riconosciuto i risultati raggiunti dai governi di centrosinistra, aggiungendo poi che tali risultati non sono stati comunicati ai cittadini nel modo più convincente. Alcuni, però, hanno avanzato un’altra osservazione: le riforme del centrosinistra si sarebbero concentrate più sui diritti civili che su quelli sociali, nonostante la grande crisi economica. Secondo questa tesi, sarebbero solamente le classi più agiate, la borghesia, a interessarsi di questioni quali le unioni civili, il regolamento sul fine-vita, le norme contro la tortura e sull’autismo (esempi casuali tra tanti). I più poveri pensano solo al pane.
In questa concezione ci sono a mio avviso tre errori. Dal punto di vista culturale una visione siffatta esprime una posizione sinceramente classista, nella quale chi ha di meno pensa di meno e ha minori ambizioni. Dal punto di vista economico, si ignora che il cambiamento che si è prodotto riguarda innanzitutto i meno fortunati, cioè coloro che non possono permettersi di compensare i servizi mancanti col portafoglio: un buon avvocato civile per regolare le proprie questioni sentimentali e patrimoniali; un notaio per decidere sul dopo di sé; un penalista se si viene ingiustamente detenuti o maltrattati da funzionari dello Stato e un bravo psicologo se si ha un figlio disabile. Dal punto di vista politico, infine, si torna indietro agli anni Settanta: ai movimenti operai che non riconoscevano il valore delle battaglie delle donne, dei giovani e degli omosessuali in favore di un’interpretazione meccanicamente economica della società.
Io ritengo che si debba essere orgogliosi dei progressi fatti dall’Italia su questo versante negli ultimi anni. E credo anche che simili conquiste siano fondamentali per ribadire la nostra idea di mondo, nel momento in cui le società si trasformano e diventano più multietniche. Infine, sono convinto che per le minoranze, per tutte le minoranze, i diritti civili siano una condizione necessaria e non derogabile per immaginare il proprio futuro.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

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Giacometta

Da Moked.it – 20 marzo 2018

Questa mattina abbiamo celebrato il Kaddish, la preghiera per i morti, in occasione del mese dalla morte di Giacometta Limentani. Per molti di noi un’amica, una maestra, una sorella. Nel corso della sua vita lunga e feconda Giacometta ha scritto, tradotto, insegnato, interpretato i testi ebraici. Ma ha soprattutto mantenuto una dimensione artigianale e umanissima, sostanziando la sua attività culturale in un gran numero di incontri, lezioni, telefonate e rapporti personali con donne e uomini assai diversi tra loro. In questo senso ha onorato pienamente la tradizione ebraica dello studio e dell’insegnamento, che non è mai un’esperienza solitaria e accademica, ma sempre corale – maieutica e dialogica – e immediata, non ripetibile e mai scontata nell’esito. Sarà compito delle varie generazioni di allievi e amici tramandarne la memoria, insieme a quella del marito Walter Cantatore, e il magistero: la cultura ebraica come una cerniera per la conoscenza dell’altro e la cultura come impasto unico di letteratura, arte, scrittura, danza e rapporti umani, da mescolare e rimescolare senza troppe gerarchie e spocchia, senza rinunciare a una componente di genuino divertimento. Ci mancherà moltissimo, Giacometta.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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Cosa ci insegna Liliana

Da Moked.it – 23 gennaio 2018

Venerdì scorso, poco prima di Shabbat, ho provato un senso di profonda commozione. Senatrice a vita. Il massimo onore della Repubblica per Liliana Segre, una donna ebrea, sopravvissuta ad Auschwitz, un’intellettuale e una testimone. Non credevo che un riconoscimento istituzionale potesse provocare in me un’emozione così forte. Ne ho ricercata la causa – mentre ringraziavo col pensiero il presidente Sergio Mattarella – e mi sono domandato perché proprio lei, e perché proprio oggi.
Immagino che vi possano essere alcune ragioni politiche legate all’attualità: Liliana è una donna, e questo è un dato cruciale in un’epoca come la nostra; di fronte al manifestarsi, poi, di forme di fascismo vecchie nuove in Italia e in Europa, il Quirinale ha scelto di schierare in modo netto le strutture dello Stato democratico; in terzo luogo, la nomina arriva a poca distanza dal rientro in Italia delle salme dei Savoia: un atto umanitario che gli eredi hanno stoltamente provato a strumentalizzare, che non deve mitigare il severo giudizio della storia sul re, ribadito proprio dalla decisione più recente.
Ma provo a ricercare nei dettagli della testimonianza di Liliana altre motivazioni, per così dire ermeneutiche, sfumature straordinarie che assumono un’urgenza particolare: il suo insistere, in ogni passaggio della narrazione, sull’indifferenza delle persone comuni, quella parola terribile che lei stessa ha voluto scolpita sul muro del Binario 21 alle Stazione centrale di Milano. Indifferenza degli svizzeri, dei milanesi, dei polacchi, dei tedeschi, dei passanti e dei ferrovieri, delle guardie. E la forza di cogliere i relitti del bene anche nell’orrore, nei gesti per esempio dei carcerati di San Vittore, ultimi e colpevoli tra gli ultimi, capaci però di non dimenticare la loro umanità di fronte alla punizione ingiusta di altri esseri umani. Ma lo sguardo dolce di fronte agli animali nei vagoni piombati, che tutti scegliamo di ignorare perché diretti al macello, o persino di fronte ai cani abbandonati dalle SS mentre si spogliavano delle divise per fuggire ai russi o agli americani. La scelta del bene, quando un carnefice butta via la pistola e la “vecchia ragazza” di 14 anni respinge la tentazione di impugnare l’arma e vendicarsi, per trasformarsi nella “donna libera di oggi”. Il suo inno, infine, alla vita voluta e desiderata con tenacia, selezione dopo selezione, monito ai giovani che sono oggi spesso tentati di buttarla via con stupidaggini e imprudenze.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Il caso Céline

Da Moked.it – 16 gennaio 2018

Si accende nuovamente il dibattito francese: la prestigiosa casa editrice Gallimard prima decide di pubblicare i tre scritti antisemiti di Louis-Ferdinand Céline, poi, di fronte alle proteste, fa retromarcia e dichiara che non sussistono le condizioni “metodologiche e memoriali” per proseguire nell’impresa, nonostante la volontà della vedova e la corposa introduzione critica. Ci risiamo, verrebbe da dire, nel senso che simili discussioni si ripropongono periodicamente a proposito del “Mein Kampf” e di altri testi tragici della storia umana.
Nel 2011, Céline fu inserito nell’elenco delle commemorazioni statali, e ne fu espulso per via delle proteste della comunità ebraica francese. Nelle librerie italiane, in questo momento, giace il fumetto “Il piccolo Fuehrer”, che ironizza sulla figura di Adolf Hitler incrociandola con quella del ben noto principe. Serve una bussola per orientarsi, per evitare di scadere nella censura, o nell’allarmismo, o d’altro canto per impedire che attraverso piccole operazioni editoriali si tenti di riscrivere la storia, minimizzandone colpe e delitti atroci.
A mio giudizio tre sono i parametri: serietà, onestà, interesse culturale. Prendiamo il caso del “Mein Kampf”: non c’è dubbio, credo, che il libro fondativo del nazismo sia storicamente interessante; ma è anche la base del più orrendo crimine contro l’umanità mai compiuto nella storia, e dunque se deve essere riletto va studiato in questa prospettiva. Bene, quindi, l’edizione tedesca, che dalle poche decine di pagine hitleriane tira fuori un volume di 2000 pagine e 3600 note al testo, e che serve a prevenire edizioni incontrollate all’indomani della scadenza dei diritti. Male, invece, l’ipotesi di pubblicazione “cotta e mangiata” proposta da “Il Giornale” nel 2016 (come fosse un inserto qualunque, a proposito di onestà intellettuale), come pure le versioni turche, iraniane, brasiliane proliferate negli ultimi anni a uso non degli studiosi ma degli ammiratori.
Tornando a Céline, che senso ha negare che sia un grande scrittore, forse uno dei più importanti del Novecento? Si vuole forse censurare un romanzo straordinario come “Viaggio al termine della notte”? Eppure, perché pubblicare i suoi deliri antisemiti, oltretutto con il titolo assai equivoco di “Scritti polemici”? Anche se affrontati con il massimo rigore filologico, non mi pare che soddisfino il criterio dell’interesse culturale, dal momento che furono ignorati dal pubblico e marginalizzati dalla critica insieme al loro autore. Dunque, meglio lasciarli in quello che Ronald Lauder, parlando ancora del “Mein Kampf”, definì il “gabinetto della storia”.
I tempi che viviamo sono sufficientemente bui per riempirli anche di libri terribili, se non proprio necessari.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

Consapevolezza, senza rigidità

Da Moked.it – 9 gennaio 2018

Proviamo a fare un po’ di ordine. In particolare riflettiamo, per poche righe, sul rapporto che esiste tra storia ed estetica, tra simboli e architetture. L’argomento è attuale in Italia per quanto riguarda il fascismo, se ne è occupata persino la stampa americana, ma viene agitato più per fare polemica che per ragionare. Ad esempio, lo si è sfruttato per contestare la “legge-Fiano”, che può anche essere messa in discussione, ma che ha il merito oggettivo di affrontare l’emergenza di un neofascismo dilagante e sempre più protervo. Si tende invece a ridicolizzare. Ma come? Volete davvero abbattere l’obelisco del Foro Italico? E cambiare il nome delle scuole intitolate a Vittorio Emanuele III, il re che firmò le leggi razziali, spedì i suoi sudditi a morire in Russia e infine scappò dall’Italia? E poi che altro, magari smontare il Colosseo perché vi morivano i gladiatori?
La questione è complessa, e va affrontata con serietà ma senza reticenze. In una recente trasmissione televisiva è stato citato mio nonno Bruno Zevi, che nel 1956 difese l’edificio (meraviglioso) della “Casa del Fascio” di Como dalla demolizione. Ma mio nonno proponeva di buttare giù nientemeno che il Vittoriano, l’Altare della Patria di Roma! Menzionò questo episodio per spiegare che non va posto alcun limite al dibattito: i monumenti possono essere demoliti, i simboli possono essere divelti, e allo stesso tempo si può scegliere invece di mantenere tracce di storia anche drammatica nella toponomastica, nei luoghi pubblici e nel tessuto urbano.
Si parla tanto degli stilemi fascisti, ma pochi mesi orsono un dibattito simile si è svolto paradossalmente a proposito del memoriale nella sezione italiana del campo di Auschwitz. Negli anni si è evoluta la concezione dei musei nel mondo, e nel frattempo è caduto il comunismo in Polonia e in Europa orientale: quell’arte che andava bene negli anni Settanta ha finito per urtare la sensibilità dei polacchi e le esigenze didattiche delle istituzioni. Dopo una serie di tira e molla, si è stabilito di spostare il monumento a Firenze, valorizzandone la testimonianza storico-artistica ma individuando un contesto espositivo diverso.
Personalmente, ritengo che la discussione sia sana e vada condotta con saggezza. Se un edificio è bello, per esempio, perché mai andrebbe demolito? Se invece è brutto, perché non sfruttare il dibattito sull’architettura fascista per riqualificare anche il quartiere circostante? Se una scuola o una biblioteca sono intestate a un personaggio oggi squalificato dalla storiografia, perché non interrogarsi su altre possibili intitolazioni, utili a formare la consapevolezza storica dei più giovani? Senza paura, senza rigidità, senza pregiudizi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

 

Normalità

Da Moked.it – 19 dicembre 2017

Alcuni giorni fa, una sinagoga è stata attaccata a Goteborg, in Svezia. Un paese che è visto come la culla dei diritti civili e sociali, un modello di welfare e integrazione dei migranti. L’incendio ha procurato danni lievi e per fortuna non ha ferito nessuno. Mi ha però colpito un dato: la notizia è stata praticamente ignorata dalla stampa italiana, con alcune piccole eccezioni. Si possono avanzare due ipotesi: il fatto non viene ritenuto grave oppure l’aggressione viene percepita come qualcosa di usuale. In entrambe le opzioni, è assai preoccupante. Se infatti le società europee cominciano a considerare “normale” che vi siano atti ostili a bersagli ebraici o a cittadini europei di religione ebraica, ad assuefarvisi, sono quelle società nel complesso a essere in pericolo, di fronte un mondo che appare sempre più minaccioso.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Social, invidia e paranoia

Da Moked.it – 28 novembre 2017

Una volta ci si incontrava al bar. Ci si conosceva, tutti sapevano più o meno chi fosse credibile e chi no. Se uno la sparava troppo grossa, lo si canzonava, se un altro stava sempre zitto, lo si guardava con diffidenza o talvolta ammirazione. Non che mancassero calunnie e dicerie, anzi. Più piccolo era il contesto, più ci si accaniva sul diverso e sul debole. Nessun piccolo mondo antico, per carità. Ma quelle voci pure ostili rimanevano confinate in piccoli o piccolissimi gruppi.
Oggi, invece, ogni balla o maldicenza ha un potenziale di diffusione infinito. Grazie ai social media, chiunque pensa di conoscere tutto, e quindi rischiamo di sapere sempre meno. Prendiamo alcune delle fake news più diffuse nel nostro paese: Matteo Renzi sarebbe in affari con Vladimir Putin; i profughi vivrebbero a sbafo, con schermi al plasma e migliaia di euro in tasca; il cugino di Laura Boldrini sarebbe stato assunto come posteggiatore al Senato, con tanto stipendio da trenta mila euro al mese; i vaccini farebbero male e servirebbero solo alle compagnie farmaceutiche; svariati politici sarebbero mafiosi, e non mancherebbero foto su foto ad attestarlo.
L’assurdità di tali informazioni non merita commenti. Interessante è invece provare a coglierne i meccanismi costanti. A mio modo di vedere sono essenzialmente due: paranoia e invidia. La prima si manifesta in una concezione del mondo manichea, che individua una classe di persone benestanti, privilegiate e raccomandate, che avrebbe accesso a vantaggi e piaceri di ogni tipo, e una massa di esclusi, sfruttati e vilipesi; la seconda, che ne è invece il corollario, si esplica in un sentimento che non sprona all’azione, ma induce piuttosto alla protesta sorda: una dinamica per cui pare logico che a godere di enormi fortune sia chi ha un cugino importante, e che rende desiderabile persino la condizione terribile di un migrante recluso in un centro.
A ben vedere, questi due sentimenti non sono nuovi. Se ci pensiamo, ne abbiamo parlato anni fa a proposito del negazionismo della Shoah. Le persone risultano permeabili al pregiudizio che considera gli ebrei occulti padroni del mondo, e in virtù di questa percezione giungono a ritenere vantaggiosa la condizione di vittima, foriera di chissà quali convenienze. Anche questa volta, dunque, il sentimento antisemita risulta anticipatorio e rivelatore rispetto alle tendenze culturali e sociali più pericolose.
Vale dunque – senza entrare nel dettaglio – ciò che sostenevamo allora: con la massima durezza vanno colpiti coloro che grazie alle notizie false guadagnano consenso, visibilità o soldi; ieri erano sedicenti intellettuali, oggi movimenti politici o addirittura apparati riconducibili a stati esteri. Quanto agli utenti, vittime inconsapevoli o complici di queste fandonie, continuo a ritenere che sia assai difficile pensare di proteggerli con strumenti normativi, repressivi o aziendali. Tanto più mentre accelera la rivoluzione digitale. Sono ancora convinto che non esista alternativa al paziente, tenace, informato e profondo lavoro di educazione, educazione, educazione.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi