Cosa ci insegna Liliana

Da Moked.it – 23 gennaio 2018

Venerdì scorso, poco prima di Shabbat, ho provato un senso di profonda commozione. Senatrice a vita. Il massimo onore della Repubblica per Liliana Segre, una donna ebrea, sopravvissuta ad Auschwitz, un’intellettuale e una testimone. Non credevo che un riconoscimento istituzionale potesse provocare in me un’emozione così forte. Ne ho ricercata la causa – mentre ringraziavo col pensiero il presidente Sergio Mattarella – e mi sono domandato perché proprio lei, e perché proprio oggi.
Immagino che vi possano essere alcune ragioni politiche legate all’attualità: Liliana è una donna, e questo è un dato cruciale in un’epoca come la nostra; di fronte al manifestarsi, poi, di forme di fascismo vecchie nuove in Italia e in Europa, il Quirinale ha scelto di schierare in modo netto le strutture dello Stato democratico; in terzo luogo, la nomina arriva a poca distanza dal rientro in Italia delle salme dei Savoia: un atto umanitario che gli eredi hanno stoltamente provato a strumentalizzare, che non deve mitigare il severo giudizio della storia sul re, ribadito proprio dalla decisione più recente.
Ma provo a ricercare nei dettagli della testimonianza di Liliana altre motivazioni, per così dire ermeneutiche, sfumature straordinarie che assumono un’urgenza particolare: il suo insistere, in ogni passaggio della narrazione, sull’indifferenza delle persone comuni, quella parola terribile che lei stessa ha voluto scolpita sul muro del Binario 21 alle Stazione centrale di Milano. Indifferenza degli svizzeri, dei milanesi, dei polacchi, dei tedeschi, dei passanti e dei ferrovieri, delle guardie. E la forza di cogliere i relitti del bene anche nell’orrore, nei gesti per esempio dei carcerati di San Vittore, ultimi e colpevoli tra gli ultimi, capaci però di non dimenticare la loro umanità di fronte alla punizione ingiusta di altri esseri umani. Ma lo sguardo dolce di fronte agli animali nei vagoni piombati, che tutti scegliamo di ignorare perché diretti al macello, o persino di fronte ai cani abbandonati dalle SS mentre si spogliavano delle divise per fuggire ai russi o agli americani. La scelta del bene, quando un carnefice butta via la pistola e la “vecchia ragazza” di 14 anni respinge la tentazione di impugnare l’arma e vendicarsi, per trasformarsi nella “donna libera di oggi”. Il suo inno, infine, alla vita voluta e desiderata con tenacia, selezione dopo selezione, monito ai giovani che sono oggi spesso tentati di buttarla via con stupidaggini e imprudenze.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

Il caso Céline

Da Moked.it – 16 gennaio 2018

Si accende nuovamente il dibattito francese: la prestigiosa casa editrice Gallimard prima decide di pubblicare i tre scritti antisemiti di Louis-Ferdinand Céline, poi, di fronte alle proteste, fa retromarcia e dichiara che non sussistono le condizioni “metodologiche e memoriali” per proseguire nell’impresa, nonostante la volontà della vedova e la corposa introduzione critica. Ci risiamo, verrebbe da dire, nel senso che simili discussioni si ripropongono periodicamente a proposito del “Mein Kampf” e di altri testi tragici della storia umana.
Nel 2011, Céline fu inserito nell’elenco delle commemorazioni statali, e ne fu espulso per via delle proteste della comunità ebraica francese. Nelle librerie italiane, in questo momento, giace il fumetto “Il piccolo Fuehrer”, che ironizza sulla figura di Adolf Hitler incrociandola con quella del ben noto principe. Serve una bussola per orientarsi, per evitare di scadere nella censura, o nell’allarmismo, o d’altro canto per impedire che attraverso piccole operazioni editoriali si tenti di riscrivere la storia, minimizzandone colpe e delitti atroci.
A mio giudizio tre sono i parametri: serietà, onestà, interesse culturale. Prendiamo il caso del “Mein Kampf”: non c’è dubbio, credo, che il libro fondativo del nazismo sia storicamente interessante; ma è anche la base del più orrendo crimine contro l’umanità mai compiuto nella storia, e dunque se deve essere riletto va studiato in questa prospettiva. Bene, quindi, l’edizione tedesca, che dalle poche decine di pagine hitleriane tira fuori un volume di 2000 pagine e 3600 note al testo, e che serve a prevenire edizioni incontrollate all’indomani della scadenza dei diritti. Male, invece, l’ipotesi di pubblicazione “cotta e mangiata” proposta da “Il Giornale” nel 2016 (come fosse un inserto qualunque, a proposito di onestà intellettuale), come pure le versioni turche, iraniane, brasiliane proliferate negli ultimi anni a uso non degli studiosi ma degli ammiratori.
Tornando a Céline, che senso ha negare che sia un grande scrittore, forse uno dei più importanti del Novecento? Si vuole forse censurare un romanzo straordinario come “Viaggio al termine della notte”? Eppure, perché pubblicare i suoi deliri antisemiti, oltretutto con il titolo assai equivoco di “Scritti polemici”? Anche se affrontati con il massimo rigore filologico, non mi pare che soddisfino il criterio dell’interesse culturale, dal momento che furono ignorati dal pubblico e marginalizzati dalla critica insieme al loro autore. Dunque, meglio lasciarli in quello che Ronald Lauder, parlando ancora del “Mein Kampf”, definì il “gabinetto della storia”.
I tempi che viviamo sono sufficientemente bui per riempirli anche di libri terribili, se non proprio necessari.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter: @tobiazevi

Consapevolezza, senza rigidità

Da Moked.it – 9 gennaio 2018

Proviamo a fare un po’ di ordine. In particolare riflettiamo, per poche righe, sul rapporto che esiste tra storia ed estetica, tra simboli e architetture. L’argomento è attuale in Italia per quanto riguarda il fascismo, se ne è occupata persino la stampa americana, ma viene agitato più per fare polemica che per ragionare. Ad esempio, lo si è sfruttato per contestare la “legge-Fiano”, che può anche essere messa in discussione, ma che ha il merito oggettivo di affrontare l’emergenza di un neofascismo dilagante e sempre più protervo. Si tende invece a ridicolizzare. Ma come? Volete davvero abbattere l’obelisco del Foro Italico? E cambiare il nome delle scuole intitolate a Vittorio Emanuele III, il re che firmò le leggi razziali, spedì i suoi sudditi a morire in Russia e infine scappò dall’Italia? E poi che altro, magari smontare il Colosseo perché vi morivano i gladiatori?
La questione è complessa, e va affrontata con serietà ma senza reticenze. In una recente trasmissione televisiva è stato citato mio nonno Bruno Zevi, che nel 1956 difese l’edificio (meraviglioso) della “Casa del Fascio” di Como dalla demolizione. Ma mio nonno proponeva di buttare giù nientemeno che il Vittoriano, l’Altare della Patria di Roma! Menzionò questo episodio per spiegare che non va posto alcun limite al dibattito: i monumenti possono essere demoliti, i simboli possono essere divelti, e allo stesso tempo si può scegliere invece di mantenere tracce di storia anche drammatica nella toponomastica, nei luoghi pubblici e nel tessuto urbano.
Si parla tanto degli stilemi fascisti, ma pochi mesi orsono un dibattito simile si è svolto paradossalmente a proposito del memoriale nella sezione italiana del campo di Auschwitz. Negli anni si è evoluta la concezione dei musei nel mondo, e nel frattempo è caduto il comunismo in Polonia e in Europa orientale: quell’arte che andava bene negli anni Settanta ha finito per urtare la sensibilità dei polacchi e le esigenze didattiche delle istituzioni. Dopo una serie di tira e molla, si è stabilito di spostare il monumento a Firenze, valorizzandone la testimonianza storico-artistica ma individuando un contesto espositivo diverso.
Personalmente, ritengo che la discussione sia sana e vada condotta con saggezza. Se un edificio è bello, per esempio, perché mai andrebbe demolito? Se invece è brutto, perché non sfruttare il dibattito sull’architettura fascista per riqualificare anche il quartiere circostante? Se una scuola o una biblioteca sono intestate a un personaggio oggi squalificato dalla storiografia, perché non interrogarsi su altre possibili intitolazioni, utili a formare la consapevolezza storica dei più giovani? Senza paura, senza rigidità, senza pregiudizi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

 

Normalità

Da Moked.it – 19 dicembre 2017

Alcuni giorni fa, una sinagoga è stata attaccata a Goteborg, in Svezia. Un paese che è visto come la culla dei diritti civili e sociali, un modello di welfare e integrazione dei migranti. L’incendio ha procurato danni lievi e per fortuna non ha ferito nessuno. Mi ha però colpito un dato: la notizia è stata praticamente ignorata dalla stampa italiana, con alcune piccole eccezioni. Si possono avanzare due ipotesi: il fatto non viene ritenuto grave oppure l’aggressione viene percepita come qualcosa di usuale. In entrambe le opzioni, è assai preoccupante. Se infatti le società europee cominciano a considerare “normale” che vi siano atti ostili a bersagli ebraici o a cittadini europei di religione ebraica, ad assuefarvisi, sono quelle società nel complesso a essere in pericolo, di fronte un mondo che appare sempre più minaccioso.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Social, invidia e paranoia

Da Moked.it – 28 novembre 2017

Una volta ci si incontrava al bar. Ci si conosceva, tutti sapevano più o meno chi fosse credibile e chi no. Se uno la sparava troppo grossa, lo si canzonava, se un altro stava sempre zitto, lo si guardava con diffidenza o talvolta ammirazione. Non che mancassero calunnie e dicerie, anzi. Più piccolo era il contesto, più ci si accaniva sul diverso e sul debole. Nessun piccolo mondo antico, per carità. Ma quelle voci pure ostili rimanevano confinate in piccoli o piccolissimi gruppi.
Oggi, invece, ogni balla o maldicenza ha un potenziale di diffusione infinito. Grazie ai social media, chiunque pensa di conoscere tutto, e quindi rischiamo di sapere sempre meno. Prendiamo alcune delle fake news più diffuse nel nostro paese: Matteo Renzi sarebbe in affari con Vladimir Putin; i profughi vivrebbero a sbafo, con schermi al plasma e migliaia di euro in tasca; il cugino di Laura Boldrini sarebbe stato assunto come posteggiatore al Senato, con tanto stipendio da trenta mila euro al mese; i vaccini farebbero male e servirebbero solo alle compagnie farmaceutiche; svariati politici sarebbero mafiosi, e non mancherebbero foto su foto ad attestarlo.
L’assurdità di tali informazioni non merita commenti. Interessante è invece provare a coglierne i meccanismi costanti. A mio modo di vedere sono essenzialmente due: paranoia e invidia. La prima si manifesta in una concezione del mondo manichea, che individua una classe di persone benestanti, privilegiate e raccomandate, che avrebbe accesso a vantaggi e piaceri di ogni tipo, e una massa di esclusi, sfruttati e vilipesi; la seconda, che ne è invece il corollario, si esplica in un sentimento che non sprona all’azione, ma induce piuttosto alla protesta sorda: una dinamica per cui pare logico che a godere di enormi fortune sia chi ha un cugino importante, e che rende desiderabile persino la condizione terribile di un migrante recluso in un centro.
A ben vedere, questi due sentimenti non sono nuovi. Se ci pensiamo, ne abbiamo parlato anni fa a proposito del negazionismo della Shoah. Le persone risultano permeabili al pregiudizio che considera gli ebrei occulti padroni del mondo, e in virtù di questa percezione giungono a ritenere vantaggiosa la condizione di vittima, foriera di chissà quali convenienze. Anche questa volta, dunque, il sentimento antisemita risulta anticipatorio e rivelatore rispetto alle tendenze culturali e sociali più pericolose.
Vale dunque – senza entrare nel dettaglio – ciò che sostenevamo allora: con la massima durezza vanno colpiti coloro che grazie alle notizie false guadagnano consenso, visibilità o soldi; ieri erano sedicenti intellettuali, oggi movimenti politici o addirittura apparati riconducibili a stati esteri. Quanto agli utenti, vittime inconsapevoli o complici di queste fandonie, continuo a ritenere che sia assai difficile pensare di proteggerli con strumenti normativi, repressivi o aziendali. Tanto più mentre accelera la rivoluzione digitale. Sono ancora convinto che non esista alternativa al paziente, tenace, informato e profondo lavoro di educazione, educazione, educazione.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Lezione di modestia

Da Moked.it – 21 novembre 2017

Il testamento spirituale di rav Giuseppe Laras, che ci ha lasciati la settimana scorsa, colpisce per capacità di sintesi. Condensa in poche righe concetti complessi e li spiega in modo alto ma chiaro, senza tralasciare nessun aspetto rilevante della sua vita e del suo tempo. Andrebbe distribuito tra i dirigenti dell’ebraismo italiano, anche quelli che magari non lo condividono in toto. Perché mette enuclea comunque le grandi sfide che abbiamo alle spalle e quelle che invece dobbiamo ancora affrontare.
Andando avanti, mi convinco sempre più di che siano le persone a fare la differenza, prima ancora che le idee. Un proposito giusto non cammina senza le gambe, il cuore e la testa di una donna o un uomo generoso. In questo senso, trovo che la chiusa del testo sia davvero una grande lezione di modestia, oltre che un piccolo assaggio della personalità di Laras a beneficio di chi non lo ha conosciuto: “Il mio carattere non facile mi ha permesso di sopravvivere ad alcuni gravi rovesci della mia vita, causandomi tuttavia anche incomprensioni e problemi. Nel corso del mio servizio alle nostre Kehillòth, mi auguro, tuttavia, di aver aiutato e rinfrancato più persone di quante possano essere state quelle respinte dalle mie difficoltà caratteriali, a cui vanno le mie scuse”.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Le parole del rabbino

Da Moked.it – 14 novembre 2017

La settimana scorsa ho parlato di Genova e, indirettamente, della razzia degli ebrei genovesi perpetrata dai nazisti il 3 novembre 1943. Ho scoperto recentemente queste parole del rabbino Riccardo Pacifici, pronunciate dal pulpito della sinagoga il primo ottobre dello stesso anno, giorno del capodanno ebraico. Com’è noto, il rav fu poi catturato, deportato e trucidato nel campo di sterminio di Auschwitz. Il discorso mi pare talmente straordinario da meritare una citazione senza commenti: “Mai forse il nostro tempio è stato così deserto e abbandonato. Per contro mai, come in questo Rosh HaShanà, noi vi siamo entrati con l’animo così appassionato e fervente di ardore religioso, col desiderio intenso di trovarci vicino a Dio e trovare in Lui pace e conforto. Possiamo ben dire di essere noi, qui riuniti, gli autentici rappresentanti di quella comunità d’Israele che mai smentisce se stessa, anche nelle più gravi e dolorose vicende della vita”.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

La Storia chiede serietà

Da Moked.it – 7 novembre 2017

“È arrivato il momento di andare oltre quegli anni di guerra civile in cui morirono persone che credevano di combattere ognuno dalla parte giusta. Sono cattolico e penso che non si debba distinguere fra i morti e penso anche che il sindaco debba rappresentare tutti quando si tratta di commemorare persone defunte”. Così si è espresso Marco Bucci, sindaco di Genova alla guida di una coalizione di centro-destra. Non c’è male, per un dirigente eletto da appena cinque mesi in una città Medaglia d’oro della Resistenza, finora governata sempre dalle sinistre. Il caso scoppia per la scelta del Comune di deporre una corona di fiori a ricordo dei caduti della Repubblica sociale italiana.
Non c’è male, dicevamo, a pochi giorni dalla consueta marcia organizzata dalla Comunità di S. Egidio in memoria del rastrellamento degli ebrei genovesi (straordinarie le ultime parole dal pulpito del rabbino Riccardo Pacifici, un discorso che non conoscevo). E non c’è male ripensando a tutte le polemiche innescate dagli adesivi dei tifosi di calcio con l’immagine di Anna Frank. Come pretendiamo che i tifosi siano consapevoli della storia se queste sono le posizioni dei rappresentanti istituzionali?
C’è, nella frase citata in apertura, un condensato di messaggi pericolosi. La nozione di “guerra civile” semplificata e piegata alle esigenze di parte; quell’insistenza sul “credere”, come se buona fede e ignoranza forniscano un’amnistia postuma; il livellamento di partigiani e fascisti, “ognuno dalla parte giusta”, senza considerare torti e ragioni. Dimenticando appunto che furono proprio quei fascisti a consentire la deportazione degli ebrei commemorati solo poche ore fa.
Nel tempo dei messaggi semplificati dai social media, non abbiamo alternative al lavoro serio, profondo e faticoso sulla storia. Serve una coerenza delle istituzioni e delle classi dirigenti, consapevoli che il lavoro è tutt’altro che facile. Troppo facile prendersela, giustamente, con gli ultras del calcio.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Anna Frank in campo

Da Moked.it – 31 ottobre 2017

Il linguista Lorenzo Tomasin ha scritto in un tweet il 25 ottobre: “Sbaglierò, ma a me pare che mettere la maglia di QUALSIASI squadra di calcio addosso ad Anna Frank sia offensivo”. E poi c’è chi dice che non bastano 140 caratteri a esprimere un pensiero, a dire qualcosa. Ora ripartiamo pure con gli editoriali.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

Il tavolo di Calenda coinvolga tutti i cittadini romani

Dal mio blog su “Huffington Post Italia” – 16 ottobre 2017

Tra poche ore si riunisce il tavolo su Roma convocato, ma soprattutto immaginato, dal ministro Carlo Calenda. Un’iniziativa lodevole e inter-istituzionale, che dovrebbe servire a ottimizzare e spendere soldi già stanziati. Fondi europei, regionali, residui di bilancio fino a 2,6 miliardi di euro. In teoria, una montagna di denaro.

L’occasione è però persino più importante. Investire è utile se si ha un’idea della città e del suo sviluppo. Altrimenti, come ha sostenuto lo stesso Calenda, i quattrini si buttano. E infatti le polemiche che ci hanno preceduto vertevano non tanto sull’effettiva disponibilità dei soldi – ci saranno davvero? E come mai nessuno li ha adoperati finora? – quanto piuttosto sui progetti cui destinarli.

Partiamo da un assunto fondamentale. Da cittadino prima ancora che da militante politico mi auguro che l’esperimento abbia successo. Se l’Italia fosse più capace di mettere da parte gli interessi di parte e concentrarsi sull’interesse generale sarebbe un paese migliore. Anche quando si parla della sua capitale. Quindi benissimo il tavolo, la leale collaborazione tra istituzioni di colori diversi e le risorse economiche. Parafrasando il celebre detto anglosassone: “Left or right, my city; left or right, my capital”.

C’è però un problema tecnico: questo tavolo ha pochissimo tempo per lavorare. La legislatura è agli sgoccioli e tutti sanno quanto la continuità delle iniziative pubbliche sia spesso legata alla stabilità politica. Non c’è provvedimento tecnico che sia del tutto immune, purtroppo, dall’intrusione della politica se quest’ultima vuole intromettersi.

Dunque come far funzionare questo organismo? Certamente individuando delle priorità e dando degli indirizzi, in parte già menzionati dalla sindaca Virginia Raggi: mobilità, rifiuti, aziende partecipate, lavoro, sviluppo, riforma amministrativa. Ma non basta. Senza un coinvolgimento vero della città qualunque lavoro, pur impeccabile sul piano tecnico, sarà destinato all’insuccesso.

Se davvero lo Stato dispone di un importo simile, lo si trasformi in un caso di studio per tutto il paese. Roma che per una volta si rivela esempio virtuoso: amministrazioni pubbliche, imprese, università, centri di ricerca, terzo settore e cittadini coinvolti in un grande progetto di partecipazione ed elaborazione condivisa. Gli esperti costruiscano un modello che consenta alle donne e agli uomini di Roma di essere protagonisti, la possibilità di esprimersi sui vari problemi senza che il loro parere sia subito dimenticato; una democrazia dal basso anziché vagheggiare salvifici progetti calati dall’alto.

Esistono esperienze nel mondo che si possono copiare in tal senso. Purché l’obiettivo sia una grande alleanza civica per Roma, trasversale e interclassista, che inizi a immaginare il futuro della capitale d’Italia. Il tavolo sia un utile pretesto, uno spunto da cui partire. Come affermò Theodor Mommsen, conferendo con Quintino Sella: “Roma si governa solo con una grande idea”. Ecco la nostra: un progetto collettivo e partecipato, messo a punto dalle romane e dai romani tutti assieme, ognuno a partire dalla sua competenza. Finalmente.

Non voltiamo le spalle ai curdi

Da Moked.it – 17 ottobre 2017

Nell’estate del 2014 Daesh, che allora tutti chiamavano erroneamente Isis, era protagonista di un’avanzata inarrestabile. Forse sottovalutato, o invece sopravvalutato dai giornali, o semplicemente indecifrabile – uno Stato Islamico che cavalca il Medio Oriente in sella ai pick up! -, fatto sta che i miliziani nerovestiti conquistavano terreno, sgozzavano prigionieri, stupravano donne riducendole in schiavitù, impiantavano sistemi giuridici pre-medievali.
Erano arrivati a governare mezzo Iraq e mezza Siria, incuneandosi nei conflitti etnico-religiosi, nella sanguinosa guerra civile siriana, nell’eterna faida tra sciiti e sunniti e nei tentennamenti della coalizione occidentale. La Russia, a quel tempo, stava a guardare. Insomma, lo scenario pareva sonnacchioso e apocalittico nello stesso tempo, almeno per noi occidentali che intanto pensavamo anche un po’ alle nostre vacanze.
A un certo punto la linea del fronte slittò fino a Kobane, città vicino al confine turco in mano alle milizie peshmerga curde. In pratica, dopo Kobane c’era la Turchia, ovvero il confine est della Nato. E fu così che scoprimmo una storia di eroismo leggendario, ben lontana dall’immagine che avevamo dei curdi, gasati da Saddam Hussein e vittime predestinate di tutti i popoli della zona, ben felici di andare d’accordo solo nel perseguitare questa etnia. Scoprimmo le donne soldato di Kobane, sprezzanti del pericolo e liberatrici delle donne-schiave nei bordelli fondamentalisti al di là della linea del fuoco.
Può essere che della storia sapemmo solo ciò che volevamo sapere, ma fu una storia epica. Oggi sono passati tre anni, e per fortuna le sorti di Daesh sul terreno paiono radicalmente peggiorate, fino quasi alla sconfitta definitiva. Gli Stati Uniti sono scesi in campo e altrettanto ha fatto la Russia, saldamente guidata dai suoi interessi. L’esercito iracheno ha ripreso il controllo di larghe porzioni di territorio. Ma oggi quello stesso esercito, salvato allora dai curdi, attacca Kirkuk, città popolata dai combattenti di allora, rei di aver chiesto maggiore autonomia e federalismo con un referendum.
Bene fa Bernard Henry Lévy a scuotere il mondo: non possiamo voltarci dall’altra parte. Sia nel caso di un conflitto sia nel caso di un massacro. Mai dovremmo girare la nostra testa, ma ancor più di fronte al torto subito da chi ci ha salvato. Donne e uomini verso cui siamo debitori. È una questione di giustizia, è una questione di memoria.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

A proposito di razzismo

Da Moked.it – 10 ottobre 2017

Gli italiani sono razzisti? Noi, siamo razzisti? L’interrogativo, provocatorio finché si vuole, mi si è posto due volte in dieci giorni. Nella prima circostanza leggevo il bel libro di Luigi Manconi e Federica Resta “Non sono razzista, ma” (Feltrinelli): all’inizio gli autori evidenziano giustamente quanto, descritta in questi termini, la domanda rischi di essere fuorviante e persino sciocca. È ovvio che la maggioranza degli italiani non sia razzista, ma è plausibile ritenere che il numero dei razzisti sia in aumento e che soprattutto la quantità di atti e comportamenti razzisti sia in crescita esponenziale.
Nella seconda occasione assistevo a un dibattito sull’immigrazione a Roma. A un certo punto il moderatore, esponente di una sinistra che si vuole molto radicale, ha cominciato a sostenere che i non razzisti siano in Italia una minoranza. Dalla platea si è levato prima un brusio e poi una voce: come puoi credere che siamo una minoranza di illuminati? Non è forse tollerante il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella? E non lo è forse papa Francesco? Insomma, non sono proprio le classi dirigenti a essere in larga misura favorevoli a un ragionamento razionale sull’immigrazione, rivelandosi semmai poco in grado di farsi comprendere da ampie fasce di popolazione?
In ogni caso – direbbe Sigmund Freud – il fatto che stiamo qui a interrogarci su questo dubbio è comunque indizio di una temperie culturale.
Mi sembra utile riprendere una distinzione svolta nel volume di Resta e Manconi, quella tra xenofobia e razzismo. Esiste una preoccupazione, una paura del diverso, che oltre a far parte dell’animo umano è certamente diffusissima nell’Italia di oggi. Si lega al fenomeno migratorio come anche alla precarizzazione delle esistenze e alle crisi economiche e del lavoro. Si chiama, appunto, “xenofobia”. Tra questo sentimento e il razzismo vero e proprio esiste uno spazio ampio e riconoscibile. Non è fatale che dalla xenofobia si scivoli nel razzismo ma non è affatto da escludere che quello spazio sia percorso. La politica può e deve operare in questo segmento, impedendo che la situazione peggiori ulteriormente. Lo saprà fare?
A proposito di razzismo, o come lo vogliamo intendere. Due giorni fa è morto a Bolzano Adan, un ragazzino curdo di tredici anni. Disabile. Si era rotto le gambe cadendo dalla sedia a rotelle mentre il padre lo spingeva verso la mensa della Caritas. Ma non poteva godere dei servizi sociali in seguito alla cosiddetta “Circolare Critelli”, un regolamento provinciale che vieta la presa in carico da parte dell’Amministrazione agli stranieri che non siano inviati dal Ministero. A Bolzano, Alto Adige. Il padre, che lo ha condotto in spalla dall’Iraq, chiede a questo punto un tetto per gli altri tre figli e una tomba per Adan. Così vanno le cose nell’Italia di oggi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas Twitter @tobiazevi

Di nuovo Marx

Da Moked.it – 3 ottobre 2017

La settimana scorsa si sono svolte le elezioni tedesche: sembrava l’evento geopolitico del 2017 e invece non se ne parla più. Del resto, viviamo un’epoca che mastica tutto velocemente. Tra i dati emersi – tralasciando la crisi dei partiti tradizionali, in particolare quello socialdemocratico – spicca il successo di “Alternative fuer Deutschland”, il movimento anti-governativo, populista e xenofobo che ha trionfato nelle periferie e all’Est.
Un’analisi più approfondita del fenomeno sarebbe necessaria. È vero che le biografie non si traducono automaticamente in pensiero, ma è chiaro che se di “nazismo” si vuole parlare, una leader donna, lesbica, sposata con una asiatica e filo-israeliana, configura un profilo di (sub)cultura politica almeno problematico. Io stesso ricordo, per aver vissuto in Sassonia tra 2004 e 2005, come gruppi simili non siano nuovi a notevoli successi elettorali, ma si siano poi rivelati assai fragili alla distanza, mostrando più che altro una capacità di presa sui ceti poveri delle campagne, preoccupati dalla crisi che allora mordeva la Germania più del resto d’Europa.
Quasi tutti hanno imputato il risultato recente alle politiche migratorie di Angela Merkel, quel famoso “Wir schaffen das” (“ce la facciamo!”) che nel 2015 portò quasi un milione di siriani nelle città tedesche, e che pure il sottoscritto celebrò su queste colonne l’otto settembre di due anni fa. In tutto questo, però, occorre sottolineare una contraddizione a mio avviso decisiva: AFD ha preso voti soprattutto nell’Est e nelle zone più depresse di questa metà del paese. Cioè dove i profughi e i migranti non ci sono. Come è possibile? Che la paura sia un sentimento totalmente irrazionale e slegato dalla realtà? O, piuttosto, che la preoccupazione verso il diverso sia legata più direttamente a fenomeni socio-economici (impoverimento, disoccupazione, precarietà) che non ai migranti in quanto persone in carne e ossa? Che l’ossessione per la sicurezza non dipenda del tutto dal numero delle rapine ma più che altro dal proprio stato d’animo? Che insomma il vecchio Marx sia ancora un po’ attuale?

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La Corte educa i negazionisti

Da Moked.it – 26 settembre 2017

Come spesso accade – e non è certamente un bene! – la Giustizia è più rapida ed efficace della politica a definire principi e comportamenti. Dopo anni di discussioni teoriche, cui ho personalmente preso parte, sull’opportunità o meno di una legge che punisse i negazionisti (o, recentemente, i fascisti), un Tribunale belga ha sparigliato le carte. Chiamato a giudicare l’ex deputato Laurent Louis, condannato in primo grado per negazionismo, e protagonista di varie intemerate antiebraiche nel corso della sua carriera, il tribunale ha elaborato una condanna originale nel processo d’Appello.
I magistrati hanno stabilito che Louis dovrà recarsi almeno una volta all’anno, da qui al 2022, in un campo di sterminio nazista, senza evitare Auschwitz, Treblinka, Dachau e Majdanek. Inoltre, per rendere la sua visita un fatto pubblico e testimoniale, egli dovrà scrivere su Facebook un resoconto di almeno cinquanta righe al ritorno da ogni viaggio, che contenga le sue reazioni ed emozioni, per poi inoltrarlo anche ai togati.
Interessante esperimento, che ha il pregio di essere immediatamente effettivo. Anche il condannato si è dichiarato soddisfatto, ma non è da escludere che nelle sue parole ci fosse soprattutto il sospiro di sollievo per avere evitato una condanna in carcere e il gusto della provocazione. In ogni caso, non si può fare a meno di notare quanto tale misura appaia più efficace, creativa e attuale dell’alternativa meramente giudiziaria (dibattimento in aula e detenzione in carcere in caso di condanna). Soprattutto se si guarda alle giovani generazioni, che alla Memoria della Shoah vanno educate. Staremo a vedere.

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JW3

Da Moked.it – 19 settembre 2017

Ci presentiamo tutti profumati e incravattati, ci hanno invitati a cena nel centro comunitario della comunità ebraica di Londra e non vogliamo farci trovare impreparati. Con la delegazione del World Jewish Congress procediamo in pullman fino a Finchley road, una strada molto trafficata, sopravvivendo al traffico impazzito come di consueto. Quando finalmente arriviamo, belli eleganti, eccoci di fronte a uno spettacolo insolito. Niente muri, reti metalliche, guardiole per la sicurezza. C’è un cortile – a cui si accede se ammessi da una guardia – e poi una grande parete vetrata, attraverso cui si scorge ciò che accade all’interno.
Sembra una quinta teatrale: corsi di aerobica e di Krav Maga, c’è chi prende l’aperitivo e chi siede al ristorante, corsi di lingua e di storia dell’arte. Giovani e anziani, nerovestiti e in ciabatte. Questa trasparenza sorprende il nostro immaginario, quello che ci aspettiamo dalla sede di un’organizzazione ebraica.
Incontriamo Raymond Simonson, Direttore del Centro e tra i fondatori di Limmud. Ci racconta la sua visione e ci descrive le polemiche che accompagnarono ideazione, progetto e costruzione dell’edificio. “Volevamo un luogo aperto anche alla cittadinanza: abbiamo scelto una delle strade più trafficate d’Inghilterra, rifiutando il principio per cui è pericoloso farci conoscere. Nel corso dell’estate abbiamo allestito il cortile sul modello della spiaggia di Tel Aviv, sono intervenuti anche i musulmani del quartiere. E poi abbiamo deciso di pensare il centro come il luogo di tutti gli ebrei: indipendentemente dalla loro appartenenza ortodossa, conservative o riformata, ognuno può venire e seguire l’attività che più lo interessa o frequentare lo spazio che più gli piace”. Si chiama JW3 (Jewish Community Center London), dal codice postale della zona. Se passate per Londra, fateci un salto.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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