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Da Moked.it - 29 novembre 2011
Un paese è ingiusto se impedisce a chi nasce sul suo territorio di essere un cittadino. È il caso dell’Italia, che fonda la sua legislazione sullo ius sanguinis e non sullo ius soli: privilegia cioè i discendenti degli emigranti rispetto agli immigrati. Col risultato assurdo che i miei cugini israeliani, i cui nonni già sono nati in Israele, hanno il passaporto italiano, mentre chi lavora e paga le tasse come noi non può neanche scegliere il proprio sindaco. Per ovviare a questa contraddizione inaccettabile la Cgil sta promuovendo una campagna in grande stile dal titolo «L’Italia sono anch’io», con l’ambizione di sostenere due leggi di iniziativa popolare per il riconoscimento dello ius soli e per la concessione del voto amministrativo agli stranieri. Questo sforzo di sensibilizzazione è stato recentemente sottolineato e apprezzato anche dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La mia idea è che su questo tema si debba essere realisti e disposti alla mediazione. La legge attuale è sbagliata, farraginosa e arbitraria, visto che la cittadinanza, anche in presenza dei requisiti richiesti, è comunque concessa discrezionalmente dal Ministro. Siccome però quando si parla di immigrazione si toccano paure profonde, proviamo a formulare, o a recepire (negli anni si sono succedute varie proposte), un compromesso onorevole. Chi nasce qui deve essere cittadino se i genitori sono residenti da vari anni (cinque?) e comunque se ha compiuto il ciclo di studi; la cittadinanza, in assenza di ostacoli espliciti, deve essere automatica dopo cinque anni di residenza in presenza di un reddito sufficiente e di una formazione minima necessaria (linguistica e civica); gli immigrati residenti devono accedere all’elettorato attivo amministrativo. Il governo Monti vuole rimettere in moto l’Italia. La questione della cittadinanza, una questione di elementare giustizia, va affrontata con urgenza.
Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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Non credo, però, che l’ottanta per cento del resto del mondo possa, per questo, definirsi ingiusto. Anche qui, peraltro, le ragioni che vedono prevalere lo jus sanguinis sullo jus soli affondano le radici su questioni storiche e sociali. Nel caso dei Paesi del vecchio continente si tratta di intere Nazioni che hanno conosciuto il fenomeno dell’emigrazione per decenni e che, di contro, quando hanno iniziato ad essere essi stessi meta dei flussi migratori, non hanno ritenuto di dover modificare la legislazione vigente.
Se l’Italia, quindi, scegliesse di introdurre tout court lo jus soli nel proprio ordinamento, sarebbe il primo Paese dell’Unione europea ad invertire la tendenza.
A mio parere molte delle opinioni che ho letto in questi giorni dopo le dichiarazioni del Presidente Napolitano partono da un assunto errato e latentemente razzista: il cittadino straniero vivrebbe in una condizione di minorità riscattabile solo attraverso l’ottenimento della cittadinanza italiana, nobile e superiore concessione del Paese ospitante In realtà esistono tantissimi cittadini stranieri regolarmente presenti sul nostro territorio che, pur sentendosi perfettamente integrati, non hanno interesse ad acquisire la cittadinanza italiana. Spesso, peraltro, non tutti gli Stati riconoscono la facoltà della c.d. cittadinanza multipla e, quindi, un cittadino straniero che volesse acquisire la cittadinanza italiana si troverebbe automaticamente a dover rinunciare alla propria.
Tutti i Paesi europei tradizionalmente interessati come e più dell’Italia dai flussi migratori non conoscono automatismi assoluti per la concessione della cittadinanza. Esistono elementi di valutazione discrezionale che, sostanzialmente, riguardano il grado di integrazione sociale, il livello di conoscenza della lingua e dei principi costituzionali e, non da ultimo, l’assenza di precedenti penali. L’Italia si inserisce in questo contesto, non discostandosi da quanto accade altrove anche se, bisogna riconoscerlo, nel complesso il nostro meccanismo di acquisizione della cittadinanza appare più rigido.
Va osservato, peraltro, che il riconoscimento della cittadinanza aprirebbe la strada alla regolarizzazione di svariate migliaia di cittadini stranieri in posizione irregolare, se non clandestini, aldilà del loro inserimento nel tessuto sociale, aldilà del loro grado di integrazione e, soprattutto, a prescindere dalla loro condotta penale. E’ un argomento, questo, che in un Paese come il nostro è oggetto di facile strumentalizzazione politica, ma cionondimeno, è un tema dal quale non si può realisticamente prescindere se si vuol trattare con serietà ed onestà la questione della cittadinanza.
Personalmente ritengo che un bambino nato in Italia da genitori stranieri regolarmente presenti da anni e perfettamente integrati nel tessuto sociale abbia il diritto di poter diventare cittadino italiano ben prima del compimento della maggiore età. Iniziamo a convivere nel nostro Paese con le seconde generazioni di immigrati (in alcune realtà siamo già alle terze) e basta girarsi intorno o farsi un giro davanti alle scuole per capire che la nostra società è rapidamente cambiata da questo punto di vista. Pensare che un adolescente, nato da genitori stranieri, che frequenta una scuola superiore e parla il dialetto della città dove ha sempre vissuto non è cittadino italiano perché non ancora maggiorenne, risulta alquanto strano.
Aldilà, dunque, di requisiti imprescindibili che, a mio avviso, dovrebbero sempre essere verificati prima di permettere l’ottenimento della cittadinanza (assenza di precedenti penali, conoscenza della lingua, innanzitutto), credo che un giusto compromesso tra esigenze contrapposte sia quello di permettere a chi ha ottenuto la carta di soggiorno di poter richiedere la cittadinanza italiana. Se consideriamo che, ad oggi, un cittadino straniero che è regolarmente presente in Italia, lavora e non ha avuto problemi con la giustizia, ha diritto di ottenere la carta di soggiorno dopo 5 anni, il calcolo è presto fatto.
Un’ultima considerazione sulla concessione del voto amministrativo. Non ritengo che per eleggere, ad esempio, un sindaco di un nostro comune sia necessario essere cittadini italiani. Chi vive in una comunità dovrebbe aver diritto, da subito, di partecipare alla vita di quella comunità, a partire dalla scelta del cittadino che lo rappresenta a livello locale.
Non riconoscere questo diritto mi sembra un grave errore.