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Solitudine - 9 settembre 2011 |
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Dal mio blog "Itabolario" su Linkiesta.it
Anche quest’estate, come ogni estate, abbiamo ascoltato al telegiornale la solitudine degli anziani nelle nostre città. Una condizione terribile, in realtà protratta per l’intero anno, resa meno sopportabile dal caldo e dalle ferie diffuse. A pensarci bene, però, la solitudine è un problema endemico della nostra epoca: la scomparsa della famiglia allargata, la società dei consumi e le tecnologie ci hanno reso sempre più autonomi, bisognosi di spazio e, in definitiva, più soli. Non voglio dire che «si stava meglio quando si stava peggio», ma è certo che un mucchio di persone passano gran parte della loro vita in solitudine. La vecchiaia acuisce certamente questo problema, anche perché l’assistenza è stata in massima parte devoluta alle cosiddette badanti. Un anziano/a, cioè una persona la cui socialità andrebbe stimolata, viene sostanzialmente rinchiuso dentro casa insieme a un’altra persona, generalmente straniera, che lo aiuta. Per non parlare della solitudine della stessa badante. Secondo me tutto è insensato e paradossale: a causa della pessima reputazione, spesso meritata, di cui godono case di riposo e centri anziani, il sistema tende ad aumentare la solitudine con il progredire del reddito, in un sistema perverso in cui il privilegio consiste nello stare sempre più soli. Tra i tanti segmenti del welfare che andrebbero ripensati c’è certamente la terza età. Perché non provare a immaginare un’idea nuova e rivoluzionaria delle case di riposo? Luoghi aperti e accoglienti, magari con scuole e centri sportivi per favorire l’incontro tra anziani e giovani, dotati di ristoranti e spazi dove accogliere i parenti? Naturalmente è solo un’idea – e anzi i pochi interessati con cui ne ho parlato si sono detti decisamente contrari -, magari sbagliata, ma non ditemi che far di tutto per segregarsi in casa sia una soluzione tanto logica. |
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Pisapia e il Ramadan - 1 settembre 2011 |
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Da “l’Unità” 18 agosto 2011 MILANO, IL RAMADAN E IL CORAGGIO DELL’INCLUSIONE di Tobia Zevi Il leghista Matteo Salvini ha dichiarato testualmente: «Va bene tutto, ma qui tra Rom, centri sociali e islamici sta saltando tutto per aria». A scatenare questo grido di allarme la notizia che la Giunta comunale parteciperà alle celebrazioni del Ramadan. Salvini appare sconsolato, memore della reazione dei milanesi alla campagna minatoria e indecente del centro-destra su moschee e campi rom. Ma l’esponente leghista non è l’unico a criticare l’iniziativa del sindaco: da destra e persino da sinistra si levano voci che predicano una maggiore cautela, un profilo più basso nelle scelte amministrative che riguardano l’Islam. Facciamo un po’ di chiarezza. Ritengo che Giuliano Pisapia stia bene operando per tre ordini di motivi: innanzitutto per una questione di banale civiltà e buon senso. I musulmani, come tutti, hanno il diritto di professare la loro fede in modo dignitoso e sicuro. Ciò significa che occorre regolamentare le moschee come qualunque altro luogo pubblico, per garantirne l’igiene, la sicurezza e l’agibilità. Negli anni passati abbiamo letto su questo argomento proposte strampalate e incivili: la più becera è stata forse l’ipotesi del referendum di quartiere, che fingeva di ignorare come una siffatta consultazione non solo boccerebbe plebiscitariamente la moschea, ma anche parcheggi, centri sportivi, musei. In secondo luogo mi pare che il percorso tracciato dal sindaco di Milano sia decisamente cauto e realistico. Dopo essersi consultato con i leader musulmani e con le comunità locali Pisapia ha cambiato idea, abbandonando l’obiettivo elettorale di una grande moschea cittadina, per favorire invece la ristrutturazione e la creazione di centri più piccoli, recuperando così parte del progetto di Letizia Moratti. Quando si predica il riformismo, non è di questo che stiamo parlando? Del coraggio di confrontarsi, di deviare, di cambiare idea, di tornare indietro per individuare la soluzione migliore nel contesto dato? Non è questo il compito di un amministratore che mira a un traguardo ambizioso? Infine, sempre per essere chiari. Nessuno ignora o dimentica che esiste un problema di sicurezza connesso a questo tema. Anni fa Giuliano Amato istituì un comitato dell’Islam italiano: ne facevano parte molte organizzazioni islamiche allo scopo di coinvolgere i musulmani italiani in un meccanismo di diritti e doveri (sulle prediche, sul rispetto della donna, sulla legalità). Bisogna affrontare il problema con saggezza e prudenza, ma non si può fare finta di niente e accantonare l’intera questione come accaduto negli ultimi anni. Con una crisi sempre più prepotente e in una società così precaria è pericoloso se le persone si sentono escluse, e Londra non è poi così lontana... |
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Come essere pacifisti oggi? - 4 agosto 2011 |
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Da “l’Unità” 3 agosto 2011 IL NOSTRO PACIFISMO E LA SCIVOLOSA CHINA DELLE RIVOLTE ARABE di Tobia Zevi I carri armati e i cannoni di Bashar el-Assad massacrano in queste ore centinaia di civili in Siria. Piazza Tahrir, luogo simbolo della «primavera» del Cairo, si sveglia dal sogno e si scopre preda dei militanti islamisti, mentre le donne egiziane temono che i loro diritti vengano stralciati dalla futura Costituzione. In Libia proseguono i raid della Nato, ma nessuno azzarda più previsioni in una guerra di logoramento a bassa intensità. Notizie da altri focolai come Yemen, Bahrein, Territori palestinesi, non pervenute. Qualche buona notizia giunge solo da Tunisia e Marocco. Di fronte a un panorama del genere si è tentati dallo scoramento. Dopo aver osservato con partecipazione e speranza le piazze arabe che si ribellavano ai tiranni reclamando diritti politici e garanzie sociali, abbiamo l’impressione che il processo rivoluzionario si sia arrestato per cristallizzarsi in uno statu quo dai tratti poco più incoraggianti del precedente. Se questo fosse il quadro nel futuro prossimo – non è il nostro auspicio! – sarebbe opportuno ragionare su due aspetti. In primo luogo l’Occidente sta mostrando per la seconda volta in pochi mesi una notevole incapacità di lettura di ciò che accade sulle altre sponde mediterranee. Se in pochi avevano previsto la caduta dei rais e la rabbia sociale, quasi tutti hanno elogiato con trasporto le magnifiche sorti e progressive conquistate dai giovani arabi in punta di smartphone. Scoprendo poi, forse, di esserci nuovamente sbagliati: per un’Europa che vorrebbe essere protagonista in questo scacchiere, un susseguirsi di miopia e semplificazione difficilmente tollerabili. Ma c’è un altro aspetto che vale la pena sottolineare. Un tema che interessa specificamente la sinistra o, se vogliamo essere più vaghi, quell’insieme di realtà che negli anni hanno partecipato al movimento per la pace. Che cosa significa essere pacifisti oggi? Non c’è su questo punto un deficit di elaborazione? Se il concetto di «intervento umanitario» o quello di «polizia internazionale» sono sdoganati nel dibattito pubblico dal 1999, di fronte all’intervento in Libia il fronte pacifista si è rivelato incerto, incapace di assumere una posizione chiara come ai tempi dell’Iraq. La comunità internazionale non osa neppure immaginare un intervento in Siria, temendo la sconfitta militare e la deflagrazione dell’equilibrio regionale. Ma noi, che cosa diciamo di fronte a queste centinaia di morti, molti dei quali giovanissimi? Quale alternativa credibile all’uso della forza, se in assenza di questa diritti e vite umane vengono calpestati dal tacco del tiranno? Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della Marcia Perugia-Assisi. Riflettere su queste questioni, con coraggio e sincerità, sarebbe un bel modo per celebrarlo.
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Omofobia - 27 luglio 2011 |
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Dal mio blog "Itabolario" su Linkiesta.it
Al di là di tutto, a me sembra paradossale un fatto. Afferma Fabrizio Cicchitto: «I gay sono cittadini come gli altri». Dunque per proteggerli – questo l’assunto di fondo – non c’è bisogno di una legge apposita. Il parlamento, che com’è noto non è particolarmente produttivo quanto a leggi elaborate, reputa in altre parole inutile, pleonastico, ripetitivo sancire l’aggravante dell’omofobia. Una fattispecie, per capirsi, che già esiste in quasi tutti i paesi occidentali. Benissimo. Certo, una disparità però c’è: lo stesso parlamento così attento a non promulgare leggi superflue, anche se espressioni di un valore condiviso (a parole?), solo due settimane fa ha ritenuto di doversi esprimere in maniera liberticida e persino autoritaria, stabilendo che le volontà espresse da una persona sul proprio fine-vita possono essere sovvertite e ribaltate da un medico. Non solo. Altre amenità come il divieto esplicito di nominare il proprio partner fiduciario nelle Dichiarazioni anticipate di volontà (testamento biologico). Una legge che veniva evidentemente reputata indispensabile. Ma per chi? Per i cittadini o per una maggioranza ultra-traballante? |
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Bersani, la sinistra e Israele |
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Da “Corriere della Sera” 15 luglio 2011 BERSANI CHIAMA IN CAUSA L’EUROPA COSI’ LA SINISTRA RIVEDE IL MEDIORIENTE di Tobia Zevi
Il recente viaggio di Pierluigi Bersani mostra un’evoluzione profonda della sinistra italiana nei riguardi della questione mediorientale. Si tratta di un tema assai evocativo per la base, storicamente più sensibile alle ragioni dei palestinesi, sebbene nel corso degli anni leader come Piero Fassino, Walter Veltroni e Nicola Zingaretti abbiano espresso posizioni equilibrate. Il primo elemento di novità è che il conflitto israelo-palestinese, drammatico e urgente, non è più sufficiente a spiegare le tensioni mediorientali e mediterranee; le «primavere» degli ultimi mesi descrivono scenari diversi, problematici e al tempo stesso positivi, in cui le giovani generazioni mirano a ottenere diritti e libertà. I regimi provano a resistere al cambiamento in maniera brutale, primi fra tutti Iran e Siria, e tutto ciò non riguarda né gli israeliani né i palestinesi. Bersani ha ribadito la necessità di ritornare ai negoziati. Nel riconoscere legittima l’aspirazione palestinese a uno stato indipendente, il segretario Pd ha sottolineato la necessità che Israele possa vivere in pace e sicurezza (ricevendo rassicurazioni sulla composizione del governo da parte di Abu Mazen). Senza affrontare i termini di un possibile accordo, occorre chiarire che anche gli israeliani hanno fretta: sanno bene che nel giro di pochi anni gli ebrei rischiano di non essere più la maggioranza della popolazione, negando in questo modo l’essenza stessa del sionismo. Come afferma Sergio Della Pergola, uno dei più grandi demografi al mondo, in futuro Israele non potrà essere contemporaneamente ebraica, grande e democratica. Dovrà rinunciare a uno tra questi aggettivi, auspicabilmente il secondo. Infine, in un’epoca di egoismi, divisioni e scarsa propensione alla visione futura, Bersani ha rimesso al centro l’Europa, che spesso in questi anni si è più volentieri schierata tout court con i palestinesi, rinunciando a esercitare una funzione di supporto e mediazione tra le parti. Non è certo un lavoro semplice, ma chi se non l’Europa ha da guadagnare da un Mediterraneo pacificato?
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