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Lingua italiana - 7 gennaio |
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Da “l’Unità” 5 gennaio 2010 L’ITALIANO DA FARSI. LA POLITICA SI INTERESSA ALLA LINGUA di Tobia Zevi
Girando per gli stradoni di Buenos Aires, in dicembre, sono rimasto positivamente colpito dalla campagna pubblicitaria della Società Dante Aligheri, che invitava gli argentini ad apprendere l’italiano. Un’iniziativa destinata ad un certo successo, visto che un’indagine recente ha confermato la nostra lingua al quinto posto tra quelle più studiate (dopo inglese, spagnolo, francese e tedesco) e in crescita. Pochi giorni fa, poi, alla Camera è stata presentata una bozza di legge per l’istituzione di un Consiglio superiore della lingua italiana (CSLI). Non si tratta della prima iniziativa di questo genere e la proposta è stata appoggiata da tutti i gruppi parlamentari ad eccezione della Lega. Di questo organismo, un po’ pletorico, farebbero parte i Ministri dei Beni Culturali, dell’Istruzione, degli Esteri, dello Sviluppo economico, della Pubblica amministrazione, un esponente della Conferenza Stato-Regioni ed un coordinatore tecnico-scientifico. Ad individuare invece misure concrete da adottare sarebbero un gruppo di docenti universitari uniti ai rappresentanti delle istituzioni che si interessano alla lingua italiana: la Dante Aligheri, la Crusca, gli Istituti italiani di Cultura, rappresentanti del mondo della scuola. Questa volta l’idea ha sollevato meno proteste che in passato, quando, soprattutto a sinistra, la sola ipotesi aveva scatenato il timore di un dirigismo linguistico di ventenniana memoria. Luca Serianni, uno dei maggiori studiosi di lingua e grammatica italiana, si è immediatamente espresso a favore del Consiglio, purché questo si ponga obiettivi circoscritti e misurabili, volti a sviluppare una maggiore conoscenza dell’italiano nella scuola (anche tra i docenti), all’estero e nella popolazione immigrata in aumento. Rispetto ad un’analoga proposta del 2005 è stata giustamente accantonata l’idea di una Grammatica ufficiale, mentre è rimasta l’ambizione alla semplificazione del linguaggio burocratico: un intento apprezzato dai cittadini e poco praticato dai parlamentari che continuano scrivere testi di legge del tutto incomprensibili. La Costituzione non tutela, a differenza di altri paesi europei, l’italiano. Dopo l’Unità una percentuale bassissima di cittadini (17%) era in grado di esprimersi in lingua, ed anche per questo Massimo D’Azeglio affermò: «Fatta l’Italia, dobbiamo fare gli italiani». Gli esperti, infatti, sostengono che la lingua sia un fattore decisivo non solo nei processi formativi in generale, ma soprattutto nell’elaborazione dell’identità. In un’epoca come la nostra, in cui i fenomeni migratori assumono proporzioni incredibili (12% di stranieri tra i nati vivi dell’ultimo anno secondo l’ISTAT), questo tema non può essere trascurato: lasciamo stare, per un momento, i riti celtici, i dialetti nelle scuole e le classi separate, e ragioniamo seriamente su come favorire processi d’integrazione a partire anche dall’idioma nazionale. É evidente che il CSLI dovrà servire da coordinamento ed essere dotato di risorse adeguate. Il suo successo dipenderà dalla capacità di interagire con le principali agenzie culturali della società, innanzitutto la scuola e la televisione. Per adesso, un segnale importante è arrivato: la politica si interessa alla lingua italiana e lo fa senza accenti propagandistici. Il che non è poco. I prossimi mesi ci diranno se lo saprà fare anche in concreto.
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Per prima cosa buon anno a tutti. Speriamo che quest'anno ci porti qualche soddisfazione ed anche qualche minuto in più per aggiornare il blog. Ci sarebbero moltissime cose di cui parlare, ma vorrei iniziare con le Regionali, ed in particolare con la situazione del centrosinistra. Ad oggi, dopo giorni di trattative estenuanti e di risse più o meno dichiarate, rimangono aperte tutte le questioni che c'erano all'inizio, in particolare il quadro delle alleanze in alcune regioni ed il nome di molti dei candidati. In primo luogo in Puglia e Lazio appare siamo completamente ignari di come sarà la campagna elettorale, per quale candidato e con quali partiti a sostegno. La cosa ancora più grave, anche peggiore del ritardo su Renata Polverini nel Lazio, che ha già iniziato ad andare in giro e che sembra molto forte, è lo spettacolo offerto da chi dovrebbe decidere: non si capisce se la responsabilità spetti alla dirigenza nazionale o a quella locale, e quanto quest'ultima sia autonoma realmente. Nel centrosinistra pare che l'unico obiettivo sia quello di allargare l'alleanza all'UDC, che di per sé può anche essere un obiettivo giusto, a patto però che questa questione non faccia passare in secondo piano tutto il resto, come invece accade. Soprattutto perché stiamo parlando di due Regioni governate attualmente dal centrosinistra. In un caso, quello del Lazio, il probabile candidato è stato travolto da uno scandalo personale, e dunque è comprensibile un po' di affanno nella gestione di una situazione che sarebbe dovuta essere più semplice; in Puglia, però, si dovrebbe cercare di difendere un'esperienza di governo che, seppure con molte ombre, ha avuto punte di eccellenza ed ha fatto di quel territorio un centro di eccellenza da alcuni punti di vista (penso per esempio al tema dell'energia). E invece, nell'inseguimento a Casini, l'unico obiettivo è fare fuori Vendola, il quale dal canto suo si ritiene, come tutti, insostituibile (pensare a cosa accade nel centrodestra, con Galan che ritiene oltraggioso il fatto di non poter essere più presidente dopo quindici anni!). Tutti si pensano decisivi, e l'unico elemento che non entra mai nella valutazione, per esempio nel caso di Emiliano, è l'impegno preso con gli elettori. Anzi, per il sindaco di Bari la condizione per candidarsi è che venga abrogata una legge che lo obbligherebbe a dimettersi da sindaco prima di candidarsi alla Regione (e che Vendola, e parte del PD, non vogliono abrogare). Abrogarla, dice ilvece il sindaco, e farlo prima delle eventuali primarie, tanto per essere sicuro. Nel Lazio circolano tanti nomi, per poi tornare sempre su quello di Zingaretti, che ha un altro lavoro e a detta di tutti lo sta facendo bene, perché in quindici anni di governo della città sembra (e lo si è visto anche nelle elezioni del 2008) che il centrosinistra non sia riuscito ad allavare uno straccio di classe dirigente in grando di prendere il posto della vecchia generazione. Insomma, un quadro veramente sconsolante, ed a questo punto è difficile anche fare esortazioni, se non forse quella ad accelerare i tempi, per ridurre almeno l'agonia delle ultime settimane e lo squallido teatrino a cui hanno assistito cittadini ed elettori. Facciamo in fretta, con o senza primarie. Cerchiamo di vincere, ma se non riusciamo ad attrezzarci per farlo, almeno tentiamo con perdere con dignità, cosa che ad oggi mi pare anch'essa complicata. E cominciamo a pensare che l'UDC è sì importante, ma che non ci si può candidare alle elezioni avendo come unico obiettivo quello di imbarcare altri, che peraltro sono ben felici di tirare la corda finché possono. Presentiamoci per quello che vogliamo fare e per quanto abbiamo fatto, con le facce che abbiamo, e cominciamo da subito a fare questa campagna elettorale tutta in salita.
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Immigrazione - 16 novembre |
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Da "Corriere della Sera" 10 novembre 2009 DIRITTI E BISOGNI DEI NUOVI CITTADINI di Saul Meghnagi e Tobia Zevi - Associazione di cultura ebraica Hans Jonas «Rispettate lo straniero, perché foste stranieri…». Così recita un importante insegnamento della tradizione ebraica. È per questa ragione che oggi ci pare opportuno recuperare il messaggio del filosofo tedesco Hans Jonas: la responsabilità sul futuro delle giovani generazioni è centrale in un paese che, nell’arco di pochi anni, vedrà modificata la sua identità sociale e culturale. La trasformazione socio-demografica in atto in Italia non ha precedenti. Al 31 dicembre 2008 (ISTAT, Bilancio demografico nazionale 2008) la popolazione italiana presenta un incremento di 425.778 unità (0,7%). Questa crescita è dovuta quasi esclusivamente alle migrazioni dall’estero, e gli stranieri sono circa 6,5 ogni 100 individui residenti. I bambini figli di immigrati sono il 12,7% di tutti i nati vivi, rispetto al 1,7% del 1995. I dati indicano con chiarezza l’inevitabile contrapposizione tra due bisogni diversi: la «salvaguardia dei diritti» dei cittadini a fronte di una società in evoluzione, e la «tutela dei diritti» dell’immigrato, del rifugiato, dello straniero. Scaturiscono, così, alcuni quesiti sui fondamenti della convivenza civile: quali devono essere le «regole» democratiche valide sia per gli indigeni sia per gli stranieri? Come definire un’identità nazionale necessariamente differenziata? Come evitare che la paura comprensibile venga tradotta in un’ostilità verso il diverso? I processi di individualizzazione dell’attuale fase storica non agevolano processi di accettazione e accoglienza. La precarizzazione del lavoro, che dà vita a una stratificazione sociale marcata, complica la situazione, mentre fenomeni di delinquenza e corruzione contribuiscono alla crescita di un clima di sfiducia. La paura della perdita del benessere faticosamente conquistato testimonia il rischio dell’esclusione sociale e la concomitanza tra l’aumento della disoccupazione e quello dell’immigrazione è una possibile scintilla di conflitti interetnici, in un paese di emigranti che è rapidamente diventato paese di immigrati. Tutto ciò impone una definizione rigorosa della nozione di «cittadinanza» e un ragionamento sull’estensione dei diritti da attribuire anche ai non cittadini. E inoltre richiede interventi sul sistema educativo; nuove declinazioni dei principi di solidarietà verso i più deboli di qualunque provenienza o condizione; risposte ai problemi, sempre più urgenti, di natura etica. Nella storia occidentale, la genesi faticosa degli Stati nazionali ha posto le premesse del governo democratico della società civile. In questo processo è stata fondamentale l'ampia condivisione, malgrado le diversità, della dignità dell'individuo come valore fondamentale. Ciò non è sempre avvenuto e la costruzione delle nazioni moderne ha potuto prendere, nel corso del Novecento, anche la strada del totalitarismo. Il rischio è nuovamente presente, in forme naturalmente diverse dal passato. Esso può essere limitato da tutte quelle forme di aggregazione e organizzazione – e da come queste verranno garantite - rappresentate da partiti, sindacati, associazioni di base. E perché sia scongiurato occorre studiare il tema dell’inclusione nella cittadinanza e affrontare democraticamente il problema delle culture diverse. La laicità dello Stato assume, dunque, una nuova pregnanza di fronte alla pluralità di fedi e sensibilità religiose o atee, e diventa un termometro di uguaglianza: i cittadini devono confrontarsi con usi e abitudini diverse, mentre il diritto deve misurarsi con una molteplicità di esigenze e compatibilità, nell’immediato e a lungo termine. La vicenda storica della piccola minoranza ebraica italiana può contribuire al dibattito pubblico su questi temi, mostrando come – anche dopo un percorso denso di discriminazioni - le diversità possano essere elemento di ricchezza e non fonte di esclusioni e conflitti.
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Ha vinto Bersani - 26 ottobre |
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A conclusione un lunghissimo congresso, diviso tra congresso e primarie, e poi ancora tra iscritti e elettori, e tra nazionale e regionale, finalmente cominciamo a farci un'idea di quanto accaduto. Pier Luigi Bersani ottiene una vittoria convincente sia tra gli iscritti che avevano votato (circa 450mila, un'enormità!) sia tra gli elettori che ieri gli hanno riconfermato la fiducia. A lui si chiede soprattutto di riorganizzare il partito, di proporre un'alternativa di governo a Berlusconi (del resto nella sua vittoria ha certamente pesato favorevolmente la sua esperienza di ministro), di costruire alleanze solide con le altre forze politiche di opposizione, da Sinistra e Libertà all'UDC. Una ripartenza che in molti aspetti mira a ricostruire ciò che era stato abbandonato, prima ancora che a costruire il futuro. Una scelta probabilmente di buon senso - personalmente ho votato Bersani - e che andrà giudicata nei prossimi mesi. Rimangono moltissimi problemi, ma è indubbio che la dimostrazione di partecipazioone testimoniata dai congressi dei circoli e dalle primarie di ieri non può essere ignorata, e ci parla dell'entusiasmo di una parte importante del paese che non può essere ritenuto scontato. Tutt'altro. Che per certi versi può apparire miracoloso. Il momento è davverpo difficile: l'ultima avventura negativa, quella di Marrazzo (devo dire che trovo l'aspetto umano, devastante, ancora più angoscioso di quello politico), ci consegna delle enormi difficoltà a pochi mesi dalle elezioni regionali. Vedremo cosa riusciremo a fare. Per adesso, in bocca al lupo a tutti noi!
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Sinagoga e moschea a Ostia - 22 settembre |
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Da www.italiarazzismo.it: La sinagoga, la moschea, i cittadini di Tobia Zevi La settimana scorsa la Comunità ebraica di Roma, insieme ai dirigenti del XIII Municipio (Ostia), ha inaugurato i locali dove sorgerà la nuova sinagoga per gli ebrei che vivono in quest’area. Un quartiere popolare, in continua espansione urbanistica, situato in un’area molto ampia fra l’EUR e il mare.Dove risiedono, appunto, circa 500 ebrei romani, che costituirebbero virtualmente la quinta comunità ebraica più popolosa d’Italia. Ostia è però soprattutto un simbolo: da qui transitarono oltre 2000 anni fa i primi immigrati a Roma dalla Palestina, come testimonia ancora oggi la splendida sinagoga all’interno degli schiavi di Ostia antica. E fin qui dunque belle notizie, grazie all’interessamento bipartisan degli amministratori locali di centro-sinistra (prima) e di centro-destra (poi). C’è però un altro elemento significativo. A molti è sembrato naturale accostare la nuova struttura alla recente moschea di Ostia, inaugurata ad inizio 2008 ed accolta invece da un mare di polemiche. Le due comunità, che siamo abituati a considerare inevitabilmente nemiche, hanno vissuto quasi contemporaneamente un’esperienza analoga. La moschea, installata nel complesso polifunzionale della Vittorio Emanuele, serve una Comunità di svariate migliaia di persone. L’imam e gran parte dei responsabili della congregazione sono egiziani, perfettamente integrati e molti dei quali sposati con donne italiane. Dopo una lunga battaglia il Comune ha concesso loro lo spazio nello stabile, e da allora non si sono verificati gli incidenti paventati dall’allora opposizione capitolina di centro-destra (e anche di estrema destra). Vedremo se andando avanti le due Comunità saranno veramente in grado di sviluppare attività comuni e strategie solidali come dichiarato durante la cerimonia. Intanto vanno rilevati i motivi di soddisfazione: una minoranza storica di questo paese si pone come ponte per favorire il percorso di integrazione di una minoranza più recente, individuando temi di cui occuparsi potenzialmente insieme (macellazione rituale, scuole parificate, intese); tutto ciò accade in una zona per molti aspetti complessa, certamente non benestante e in cui non mancano motivi di attrito con gli immigrati; l’Amministrazione – con alcune eccezioni – si mostra capace di favorire queste sinergie e di sviluppare politiche serie che, senza indulgere sul tema della sicurezza, affrontano i problemi delle comunità del territorio e li risolvono prima che le tensioni si incancreniscano (vedere le infinite querelle al nord sulle moschee). Con una differenza importante tra destra e sinistra, su cui secondo me sarebbe interessante riflettere. Nel progetto originario, previsto dalla giunta di centro-sinistra, moschea e sinagoga dovevano essere entrambe all’interno della Vittorio Emanuele. Una scelta coraggiosa ed accettata da entrambe le comunità. Una volta insediatasi, invece, la destra ha preferito individuare un altro sito per la sinagoga, fermo restando che ha mantenuto gli impegni della passata amministrazione. Quando si parla di integrazione, conviene forse andarci piano, visto che la Vittorio Emanuele è un edificio multifunzionale che ha già tanti problemi? E ancora: nei rapporti tra gruppi diversi, conviene forse procedere per gradi? Sono interrogativi importati, la cui risposta è tutt’altro che scontata.
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