|
Blog
|
|
La lingua del potere - 9 giugno 2011 |
|
|
|
Da “l’Unità” 9 giugno 2011 LA LINGUA DEL POTERE: COSÌ I NAZISTI ASSERVIRONO I CITTADINI di Tobia Zevi Esce oggi in libreria l’edizione aggiornata di LTI – La lingua del terzo Reich di Victor Klemperer (Giuntina, pp. 418, euro 20), arricchita di nuove note. Un libro straordinario e relativamente sconosciuto. L’autore fu uno studioso ebreo di letteratura francese, professore al Politecnico di Dresda, sopravvissuto alla Shoah grazie alla moglie «ariana» e alle bombe anglo-americane che distrussero la città, consentendo ai pochissimi ebrei ancora vivi di confondersi nella moltitudine di sfollati. Il volume raccoglie annotazioni sulla lingua del regime compilate nei dodici anni di nazismo: l’acronimo, criptico per la Gestapo, sta per lingua tertii imperii; la scelta di dedicarsi a questo studio mentre agli ebrei era vietato persino possedere dei libri si rivelò un sostegno psicologico per Klemperer, perseguitato per la sua religione e costretto a risiedere in varie «case per ebrei». La lingua tedesca, secondo il filologo, fu prostituita strumentalmente dai nazisti per trasformare i cittadini in ingranaggi di un organismo potente e criminale. L’obiettivo di questa operazione era ridurre lo spazio del pensiero e della coscienza e rendere i tedesci seguaci entusiasti e inconsapevoli del Führer. Così si spiega l’abuso, la maledizione del superlativo: ogni gesto compiuto dalla Germania è «storico», «unico», «totale». Le cifre fornite dai bollettini di guerra sono incommensurabili e false – contrariamente all’esattezza tipica della comunicazione militare – e impediscono il formarsi di un’opinione personale. Termini del lessico meccanico vengono impiantati massicciamente nel tessuto linguistico per favorire l’identificazione di ognuno nel popolo, nel partito, nel Reich; da una parte c’è la razza nordica, dall’altra il nemico, generalmente l’Ebreo, significativamente al singolare. Joseph Goebbels arriva ad affermare: «In un tempo non troppo lontano funzioneremo nuovamente a pieno regime in tutta una serie di settori». Il terreno è stato arato accuratamente. Il sistema educativo, che ha nella retorica di Adolf Hitler il suo culmine, viene messo a punto da Goebbels, il «dottore», e da Alfred Rosenberg, l’«ideologo»: l’addestramento sportivo e militare sono preferiti a quello intellettuale, ritenuto disprezzabile. La «filosofia» è negletta come il vocabolo «sistema», che descrive una concatenazione logica del pensiero; amatissime sono invece l’«organizzazione» (persino quella dei felini tedeschi, da cui i gatti ebrei verranno regolarmente espulsi!) e la Weltanschauung, testimonianza di un’ambizione alla conoscenza impressionistica basata sul Blut und Boden. Decisivo a questo proposito è l’impiego frequentissimo di «fanatismo» e «fanatico» come concetti positivi. L’amore per il Führer è fanatico, altrettanto la fede nel Reich, persino l’esercito combatte fanaticamente. Il valore risiede ormai nell’assenza del pensiero e nella fedeltà assoluta (Gefolgshaft) al nazismo e ad Adolf Hitler. Di quest’ultimo si parla saccheggiando il lessico divino, familiare al popolo, per deificarlo compiutamente: «Tutti noi siamo di Adolf Hitler ed esistiamo grazie a lui», «…tanti non ti hanno mai incontrato eppure sei per loro il Salvatore». Ma come ha potuto imporsi una simile corruzione, in ogni classe sociale, fino alla distruzione completa della Germania? Goebbels fu abile nell’immaginare un idioma poverissimo, veicolato da una macchina propagandistica formidabile, in grado di miscelare elementi aulici con passaggi triviali: l’ascoltatore, perennemente straniato, finisce per perdere la sua facoltà di giudizio. Klemperer ripercorre immagini, simboli e parole-chiave del Romanticismo tedesco, individuando in quest’epoca le radici culturali profonde dell’ideologia della razza, del sangue, del sentimento. Una stagione così gloriosa della tradizione germanica fu dunque capace di iniettare i germi del veleno; l’esaltazione dell’assenza di ogni limite (Entgrenzung) e della passione sfrenata deflagrò nel mostro nazista e nell’ideologia nazionalista. Leggere oggi questo volume fa un certo effetto. Nella sua autobiografia Joachim Fest, giornalista e intellettuale tedesco di tendenza liberale, descrive la resistenza tenace di suo padre alle pressioni e alle lusinghe del regime. Una resistenza borghese, culturale, religiosa che in parte si rispecchia nell’incredulità disperata dell’ebreo Klemperer: non si può credere, non si può accettare che i tedeschi si siano trasformati in barbari e gli intellettuali in traditori. Eppure proprio questo accadde nel cuore della civiltà europea. Il libro è in definitiva un inno mite e puntuale a vigilare sulla lingua, un ammonimento che dovremmo tener presente anche oggi. Come affermò Franz Rosenzweig, citato nell’epigrafe a LTI, «la lingua è più del sangue». |
|
|
Auto-ironia (fa rima con Pisapia) |
|
|
|
|
Chissà se tra qualche anno ne parleranno i manuali di scienza politica… La vittoria di Giuliano Pisapia a Milano sarà forse decisiva per le sorti del governo, ma meriterebbe uno studio sul piano della comunicazione politica, di cui non sono un esperto. Mentre il centro-destra milanese scagliava contro il candidato gauchista accuse le più turpi, spesso infondate, tentando di indurre i milanesi alla paura, il popolo di Pisapia (per involontario assist dell’ineffabile Red Ronnie) ha disinnescato queste minacce grazie all’antifrasi, ridicolizzando le ossessioni leghiste contro la moschea, i Rom, gli stranieri. Ne è nata una meravigliosa saga virtuale, partecipata da migliaia di utenti Facebook e altri social network, in cui il neo-sindaco era il responsabile di ogni sorta di nefandezza: dalla sveglia che suona troppo forte al tacco che si rompe al fidanzato che ti molla. Fantastico. Fino a veri e propri capolavori come l’«Inno» di Pisapia cantato da Elio o «Pisapia canaglia» elaborata da Radio popolare. Una campagna elettorale straordinariamente divertente per tutti le migliaia di militanti veri o improvvisati. Un giorno ce lo dovranno spiegare i nostri esperti di comunicazione. Quelli che – abbandonata ogni ambizione non dico morale, ma di sostanza – ci hanno spiegato in questi anni che «foera de ball» era una grande intuizione politica, che il dito medio fa prendere voti, che insultare è più redditizio che spiegare. Chi considera la politica un’arte nobile, già non era d’accordo. Ma anche gli altri rifletteranno, spero, sulla lezione di Milano. La Moratti, La Russa, Santanché, una risata li seppellirà. |
|
|
Linguaggio malato - 27 maggio |
|
|
|
|
Comincio a convincermi che la qualità di una democrazia sia sempre più una questione di linguaggio. E forse tra qualche anno capiremo che il frutto più avvelenato del berlusconismo è stato proprio questo: un’omologazione indistinta dei termini usati pubblicamente, una melassa confusa utile a rastrellare consensi e paure, una sciatteria strumentale e una povertà culturale spaventosa. Soltanto questa settimana il nostro premier ne ha infilate due davvero notevoli: la prima è il suo cavallo di battaglia «dittature dei giudici», la seconda è l’interessante accostamento contenuto in «zingaropoli islamica». Ma si possono scegliere due sintagmi del genere senza che l’opinione pubblica – conoscendo la realtà - s’indigni? Evidentemente sì, nell’Italia di oggi, sì. Va sottolineato che un processo simile, seppure di altro segno, si verifica anche sul fronte opposto: di fronte al vergognoso episodio accaduto due giorni fa a Roma, quando alcuni ambulanti immigrati sono stati «classificati» dalla polizia municipale con un braccialetto e un numero al polso, abbiamo letto dichiarazioni che parlavano di Auschwitz a gogò, come se un paragone così improvvido fosse necessario per scandalizzarsi. Insomma, il nostro linguaggio è veramente malato e noi ci siamo assuefatti alla malattia. E Facebook, Twitter, mail, smartphone sono da questo punto di vista, purtroppo, assolutamente deleteri. |
|
|
Antisemitismo e islamofobia - 24 maggio 2011 |
|
|
|
|
Da "Corriere della Sera" 24 maggio 2011 Se antisemitismo fa rima con islamofobia di Luigi Manconi e Tobia Zevi La provvisoria vittoria dell’America di Obama su Al Qaeda, celebrata nell’immenso cantiere di Ground zero, non può cancellare i molti detriti di quella tragedia tuttora presenti nelle società occidentali. Anche sotto la forma antica dell’ansia da complotto e del sospetto verso i possibili autori. A partire dalla fobia antisemita: gli ebrei si sarebbero tenuti lontani dalle Torri gemelle in quel fatidico undici settembre, perché informati dell’attacco, se non coinvolti in esso. Da quel giorno, poi, l’islamofobia si è nutrita della minaccia del terrorismo, della confusione tra straniero e musulmano, della presunta inadattabilità (meglio: inconciliabilità) dell’Islam rispetto ai costumi occidentali. Quella data fornisce dunque una suggestione importante: anti-semitismo e anti-islamismo, diversi per storia e contenuto, hanno molti punti di contatto. Un sentimento che ha attraversato tragicamente la storia europea e un’ostilità che negli ultimi anni ha preso quota con particolare veemenza e capacità di diffusione. Secondo una ricerca recente, commissionata dal comitato torinese «Passatopresente» (discussa, lunedì 16 maggio alla Camera dei Deputati, tra gli altri Gianfranco Fini e Adriano Prosperi), la sovrapposizione tra i due fenomeni all’interno della società italiana risulta tanto intensa da apparire sorprendente. Sono le stesse persone a provare avversione, più o meno accentuata, verso ebrei e musulmani, una maggioranza di intervistati che si riconosce in alcuni connotati specifici (etnocentrismo, autoritarismo, sfiducia). L’islamofobia sembra oggi più capillare e radicata dell’antisemitismo, sempre più concentrato su Israele e sul conflitto israelo-palestinese che non sugli stereotipi classici dell’antigiudaismo europeo e cristiano. Le due pulsioni sono trasversali agli orientamenti politici: anche a sinistra è fortissima la diffidenza nei confronti dei musulmani, mentre a destra non manca una fetta consistente che si dichiara favorevole allo stato d’Israele, ma che rivela tracce preoccupanti di antisemitismo. |
|
Leggi tutto...
|
|
|
Retorica - 24 maggio 2011 |
|
|
|
|
Col postmoderno credevamo di averli superati. Pensavamo che pomposità, formalismi, cerimoniali fossero orpelli di un passato lontano. In un certo senso facevamo bene: il gusto per i trionfi e per gli apparati nel secolo Ventesimo ha prodotto più massacri che capolavori. Ma ci sbagliavamo. Nella società sfilacciata e spaurita in cui viviamo le persone chiedono rassicurazioni e ancoraggi alle istituzioni e ai rituali. Pensiamo al Presidente della Repubblica. La fiducia degli italiani nei suoi confronti raggiunge percentuali bulgare. E solo grazie al suo patrimonio di credibilità l’anniversario dell’Unità ha in qualche modo funzionato. Senza la sua autorevolezza e la sua moral suasion, tutto si sarebbe risolto al più con qualche convegno. Ma pensiamo anche a un fatto recente: la regina Elisabetta visita l’Irlanda e rende omaggio ai caduti nelle lotte contro l’Inghilterra. Un gesto di grande importanza, giustizia e anche di un certo coraggio. Solo lei poteva compierlo: il suo incedere regale, i suoi cappellini color pastello, il suo cerimoniale così rigido (accompagnati dall’eleganza di Filippo) sono per gli inglesi una garanzia e un ammonimento: se The Queen stabilisce di fare i conti con una pagina triste della propria storia, tutti gli inglesi accettano di fare altrettanto. |
|
| | << Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>
| | Risultati 19 - 27 di 144 |
|