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Visita di Lieberman - 18 maggio PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 9 maggio 2009

LE MOSSE DI LIEBERMAN LO SCALTRO

di Tobia Zevi

 

Alcune settimane fa ho partecipato a un incontro tra pacifisti israeliani e palestinesi. Questi confronti hanno una lunga storia: dall’entusiasmo rivoluzionario e sinistrorso degli anni Ottanta sono sopravvissuti alla speranza degli accordi di Oslo e al dolore della seconda Intifada. Mi ha colpito il tono reducistico, ripetitivo, cupo degli interventi. «Due popoli, due stati» ripetuto come un mantra e svuotato della sua forza originaria. È bastato evocare Gaza e l’operazione «Piombo fuso» perché svanisse qualsiasi sembianza di concordia: tutti critici nei confronti dei propri governanti, ma anche gli uni verso gli altri. Per aver lasciato Gaza ai terroristi, per essere ricorsi alle armi, per le colonie, per i razzi di Hamas nel Sud di Israele. Uno stillicidio di accuse a cui siamo tristemente abituati, temperato solo dalla volontà di non lasciare definitivamente il campo ai rispettivi estremismi. Un’atmosfera che in questi ambienti non si era mai vista.

Alla luce di tutto ciò va giudicata la visita di Lieberman. Certamente è grave la scelta di non evocare lo «Stato palestinese» e i «Due popoli, due stati». Ma non si può non cogliere, nella retorica aggressiva e ruspante di questo israeliano di origine russa, un barlume di verità: non riempiamoci la bocca di slogan, rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo. Affrontiamo tutti i dossier: i palestinesi, il loro stato e la sua necessaria sostenibilità economica; la sicurezza di Israele, messa in discussione in primo luogo dall’Iran e dai suoi satelliti; le relazioni tra Israele e stati arabi (assai divisi), oltre al ruolo dell’Europa. Sebbene non sceglieremmo Yvette per risolvere questi problemi, egli è più scaltro di quanto la sua rozza – e per certi versi razzista – campagna elettorale ci abbia mostrato. E il suo governo ha lo stesso colore degli esecutivi che hanno fatto la pace nella storia di Israele.

 
2009-05-19 00:07:49 A gennaio, nel pieno del furore informativo sulla guerra a G...
 
Ancora su Durban II PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 21 aprile 2009

IL TIRANNO OSCURA IL SUMMIT

di Tobia Zevi

 

Peccato che di razzismo, alla Conferenza di Ginevra, alla fine non si parlerà affatto. Ce ne sarebbe bisogno, dal momento che disuguaglianze e intolleranze nel mondo crescono continuamente. Eppure la nostra attenzione è interamente catturata, mentre si aprono i lavori, dalle sentenze minacciose di Ahmadinejad, terribili e ridicole al tempo stesso. Il tiranno che ha appena incriminato di spionaggio una giornalista, senza contare tutti gli oppositori, veri o presunti, gettati in galera, torturati, ammazzati. Proprio lui rimbalza sulle agenzie giornalistiche di tutto il mondo, nel giorno in cui ci si dovrebbe interrogare sui progressi (eventuali) fatti nella lotta al razzismo e alla xenofobia, e nel rispetto dei Diritti umani. Se i media avranno spazio residuo per parlare di quanto accade a Ginevra, si interrogheranno sull’opportunità di questo summit, o più probabilmente sulla scelta di partecipare operata dalla UE, dall’Inghilterra, dalla Francia, da Benedetto XVI. Per il razzismo globale non rimarrà neanche un trafiletto: non una parola sulle nuove forme di schiavitù, sulla tratta degli esseri umani, su società in cui censo e colore della pelle orientano l’appartenenza ad una casta, sulla discriminazione delle donne, sull’infanzia negata. Niente.

Le Nazioni Unite hanno tutto l’interesse, giustificato, a rendere la partecipazione ai vertici la più ampia possibile. Per questo rincorrono il compromesso fino all’ultimo, nella speranza di tenere dentro tutti. Ma senza una riforma strutturale non possiamo attenderci nulla di buono. Non è semplice, perché i principi e i diritti democratici non sono in maggioranza tra gli stati membri dell’ONU. Se però non riusciamo ad evitare il danno, almeno proviamo a liberarci della beffa. A che serve una Conferenza come questa, se non ad aprire la campagna elettorale del presidente iraniano?

 
2009-05-07 20:37:34 Il tuo punto di vista รจ acuto ,sorprendente. Apprezzo davve...
 
Terremoto ed integrazione - 18 aprile PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 17 aprile 2009

QUEI SEGNALI DI PACE TRA LE MACERIE

di Tobia Zevi

 

Può esserci una speranza nella disperazione? Tra le macerie ancora fumanti, l’Italia ha mostrato un’inedita, straordinaria, normalità. Non la generosità dei volontari accorsi, perché a questo eroismo siamo abituati dalle troppe calamità del passato. Una novità di cui spesso, stupidamente, non si parla: la convivenza pacifica e sistematica tra popoli, religioni, culture, storie di vita differenti. Davanti alle 205 bare accostate per il funerale di venerdì, il Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha officiato il rito cattolico. Seguito dall’orazione di un imam, in onore dei caduti musulmani (non un vero e proprio funerale, giacché le salme erano già lontane). E dopo queste parole è risuonato, nella commozione generale, l’inno israeliano della «Hatikvà», cioè  «Speranza». Non per delle vittime ebree, ma per cittadini israeliani islamici (beduini della Galilea), in una complessa sovrapposizione tra identità plurali. E tra tutte le immagini incollate alla nostra memoria la più terribile è forse la bara minuscola di un bambino poggiata su quella di sua madre. Abbracciati dopo la fine, con un orsacchiotto ed una motocicletta-giocattolo che si ostinano a cadere per terra, perché a rimanere su una cassa da morto proprio non ci stanno. Antun, che avrebbe compiuto cinque mesi a Pasqua, e Garinca. Romeni. Che vivevano nel nostro paese, ci sarebbero cresciuti ed invecchiati, e che qui sono morti. Due romeni tra i molti immigrati sistemati alla meno peggio nelle tendopoli per sfollati. Bambini con la pelle di colori diversi che giocano a pallone, che ricominciano a studiare su banchi precari, che chiacchierano in fila quando scappa la pipì ed il bagno chimico è occupato.

Il fatto che si dedichi scarsa attenzione a questi episodi –  anche perché, va detto, le notizie si sono susseguite convulsamente – è certamente un errore, poiché non siamo capaci – o, politicamente, non conviene! - di raccontare la quotidianità virtuosa dell’immigrazione; ma dimostra anche che questa mescolanza non ci provoca più alcuno stupore. Non ci sorprende che tra i marinai rapiti nel golfo di Aden vi siano dieci italiani e sei romeni. In mare, come tra i terremotati, si condividono il cibo e l’incertezza di una condizione spaventosa, e le distanze scompaiono.

Non sono tutte rose e fiori, per carità. Una serie impressionante di violenze razziste e vigliacche contro gli immigrati nella periferia romana si è purtroppo incaricata di ricordarcelo. Ma non dobbiamo raccontare solo questo. Si ripete frequentemente, con una formula un po’ trita, che la società è più avanti della politica. Per un paese che non si è ancora decentemente dotato di una legge di cittadinanza funzionale ed umana (e con un governo che sembra addirittura andare nella direzione opposta), però, per fortuna sembra proprio così.

 
 
Italiano contemporaneo - 14 aprile PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 11 aprile 2009

ADDIO ITALIANO LINGUA CRUDELE

di Tobia Zevi

 

La difesa della lingua italiana spetta alla società civile ed alle classi dirigenti. Con queste parole il linguista Maurizio Dardano apre il volume L’italiano di oggi (Aracne, euro 14, pp. 241), da lui curato insieme a Gianluca Frenguelli. I dati di partenza sono allarmanti: concorsi pubblici deserti perché i candidati non sanno scrivere un tema; risultati scarsi dei nostri studenti in confronto a quelli di altri paesi; ricerche che minacciano un arretramento dell’italiano (oggi quinta lingua al mondo) in favore di cinese, russo, arabo, spagnolo.

Ma come si protegge l’italiano? Nel 1999 l’ipotesi di un «Consiglio superiore della lingua italiana» fu decisamente osteggiata dalla sinistra, contraria ad ogni forma di dirigismo in materia. L’idea non era tuttavia priva di senso: la Costituzione tutela giustamente le minoranze linguistiche storiche, ma non fa nessun riferimento all’idioma nazionale. D’altra parte è vero che una politica seria sul tema non dovrebbe assomigliare ad un’imposizione - come fece il fascismo contro il francese - ma favorire i meccanismi che rafforzano la lingua sullo scenario internazionale: potenziamento dei corsi per stranieri, investimenti su scuola e università, promozione di un dibattito culturale serio che, pur non negando l’importanza storica e culturale dei dialetti, riaffermi l’esigenza di favorire la lingua standard.

Mentre in passato gli studiosi partivano dalle caratteristiche del dialetto, diverso dalla lingua standard e dall’italiano regionale, negli ultimi anni ci si è maggiormente occupati delle interferenze tra i vari gradi del continuum tra dialetto e lingua. Il numero delle persone in grado di parlare in lingua è enormemente aumentato (grazie alla scuola e alla televisione), ma questa è sempre più aperta ad influssi locali o popolari. In particolare si è ampliata la «tastiera» espressiva: oggi, a differenza del passato, quasi tutti – seppur con capacità molto differenti - sono in grado di cambiare registro a seconda della situazione in cui si trovano.

Tra le linee evolutive bisogna ricordare il peso crescente dell’inglese (spaghetti-welfare, exit-strategy, free press, ma anche alcuni procedimenti linguistici), e l’ingresso di molti termini provenienti dai vocabolari scientifici. L’italiano medio parlato non ha più come modello lo stile letterario ma la lingua dei giornali, a cui sono infatti dedicati ben due capitoli. Questi captano per primi i mutamenti e sono spesso i veicoli con cui i fenomeni linguistici penetrano nei testi letterari. Le esigenze di sintesi e rapidità del quotidiano rafforzano due macro-tendenze dell’italiano contemporaneo: l’aumento delle costruzioni nominali (cioè frasi senza il verbo) e quello di neologismi formati dall’unione di più parole pre-esistenti, talvolta con intento ironico (dalemologo, lowcostismo, fare flop).

L’ultimo capitolo del libro studia la lingua dei giovani, per sua natura in continua evoluzione. Anni fa si riteneva di poter definire una «varietà giovanile» con caratteristiche autonome dalle altre tipologie d’italiano, mentre oggi si cerca piuttosto di valorizzare la sovrapposizione tra i diversi piani linguistici; in particolare appare molto efficace la distinzione tra «lingua dei giovani» e «lingua della generazione giovane». Se con il primo concetto si intende il modo di esprimersi dei ragazzi tra di loro, il secondo rimanda invece alle modalità plurali di espressione tipiche di ogni giovane, che parla in un modo quando è a scuola, in un altro in famiglia, in un altro ancora con gli amici. Qualunque ragionamento sulla lingua deve necessariamente guardare al futuro. In questo senso preoccupano le inchieste sulla produzione linguistica degli studenti: al di là dei veri e propri errori grammaticali o ortografici (carabbinieri, miglioni, lattenzione), ciò che colpisce è la difficoltà a strutturare un testo sensato. Un deficit di competenze in cui la lingua è spesso soltanto la cartina di tornasole. Saper parlare, come si sa, vuol dire spesso saper pensare, ed è per questo che occorre muoversi da subito.

 
2009-04-14 23:19:32 Caro Tobia, a mio parere restano insuperabili le \"Lezioni A...
 
Considerazioni generali + Obama PDF Stampa E-mail
La scorsa settimana potrebbe essere stata una settimana decisiva per la storia delle relazioni internazionali, anche per la presenza, per la prima volta dopo gli anni bui di Bush, di Obama come presidente degli USA. I tre vertici principali sono stati quello del G20 a Londra, il vertice Nato a Strasburgo e il vertice USA-Ue a Praga. Successivamente è proseguito il tour de force di Obama, che prima ha visitato la Turchia compiendo alcuni gesti assai significativi e pronunciando frasi importanti, e dopo ha raggiunto le truppe americane in Afghanistan, vero cuore della nuova strategia americana per il Medio Oriente. E' chiaro che è troppo presto per tracciare un bilancio complessivo, anche perché per colpa della crisi tutti i leader politici hanno interesse a mandare messaggi di ottimismo che possano rassicurare i consumatori. E tuttavia, secondo me, alcuni fatti sono veramente importanti, soprattutto per i meriti della "dottrina-Obama". Londra: il dato veramente positivo è che l'accordo si sia trovato. Maggiori controlli sulla finanza e creazione di un organismo di controllo internazionale presieduto da Draghi. In più ampliamento delle risorse del FMI per i paesi più in difficoltà. Forse non è il massimo, ma non è neanche niente. E soprattutto, segna il successo di un quadro mondiale innovato che si rispecchia nella riunione tra i 20 più grandi paesi. Oltre l'80% della ricchezza globale ed oltre il 60% della popolazione del mondo. Certo, rimangono ancora fuori miliardi di diseredati che muoiono di fame, ma che essendo sfruttati non contano molto. D'accordo, ma rispetto al G8 stiamo già parlando di un progresso epocale, sia sul piano della rappresentanza che, io credo, su quello dell'uguaglianza. Decisivo il ruolo della Cina (si può già parlare di G2 per il rapporto con gli USA) che evidentemente andrà pungolata sempre più sul piano dei Diritti umani. Strasburgo: al di là del protagonismo francese (comunque, complimenti a Sarkozy!) Obama riesce in due operazioni: non fare uscire la Turchia nell'elezione del Segretario generale ed incassare il sostegno dei suoi alleati europei in Afghanistan. In realtà poca roba in termini di uomini e mezzi, ma questa non è una sconfitta sua, ma dell'Europa. L'America dimostra ancora una volta di poter stendere l'agenda delle priorità geopolitiche, e poco le importa, tutto sommato, che gli alleati della coalizione da lei guidata siano in grado di mettere a disposizione tutt'al più qualche migliaio di uomini. Ciò che contava era la supremazia politica e nelle opinioni pubbliche, e questa è scontata. Persino i no-global che manifestavano violentemente contro il vertice non si sono messi contro la popolarità di Obama, rinunciando persino all'armamentario anti-americano. Praga, ultima tappa: Obama paga il suo obolo alla mediazioni con la Turchia, rinforzandone (in parte indebitamente) le pretese di entrata nella Comunità europea. Immediata la reazione contraria di Sarkozy. Ma il presidente USA incastona il ragionamento sulla Turchia in una prospettiva più ampia di rapporto con l'Islam e con l'Oriente (ribadita successivamente nel Parlamento di Ankara e nella visita alla Moschea blu) aperta, laica, tollerante e veramente opposta all'era Bush. Che non dimentica i rischi del terrorismo internazionale ma che capisce che, in un mondo diviso tra amici e nemici, alla fine può perdere anche chi ha più da perdere, non solo chi stava già male e facilmente può stare peggio. Una strategia che aveva già segnato dei tasselli nelle aperture all'Iran e ai talebani "moderati" (qualche anno fa lo aveva detto Fassino ed era stato costretto a ritrattare). Vedremo. E' chiaro che è troppo presto per esprimere un giudizio, e bisognerà vedere se questi segnali riusciranno ad integrarsi in una visione articolate e lungimirante che ispiri la politica dell'America e quella di alleati e non. Lo possiamo sperare, cogliendo però gli elementi di speranza. Tra cui non va dimenticato il dialogo riaperto con la Russia, consapevole delle mille difficoltà che ci sono ma anche di quanto sia inevitabile. Un'ultima cosa: è chiaro che la politica è compromesso tra obiettivo e realtà. Però, fino a che non ci convincano del contrario, io penso che faremo bene a pungolare tutti, persino Obama, sul rispetto dei Diritti umani: siano in Russia, in Cina, nella storia turca, in Israele, in Palestina, in Darfur, in Congo o in qualunque altro angolo del mondo.
 
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