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Natale ed immigrazione - 7 Dicembre PDF Stampa E-mail
Da “l’Unità” 5 dicembre 2010
LO STATO DI SALUTE DELLA LINGUA ITALIANA
di Tobia Zevi

Un assessore del Comune di Milano ha pensato bene di far rimuovere le luminarie natalizie in via Padova – una delle strade più multietniche della città – perché auguravano buone feste nelle diverse lingue parlate dalle comunità della zona. «I veri valori dell’integrazione si concretizzano nel non creare quartieri-ghetto», questa l’assurda motivazione del politico, che forse auspicava un’ altrettanto allarmata reazione degli italiani. Non c’è dubbio che la lingua comune può essere un potente strumento di integrazione o, al contrario, di esclusione (per esempio nei confronti delle donne immigrate). È sempre stato così. Quando Massimo D’Azeglio affermò che «fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani», alludeva probabilmente alla bassissima percentuale di connazionali in grado di parlare in lingua all’indomani dell’Unità. Fu soprattutto la televisione – come spiegò Tullio De Mauro - a invertire irrimediabilmente i rapporti di forza tra lingua e dialetto, e a diffondere l’italiano tra le diverse classi sociali e in tutte le zone del paese. Oggi la questione della salute della nostra lingua riacquista centralità nel momento in cui i fenomeni migratori aumentano e larghi poteri vengono conferiti ad autorità superiori, in primis alle istituzioni europee. Lo stato di salute di un idioma nel «mercato» globale può considerarsi un buon indicatore della vitalità di tutto un paese. E dunque: se si prende in esame il mondo intero si scopre che la curiosità nei confronti dell’italiano è decisamente elevata, inferiore solo a quella verso inglese, francese e spagnolo, assai più parlate. Sono moltissimi gli studenti che all’estero frequentano corsi di italiano per stranieri e le varie iniziative culturali e di sensibibilizzazione riscuotono enorme successo. Semmai lo scarso prestigio dell’Italia sul piano internazionale si riflette in alcune scelte delle istituzioni europee, che escludono spesso e volentieri l’italiano dal gruppo delle lingue di testa. Nella Finanziaria il Governo ha tagliato in maniera irrimediabile i fondi della Società Dante Alighieri, già esiguissimi, ipotecando seriamente la possibilità di un futuro per l’istituto. Per un paese che già attrae solo molto raramente studenti e ricercatori qualificati dall’estero è un ulteriore colpo mortale al proprio avvenire. Ma una notizia buona c’è: Radwan Khawatmi, di origine siriana, alla guida del movimento di stranieri «Nuovi italiani», ha promosso una colletta in favore della stessa Dante Alighieri e dell’Accademia della Crusca, per tutelare la lingua italiana che è «quel meraviglioso collante che ci unisce al di là delle differenze delle nostre origini, fede, credo...». A proposito di integrazione, una piccola grande lezione per il nostro assessore, e per tutti noi.
 
Politica italiana e esempio inglese - 9 novembre PDF Stampa E-mail
Da “l’Unità” 8 novembre 2010
POLITICA ITALIANA E L’ESEMPIO INGLESE
di Tobia Zevi
    
Nei giorni in cui ci occupiamo morbosamente dell’affaire Ruby – a proposito, non sarebbe più dignitoso chiamarla col suo vero nome, Karima El-Mahroug? – pare troppo facile prendersela con il governo e con la coalizione politica che lo compone. «Sparare sulla Croce rossa», verrebbe da dire. E ancora più impietoso sarebbe istituire un confronto tra i nostri governanti e i loro colleghi occidentali, di destra o di sinistra. Alcune riflessioni però mi sembrano utili, soprattutto alla luce di ciò che accade in Gran Bretagna, dove il premier David Cameron ha recentemente annunciato un piano di tagli tra i più sostanziosi nella storia europea, epigono moderno, e minore, del celeberrimo «lacrime e sangue» prospettato a suo tempo da Winston Churchill. Il giovane governo conservatore e liberale, dunque, dopo aver ereditato uno dei più pesanti debiti pubblici del mondo causato dalla crisi finanziaria, ha affrontato immediatamente i problemi. Tagli pesantissimi al budget dei ministeri (in media meno 25%) e alle spese militari, sebbene venga mantenuto l’impegno con gli alleati in Afghanistan; riduzione dei dipendenti pubblici di 500 mila unità in quattro anni; drastica sforbiciata nel campo dei sussidi e del welfare. Ognuno può avere la propria opinione su queste misure: personalmente, ritengo assai significativa la scelta di non penalizzare – o di farlo poco – la sanità pubblica, la ricerca scientifica, la scuola e l’università e persino i fondi per la cooperazione internazionale verso i paesi poveri, e di risparmiare, per esempio, sulle spese militari. Mi convincono meno, invece, i risparmi sulla cultura e sul sistema di ammortizzatori sociali. Ma non è questo il punto. Il punto è che un ministro dell’Economia di 39 anni, George Osborne, argomenta le proprie opzioni politiche e realizzerà ciò che promette. Dall’altra parte il neo-segretario del partito laburista, Ed Miliband, critica duramente queste scelte, che penalizzerebbero l’economia britannica, le famiglie e lo sviluppo. Due under-40 che si confrontano sulle questioni, consapevoli della differenza dei loro ruoli e dell’orizzonte di tempo che un sistema politico stabile garantisce. E da noi? A parte vantarsi di avere messo in sicurezza i conti pubblici, i tagli lineari sono la negazione dell’arte della politica, che consiste nel discernere ciò che è utile da da ciò che non lo è. Persino la riforma dell’università, presentata come una svolta epocale del sistema – e che in effetti conteneva novità importanti – è finita nel dimenticatoio, risucchiata dalle esigenze di Bilancio e dalle liti tutte interne alla maggioranza. Mentre a Londra si ragiona sugli anni venturi, qui da noi… Right or left, my country.

 
Una legge sul negazionismo? - 19 ottobre PDF Stampa E-mail
Da “l’Unità” 18 ottobre 2010
ATTENZIONE A NON FAVORIRE I NEGAZIONISTI
di Tobia Zevi

Esiste qualcosa di intellettualmente più ripugnante che negare l’esistenza della Shoah o minimizzarne la violenza perversa e mortifera? Probabilmente no. E non si capisce come nell’università italiana possano trovare spazio personaggi come Claudio Moffa, sedicente storico che mette in discussione Auschwitz. Proprio a seguito di un suo corso a Teramo Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha recentemente rilanciato la proposta di istituire il reato di negazionismo, già proposto nel 2007 da Clemente Mastella, allora Ministro della Giustizia. Come allora, sembra oggi riprodursi la stessa divaricazione: la politica largamente favorevole, la comunità scientifica scettica o contraria. Chi ha ragione? Sostenere che le camere a gas non siano mai esistite è qualcosa di aberrante, ma simili nefandezze non vanno probabilmente combattute ope legis. Innanzitutto occorre ricordare che in una democrazia liberale la materia dei reati di opinione – che pure esistono – è delicatissima, attiene alla sfera delle libertà e dei diritti individuali, e interroga i principi sui cui la nostra società è basata. L’idea che un preside, per esempio, possa punire un insegnante per le sue affermazioni, si presta ad arbitrii difficilmente sopportabili; nello specifico, poi, il reato potrebbe paradossalmente trasformarsi in un assist per questi signori. Il meccanismo intellettuale che fonda il negazionismo, infatti, sovverte il metodo dello storico, «revisionista» per natura: mentre lo studioso serio interroga le fonti, ed è pronto a smentire e a smentirsi in presenza di nuovi documenti, il negazionista non apporta un contributo originale, ma si limita a «contrapporre» le sue tesi alla vulgata dei vincitori. Inoltre, se il negazionismo fosse una fattispecie penale, l’inquisito avrebbe diritto a tre gradi di giudizio e a una difesa. Come in ogni procedimento la sentenza dovrebbe tenere conto delle sfumature, delle attenuanti, degli elementi più dubbi. E, con i tempi biblici della giustizia, il negazionista guadagnerebbe una vetrina e potrebbe addirittura essere assolto: se qualcuno, per esempio, sostiene che i morti della Shoah siano molti meno di quelli riportati nei libri di storia, senza fornire cifre alternative, quale giudice firmerebbe davvero una condanna? L’idea della legge è perfettamente comprensibile, poiché l’indignazione è enorme, a poche ore dall’anniversario della deportazione degli ebrei di Roma. Ma l’impegno essenziale è un altro: investire nell’educazione dei giovani, avvalendoci dell’apporto straordinario dei testimoni, e individuare soluzioni perché personaggi come il nostro professore di Teramo – in tempi assai grami per i nostri atenei - non guadagnino la cattedra.
                                                

 
Recensione a Simonnot - 26 agosto PDF Stampa E-mail
Da "l'Unità" 22 agosto 2010
CRISTIANESIMO LA RELIGIONE "MONOPOLIO DI STATO"
di Tobia Zevi

È lecito parlare di Dio con le categorie della scienza economica? Secondo Adam Smith, il primo teorico del capitalismo moderno, sì. Nella Ricchezza delle nazioni (1776), il filosofo scozzese applica la teoria del mercato alla Chiesa, spingendosi a ritenere che questa si trovi in condizione di «monopolista». Ad un costo maggiore per i credenti e con una qualità peggiore del «prodotto». Smith considera la religione cristiana l’unica degna di fiducia, ma ritiene di poter compiere un’operazione che molti non esitano a definire blasfema. Il terreno è evidentemente scivoloso, tanto che la pubblicazione de Il mercato di Dio – La matrice economica di ebraismo, cristianesimo ed islam (Fazi Editore, euro 18,50, pp. 338) di Philippe Simonnot ha provocato discussioni in rete e tra intellettuali. L’autore chiarisce che «non si tratta affatto di pretendere di spiegare la religione attraverso l’economia» ma «più modestamente di mettere a disposizione della scienza religiosa gli strumenti dell’analisi economica», e tuttavia il suo approccio si attira necessariamente l’accusa del massimo relativismo culturale possibile. Il volume rilegge dunque i testi sacri indagando le vicende storiche all’origine delle tre religioni monoteistiche e interpreta i fatti con i principi della scienza economica. Per l’Ebraismo, nella quasi totale assenza di fonti storiografiche, prevale la prima componente, che suscita peraltro alcune perplessità. Per il Cristianesimo e per l’Islam le fonti sono più numerose e ciò rende la teoria più chiara. Il punto di partenza è questo: le religioni sono un bene di «credenza» potenzialmente inesauribile. L’utente non ne può verificare la correttezza, giacché la Verità si trova necessariamente al di fuori dell’esperienza umana, e pertanto la chiave del successo di una confessione è la sua credibilità, cioè la sua capacità di attrarre più fedeli possibile. Solo lo Stato può garantire il monopolio di una religione, contrattando con essa l’entità delle donazioni che può essere sottratta alla tassazione pubblica.


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Freedom flotilla - 11 giugno PDF Stampa E-mail
Da “l’Unità” 4 giugno 2010
ISRAELE-ANP IL BARATRO E’ DIETRO L’ANGOLO
di Tobia Zevi

Visti da qui, israeliani e palestinesi appaiono come due lottatori, ormai stanchi, incapaci di liberarsi da una morsa che rischia di rivelarsi reciprocamente mortale. L’assalto israeliano alla flottiglia pacifista è stato un assurdo errore politico dalle conseguenze tragiche. A poco servono le immagini dei militanti di quaranta paesi che impugnano coltelli e lanciano granate: come ha rilevato la stampa israeliana si trattava di una trappola (turca), in cui il governo israeliano si è infilato sbagliando l’azione sul piano militare e causando le vittime civili. A ben vedere, però, l’episodio rivela l’assoluta incapacità di entrambi di immaginare un futuro migliore. Gli israeliani sentono sulla loro pelle la minaccia della bomba iraniana e dei vicini arabi che li circondano e che vogliono «buttarli a mare»; paradossalmente fanno di tutto per allontanare anche gli unici alleati regionali, l’Egitto (che ha riaperto il valico di Gaza) e la Turchia, senza considerare le relazioni burrascose degli ultimi mesi con l’alleato americano. I palestinesi, dal canto loro, possono mostrare al mondo quante siano dure le loro condizioni, ma non riescono a dotarsi di una leadership vera, che sia interlocutore credibile nel processo per la pace, e a Gaza hanno preferito i fondamentalisti di Hamas ai moderati di Fatah, cacciati nel 2007.In questo contesto le opinioni pubbliche non sono in grado di invertire la rotta. La politica, se esiste, non indica il sentiero ragionevole e stretto. Prevale un senso di disperazione miope che supporta scelte sbagliate, che non scorge il limite da non oltrepassare. Il punto dove la morte dell’uno è anche la morte dell’altro. Difficile dire cosa bisognerebbe fare: sul piano del negoziato, conosciamo le tappe necessarie. Ma Israele non è disposta a trattare con Hamas e Hamas continua a dichiarare di voler distruggere Israele (oltre a lanciare migliaia di missili), e dunque le trattative vere neanche partono, mentre quelle indirette con Abu Mazen sembrano ormai solamente uno stanco rituale tra due leadership screditate. Personalmente speravo molto nella nuova aria iniettata da Obama. Un presidente che fin dall’insediamento si è interessato a questa tragedia cronicizzata – mentre Bush si recò nell’area dopo sette anni di mandato! – e che sembra disposto a mettere il suo fedele alleato, unica democrazia dell’area, di fronte alle sue responsabilità, rafforzato anche dalla nascita di gruppi di pressione ebraici decisi ad appoggiare Israele in modo critico (Jstreet). Finora non ci sono stati effetti positivi. E il tempo è sempre meno, se fare un passo in avanti sembra quasi impossibile, e il baratro è pericolosamente dietro l’angolo.

 
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