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Da “l’Unità” 10 settembre 2009 FACCIAMO A ROMA LA CONFERENZA DI PACE PER GAZA di Tobia Zevi A dieci anni vidi in televisione la stretta di mano tra Rabin e Arafat. A 17 guardai sgomento le prime immagini dell’Intifada di Al-Aqsa. I miei coetanei israeliani e palestinesi hanno vissuto quei momenti in prima persona: era la prima generazione cresciuta in pace – e con l’idea della pace -, è stata quella più drammaticamente frustrata nella speranza. Loro a combattere, loro a perdere mariti e spose, amici e fratelli e sorelle. In queste ore tragiche è a questi ragazzi, in primo luogo, che dobbiamo pensare se vogliamo immaginare un futuro. Le posizioni dei due popoli sono più vicine di quanto ci appare. Evitiamo di percorrere la strada più semplice, quella che attribuisce torti e ragioni guardandosi bene dall’indicare una soluzione; qual è, concretamente, il compito della Comunità internazionale? Innanzitutto occorre promuovere un vero «cessate il fuoco», imperniato sul disarmo reale dei terroristi di Hamas nella Striscia, garantito da una forza di interposizione. Un contingente che sia però messo in condizione di operare, non depotenziato in partenza da risoluzioni e regole d’ingaggio che tornino rapidamente a fare di Gaza un arsenale a cielo aperto. Israele, dal canto suo, deve rafforzare Abu Mazen, considerato affidabile in Occidente. Solo così i palestinesi potranno acquisire una nuova speranza, quella che, isolando Hamas, possa finalmente nascere il loro stato. Israele dovrebbe gradualmente abbandonare le colonie in Cisgiordania, e si potrebbero immaginare accordi commerciali e per le risorse naturali con l’ANP, oltre a delegare il controllo nella West Bank alla polizia palestinese, purché questa ne tuteli effettivamente la sicurezza. Dal non aver realizzato questo percorso politico discende la responsabilità di Israele per le dimensioni dell’operazione “Piombo fuso”, provocata dal lancio dei missili Kassam da parte di Hamas. Amos Oz ci accusa spesso, noi europei, di essere «più realisti del re»: invece di aiutare i due popoli a parlarsi, preferiamo firmare appelli pro o contro. Non serve. Israeliani e palestinesi sanno benissimo che l’accordo è urgente ed ineluttabile: mentre continuano gli scontri, infatti, non c’è stata alcuna terza Intifada a Ramallah, e a Tel Aviv si continuano a considerare i due Stati come unico esito possibile. Noi che, per fortuna, non siamo sotto le bombe o assediati dai missili, cerchiamo di dare una mano. Proviamo a capire ciò che accade veramente per informare correttamente prima di giudicare. E lavoriamo per una pace non solo giusta, ma disperatamente necessaria. Esiste un posto migliore di Roma per promuovere una conferenza di pace che provi a disinnescare la più pericolosa delle micce nel Mediterraneo?
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