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Un candidato inadeguato - 14 settembre PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 13 settembre 2009

L’EUROPA FERMI L’EGIZIANO      

di Tobia Zevi

 

«Dedichereste un asilo-nido a Erode?», domandava Roberto Benigni in un suo vecchio spettacolo. E voi, nominereste direttore dell’organizzazione internazionale della cultura, dell’educazione e della scienza (UNESCO) chi dichiarò di «voler personalmente bruciare tutti i libri di scrittori israeliani»? In effetti il ministro egiziano della cultura, Hosni, non sembra avere un profilo ideale: in 22 anni di onorata carriera non si contano scrittori, blogger e artisti imprigionati, torturati e ridotti al silenzio. E anche recentemente, di fronte all’attivismo dell’ambasciatore americano all’Unesco, David Killion, il candidato non ha trovato niente di meglio che sillabare sprezzante «quell’ebreo» (che poi neanche era vero). Lasciamo da parte tutta la solfa sul ruolo della cultura nella comprensione tra popoli, culture e tradizioni differenti. Prendiamola dal punto di vista politico. Francia e Italia non sono contrarie (e sfugge la coerenza del nostro governo). Gli Usa, alleati di Mubarak, nicchiano, e persino Israele si dice convinto delle giustificazioni tardive di Hosni - pare vergate personalmente dal ghost-writer di Sarko – allo scopo di riportare a casa Gilad Shalit. Un inno corale alla realpolitik, a pochi mesi dalla farsa della Conferenza ONU sul razzismo che fu il trionfo di Ahmadinejad. La questione è arcinota: come evitare che gli organismi internazionali si rendano ridicoli, spinti dalla necessità di non escludere la maggioranza delle nazioni aderenti, di fatto antidemocratiche e autoritarie? Non c’è risposta, ma si può sperare in un minimo di buon senso. Quello che manca all’Europa, divisa tra tre candidature e che spiana la strada all’egiziano. Dunque, va bene essere realisti, ma può la cultura mondiale essere rappresentata da un uomo così? Se l’Unesco diventa una costosissima camera di compensazione, forse ne va riconsiderata l’utilità.

 
 
Tema in classe - 28 agosto PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 26 agosto 2009

NON SOLO TEMA PROF E STUDENTI E IL REBUS DELL’ITALIANO

di Tobia Zevi

 

Lo scrittore americano Frank McCourt («Le ceneri di Angela»), recentemente scomparso, ricordava così il suo insegnamento a scuola: «Avrebbero dovuto avvertirmi. Ehi, Mac, la tua vita sarà tutta così: giornate e nottate intere a leggere storie, poesie, diari, biglietti d’addio di aspiranti suicidi, invettive, giustificazioni, commedie, temi, perfino romanzi, tutti frutto del lavoro di migliaia – e dico migliaia – di adolescenti». Montagne di carta accumulate sulla scrivania del professore, ore di fatica e mani sudate per studenti di tutte le età. Ecco a voi il tema d’italiano, oggetto del bel saggio di Luca Serianni e Giuseppe Benedetti «Scritti sui banchi» (Carocci, pp. 215, euro 19,50). Denso di esempi concreti, il libro descrive vizi e virtù linguistiche degli studenti, ma anche le difficoltà degli insegnanti, pratiche e teoriche, a definire criteri equi per correggere e valutare.

Il tema, cuore del percorso formativo e simbolo di una cultura nazionale prevalentemente umanistica, è da sempre tacciato di due peccati: artificiosità e arbitrarietà. Una prova scritta che rimane confinata nella pratica scolastica senza alcuna comunicazione con la vita reale: «la cultura scolastica (…) formava un sistema coerente, artificiato e indiscusso. (…) lo sbaglio era il centro stesso del sistema (…) si finiva col credere che esistesse una specie di teologia del rosso (veniale) e del blu (mortale). In generale non si era nutriti di cose, ma di parole sulle cose» (Meneghello). E in più un’esibizione di potere da parte dell’insegnante. La celebre «Lettera a una professoressa» di don Milani lo riteneva classista, addirittura razzista, come la stessa nozione di voto. Una denuncia democratica e pedagogica alla base di non poche esagerazioni («non esistono gli errori»).

E oggi? Le indagini internazionali non sembrano incoraggianti: i ragazzi italiani scrivono peggio dei loro coetanei europei. Non si giudicano gli studenti per la conoscenza di quanto appreso a scuola, ma per le «competenze» esportabili nell’orizzonte extrascolastico. In effetti, scorrendo le varie performance, colpiscono non tanto gli strafalcioni, ortografici o morfo-sintattici che siano, ma la frequente incapacità di organizzare logicamente un testo imperniato su connettivi e coesivi linguistici. Con differenze abissali tra Nord e Sud e tra licei e istituti tecnici.

In prima linea ci sono i professori, sviliti frequentemente da una concezione burocratica e aziendalista dell’insegnamento: a loro spetta misurarsi con la realtà individuale di ogni studente coi suoi specifici problemi. Serianni, storico della lingua, nota che in alcune situazioni il collasso delle strutture logiche e linguistiche non si può affrontare con la semplice correzione degli errori. È il caso per esempio degli studenti stranieri: prima di dedicarsi al tema occorrerebbero specifici esercizi di natura più tecnica. Gli insegnanti, quelli bravi, vanno in questa direzione: compiti che sviluppano specifiche competenze grammaticali o stilistiche e una valutazione – il più possibile chiara ma sempre soggettiva! - che non si riduce al voto, ma che cerca un dialogo con il ragazzo anche attraverso il confronto con le prove precedenti (senza sconfinare nel ridicolo «Devi fare meglio, Giulia»). Ma non mancano quelli pigri, che segnalano gli errori in fretta e furia, non li commentano, spesso ne dimenticano parecchi (per esempio il costante deficit di punteggiatura) o addirittura ne aggiungono di propri.

In generale sembra essersi affermata l’idea che un titolo come «La vita…dietro questa parola si celano tante emozioni e tanti aspetti del proprio carattere. Parla di tutto ciò che significa per te questa parola» induca alla prolissità, alla genericità e ai luoghi comuni più corrivi, e che dunque sia preferibile elaborare tracce più puntuali. Quello a cui invece i docenti non sembrano rinunciare è l’italiano asettico e irreale della scuola, ricco di «il quale», «egli» invece di «lui», e in cui le ripetizioni sono un delitto. Dove non ci si «arrabbia», ci si «inquieta», una sorellina non può essere «in gamba» (ma «sveglia», sì!), un giocatore non «si mette» in attacco, ma «ricopre il ruolo di attaccante», e in cui non «si va» ma ci «si reca».

Gli insegnanti affibbiano raramente voti sotto 4 e sopra 8, penalizzando spesso gli studenti più brillanti ed mostrando una tendenza livellatrice. In una società in cui si predica continuamente il merito, bisogna stare attenti. A non fare come descritto ancora da McCourt: tre punti per la presenza. Due o tre punti in più per la bella calligrafia. Altri due per la struttura, guarda che rientri! Diamogli due punti per il padre morto nel canale. Perché non gli diamo altri punti? In fondo è un bravo ragazzo, e poi suo fratello Stan l’hanno mandato in Vietnam…  

 
 
Utilizzatori finali - 28 agosto PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 23 agosto 2009

UNA LOGICA DA UTILIZZATORI FINALI

di Tobia Zevi

 

Si trattasse solo di Camoranesi, Amauri e Thiago Motta la questione sarebbe meramente sportiva. Con una posizione progressista, rappresentata da Marcello Lippi, ed una conservatrice capitanata da Azeglio Vicini, il ct delle notti magiche. Invece la polemica sull’opportunità di impiegare oriundi in nazionale, se collegata al dibattito pubblico sull’immigrazione, induce una riflessione tetra. Tradisce una concezione dello straniero, nella coscienza del paese, come oggetto da scegliere e da usare (in questo caso per difendere il titolo mondiale del 2006). E poi da gettare via quando i beneficiari – gli utilizzatori finali, direbbe l’ottimo Niccolò Ghedini -, noi cittadini italiani di pelle bianca, non ne abbiamo più bisogno per la nostra impresa o per le nostre case. La logica è sostenuta espressamente nel Decreto-sicurezza, che concede la possibilità di sanare la posizione di colf e badanti proprio mentre entra in vigore il reato di clandestinità. Una «regolarizzazione selettiva», cioè una discriminazione legale che vieta il permesso di soggiorno a padri, figli, fratelli di quelle colf o badanti, a loro volta operai, braccianti, pizzaioli. Una ferita intollerabile alla Costituzione ed anche a qualunque sentimento morale, religioso o laico che sia. Un’ingiustizia rivendicata e inutile, come dimostrano due recenti ricerche: secondo la Banca d’Italia gli immigrati non tolgono il lavoro agli italiani, per la semplice ragione che alcuni mestieri gli italiani non sono più disposti a farli (preoccupante è invece che siamo ultimi tra i paesi sviluppati per immigrazione qualificata). Addirittura, secondo i dati di Confartigianato, quest’anno cadranno nel vuoto 30 mila offerte di lavoro di piccole e medie imprese che cercano falegnami, meccanici, parrucchieri, elettricisti. Proprio quelle professioni per cui ci sarebbe casomai bisogno di più manodopera straniera. Insomma, dopo aver passato l’estate a dibattere sui dialetti e sulle gabbie salariali, grazie al Governo ci riscopriamo più cornuti (cioè culturalmente imbarbariti) e più mazziati (cioè poveri). Complimenti.

PS: Personalmente sono favorevole all’impiego degli oriundi.

PPS: Concludendo con lo sport, merita un plauso la Iaaf, federazione internazionale di atletica, messa sulla graticola per non essere riuscita a stabilire il sesso di Caster Semenya, neo-campionessa mondiale sugli 800 piani. La federazione si è mostrata inefficiente e ritardataria nell’affrontare questa questione spinosa. Ma si è rifiutata di percorrere la classica soluzione «all’italiana», squalificare la sudafricana per aver investito una concorrente in semifinale, come molti suggerivano. Dopo la triste prova di sé offerta sul caso Oscar Pistorius, complimenti.

 
 
Intervista a Radiocage - 21 agosto PDF Stampa E-mail

Ciao a tutti! Vi metto in link di un'intervista rilasciata qualche settimana fa ad Eva Giovannini per la webradio Radiocage: http://www.radiocage.it/allabuonora/2009/07/29/intervista-a-tobia-zevi-giovane-militante-pd/. Buon proseguimento di vacanze!

 
Israele un'identità spaccata - 4 agosto PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 3 agosto 2009

ALLA RICERCA DI UNA MEMORIA CONDIVISA

di Tobia Zevi

 

La decisione sembrerebbe ovvia in qualunque paese. Non in Israele. Ha fatto scalpore l’approvazione di una legge, voluta dal Ministro dell’Istruzione Gideon Saar, che bandisce, a due anni dalla sua introduzione nelle scuole, il termine «Nakba» (“catastrofe”). Così i palestinesi definiscono la sconfitta araba nel 1948 e la nascita dello Stato d’Israele. La vicenda è per certi versi surreale: il governo italiano, ad esempio, non consentirebbe mai ad un professore di liceo di parlare del quattro novembre come di una giornata di lutto. E tuttavia mostra la difficoltà di scrivere la storia in un paese dall’identità spaccata: circa un quinto dei cittadini israeliani, più di un milione di persone, sono palestinesi. Lamentano di sentirsi israeliani di serie B – non senza ragioni – sebbene abbiano una rappresentanza parlamentare, non prestino il servizio militare e le loro condizioni sociali siano molto migliori di quelle degli arabi dei paesi confinanti. Coltivano una memoria minoritaria contrapposta all’epopea sionista, peraltro problematizzata negli ultimi anni dai «nuovi storici» ebrei israeliani.  Sperimentano un contesto di frustrazione che rende difficile un confronto problematico con la propria storia. I loro cugini, fuggiti o cacciati nel 1948, vivono nei territori palestinesi o in Siria, Giordania, Egitto. Ma anche gli ebrei israeliani stanno vivendo un momento particolare: la politica mediorientale di Obama suscita paura e diffidenza alimentate dall’aggressività iraniana. E i risultati delle recenti elezioni vanno letti in questa luce, con un esecutivo formato da varie destre (storica, nazionalista, religiosa) e la sinistra praticamente sparita. Si può spezzare il circolo vizioso? Il lavoro della memoria è faticoso e doloroso, e per prima cosa deve evitare strumentalizzazioni politiche. È il caso, luminoso e drammatico, della Commissione per la Verità e la Riconciliazione nel Sudafrica di Nelson Mandela. Ma anche di quei, pochi, ebrei e arabi che spiegano faticosamente ai giovani che la verità non ha mai solo un colore, e che bisogna indagare le ragioni dell’altro: solo la settimana scorsa abbiamo letto di un palestinese che gira i villaggi arabi raccontando la Shoah a chi inopinatamente la paragona a Gaza. Costruire una memoria condivisa significa attribuire responsabilità storiche, rinunciando a rivendicazioni e vendette. Un’operazione che in Italia ha funzionato grazie al fronte antifascista, ma che oggi appare frequentemente sotto attacco. E che insomma non è mai facile. Tanto meno in un contesto come quello israeliano, che richiederebbe cautela estrema. In questo senso la scelta del governo israeliano, di per sé non scandalosa, ce la saremmo risparmiata.

 
 
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