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La rivolta degli zingari - 9 giugno 2009 PDF Stampa E-mail

Introduzione a:

LA RIVOLTA DEGLI ZINGARI: AUSCHWITZ 1944 (di Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano)

di Tobia Zevi, febbraio 2009

 

Zingari ed ebrei, in fuga dai nazisti, che si incontrano. Diffidenza, paura, smarrimento. Solo dopo essersi finalmente riconosciuti i due gruppi si sciolgono in una danza liberatoria, sulle note della musica klezmer e di quella gitana. Molti ricorderanno questa scena dal meraviglioso film «Train de vie», uno dei pochi casi in cui la Shoah ed il Porrajmos vengono messi in relazione. E questo è il primo merito del libro: raccontare con rigore scientifico – ma anche con pathos – il massacro nazista delle popolazioni nomadi della Germania e dei paesi est-europei. Una storia poco conosciuta (al pari delle persecuzioni a portatori di handicap, malati mentali, omosessuali, testimoni di Geova) dai tratti di violenza ed inumanità difficilmente immaginabili. Se la memoria della Shoah ha assunto un’importanza assoluta sul piano culturale e mediatico – il che non vuol dire che il fenomeno sia realmente conosciuto! – non possiamo affermare la stessa cosa per quanto riguarda la vicenda degli zingari.

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RIFINANZIARE LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E’ UNA PRIORITA’ PDF Stampa E-mail
Da “l’Unità” 3 giugno 2009
di Tobia Zevi

Il Partito democratico ha bisogno di una visione del mondo. Deve puntare sui Diritti umani e sull’incremento (anche qualitativo) della cooperazione internazionale. Diritti: la salvaguardia delle libertà fondamentali della persona, in ogni parte del mondo e a prescindere dalla sua condizione sociale, deve essere il primo traguardo a cui tendere. Dal momento che il PD si candida a governare il paese – speriamo il prima possibile! – è chiaro che a questa speranza ci si deve indirizzare con piccoli passi, discutendo e negoziando con i paesi dove questi principi non vengono rispettati, anche attraverso rinunce dolorose e compromessi. Cooperazione: la finanziaria triennale del Governo ha tolto 510 milioni ai paesi in via di sviluppo da qui al 2011. Una sforbiciata drammatica per i progetti già avviati e per quelli futuri immaginati dalle ONG e dai partner locali. Il PD faccia una battaglia su questo, evidenziando che è scandaloso che l’Italia sia la nazione sviluppata più lontana dallo stanziamento dello 0,7% del PIL, soglia che l’ONU richiede per raggiungere gli Obiettivi del Millennio. Chiedere libertà, uguaglianza e giustizia sociale va bene. Ma occorre scegliere politiche che favoriscano il miglioramento delle condizioni di vita per tutti. In qualunque angolo del mondo si trovino.
 
LA SHOAH E LA CAMPAGNA ELETTORALE - 28 maggio 2009 PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 27 maggio 2009

LA SHOAH E LA CAMPAGNA ELETTORALE

di Tobia Zevi

 

Silvio Berlusconi ha definito «lager» i Centri di identificazione ed espulsione (Cie). Quegli stessi luoghi dove il suo governo ha stabilito di recludere gli immigrati irregolari fino a sei mesi invece di due. L’affermazione va dunque contestualizzata nella strategia con cui la maggioranza sfrutta il tema immigrazione sin dal suo insediamento: sicurezza, repressione, paura, intolleranza. Frasi e misure stigmatizzate dagli organismi internazionali, che il ministro della Difesa si è prontamente incaricato di insultare. Il premier, però, non è che l’ultimo (per una volta!) ad attingere alla Shoah nella retorica del dibattito pubblico. Alla stessa maniera si esprimevano in passato esponenti della sinistra radicale, e lo stesso Dario Franceschini ha marchiato il decreto in materia di sicurezza come «leggi razziali», guadagnandosi una replica decisa da parte delle Comunità ebraiche. Per non parlare poi della stella gialla esibita drammaticamente sul bavero da Marco Pannella. In generale ritengo che questo paragone andrebbe adoperato con la massima cautela. Non perché lo sterminio (unico nella storia) di ebrei, rom, portatori di handicap, omosessuali non debba costituire un monito per il presente – magari! -, ma perché si rischia di inflazionarlo, favorendo conseguentemente, e paradossalmente, l’impunità per le ingiustizie di oggi.

Rispetto agli anni Trenta tutto è cambiato dal punto di vista storico. Ciò non toglie, però, che per esempio il reato di clandestinità affermi un principio terribile, ovvero che la sanzione penale dipende non dal comportamento ma dall’identità (colpevole in quanto clandestino, non in quanto delinquente). E tuttavia, se proprio non si vuole evitare il ricorso a questa «misurazione» storica, che almeno lo si faccia in buona fede. Nel nostro paese sta risorgendo un preoccupante clima di intolleranza verso lo straniero, che spesso sfocia in atti di violenza. Su questo sentimento di per sé pericoloso la destra costruisce il consenso con slogan, annunci vergognosi e relativa ritrattazione (ultimo caso: la proposta di separare milanesi e resto del mondo nella metro di Milano). Di quest’atmosfera si avvantaggia al momento il governo, grazie a quel «torvo-buonismo» di cui parla Luigi Manconi. Quel meccanismo per cui una pesantissima campagna anti-rom sarebbe portata avanti in favore dei bambini sfruttati, o la norma sui presidi-spia (poi ritirata) sarebbe promulgata per evitare che i minori clandestini si scoprano apolidi in futuro (nel paese che rende loro impossibile ottenere la cittadinanza). Un’inversione della realtà sempre strumentale e gravissima. Ma che quando si utilizza la Shoah lo è ancora di più: per non farli stare nei lager, li buttiamo a mare. Per il loro bene, s’intende.

 
 
La meglio gioventů - 25 maggio PDF Stampa E-mail
di Federica Fantozzi, Mariagrazia Gerina, Paola Natalicchio

Clicca qui per vedere l'articolo sul sito unita.it

Coraggioso e moderno sui diritti, impegnato per un sistema elettorale trasparente, rappresentativo dei nuovi poveri che sono giovani e donne, presente sul territorio perché «nessuno nasce leghista», consapevole dell’italianità degli immigrati di seconda generazione e della relativa battaglia culturale, capace di andare in tv senza farsi triturare, europeista e non provinciale, disposto persino a mettere mano al ricambio della propria classe dirigente.

È il Pd che sognano i giovani di area, aspirazioni, affinità elettive, illusioni e delusioni Democratiche. Quelli che andrà a scovare e intervistare con una telecamera Francesca Fornario, animatrice del gruppo di autocoscienza Democratici Anonimi. È «il partito che vorrei»: critiche e proposte a Largo del Nazareno. Voce (e rabbia) delle nuove generazioni che alla politica chiedono concretezza.

Amir è un hip hopper di successo che ha combattuto lo stereotipo dell’immigrato sfigato (peraltro lui è italiano con cognome straniero): «Io e i miei amici siamo dei vincenti, ma so che non è così facile per tutti». Diego Bianchi è il blogger Zoro: si chiede come mai il Pd si divida sempre su mille cose mentre il suo elettorato è compatto. Ivan Scalfarotto ha proposto al Pd uno scambio di figurine: Rutelli per Fini. Un modo scherzoso di far riflettere: su laicità dello Stato e principio di eguaglianza l’Italia è ferma agli anni ‘70. Siamo nel 2010. Tempo di cambiare. E di proporre facce nuove.

Quelle di Barbara Veronese, economista, Tobia Zevi, dottorando a Roma, Arturo Marzano, assegnista di ricerca a Pisa, Antonio Sofi, consulente politico, Jury Larizza, conducente di autobus a Torino. Michel Martone, docente di diritto del Lavoro, Giuseppe Civati, giovane consigliere regionale del Pd, Maria Grazia Messineo, studentessa di Locri.
 
Visita di Lieberman - 18 maggio PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 9 maggio 2009

LE MOSSE DI LIEBERMAN LO SCALTRO

di Tobia Zevi

 

Alcune settimane fa ho partecipato a un incontro tra pacifisti israeliani e palestinesi. Questi confronti hanno una lunga storia: dall’entusiasmo rivoluzionario e sinistrorso degli anni Ottanta sono sopravvissuti alla speranza degli accordi di Oslo e al dolore della seconda Intifada. Mi ha colpito il tono reducistico, ripetitivo, cupo degli interventi. «Due popoli, due stati» ripetuto come un mantra e svuotato della sua forza originaria. È bastato evocare Gaza e l’operazione «Piombo fuso» perché svanisse qualsiasi sembianza di concordia: tutti critici nei confronti dei propri governanti, ma anche gli uni verso gli altri. Per aver lasciato Gaza ai terroristi, per essere ricorsi alle armi, per le colonie, per i razzi di Hamas nel Sud di Israele. Uno stillicidio di accuse a cui siamo tristemente abituati, temperato solo dalla volontà di non lasciare definitivamente il campo ai rispettivi estremismi. Un’atmosfera che in questi ambienti non si era mai vista.

Alla luce di tutto ciò va giudicata la visita di Lieberman. Certamente è grave la scelta di non evocare lo «Stato palestinese» e i «Due popoli, due stati». Ma non si può non cogliere, nella retorica aggressiva e ruspante di questo israeliano di origine russa, un barlume di verità: non riempiamoci la bocca di slogan, rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo. Affrontiamo tutti i dossier: i palestinesi, il loro stato e la sua necessaria sostenibilità economica; la sicurezza di Israele, messa in discussione in primo luogo dall’Iran e dai suoi satelliti; le relazioni tra Israele e stati arabi (assai divisi), oltre al ruolo dell’Europa. Sebbene non sceglieremmo Yvette per risolvere questi problemi, egli è più scaltro di quanto la sua rozza – e per certi versi razzista – campagna elettorale ci abbia mostrato. E il suo governo ha lo stesso colore degli esecutivi che hanno fatto la pace nella storia di Israele.

 
 
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