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OLTRE L'EMERGENZA - 9 aprile PDF Stampa E-mail

Da "Corriere della Sera" 9 aprile 2009 - OLTRE L'EMERGENZA - di Sergio Romano  

Proviamo a parlare del terremoto abruzzese, anche se è difficile farlo in questo momento, con la freddezza e il distacco con cui giudicheremmo l’avvenimento osservandolo da un Paese straniero. L’Italia non è molto diversa da quella delle inondazioni e dei sismi degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Il Paese ha una pessima conformazione geografica, un traballante sistema orografico e fluviale, un’alta densità demografica, ed è esposto, più di altre regioni europee, al rischio di grandi calamità naturali.
Non possiamo evitarle, ma possiamo ridurne il pericolo e mitigarne gli effetti. Basterebbe, per raggiungere lo scopo, evitare di costruire nelle zone a rischio e applicare diligentemente le precauzioni rese possibili dall’edilizia moderna. La California e il Giappone sanno che verranno colpiti da un grande terremoto nel corso dei prossimi trent’anni, ma hanno fatto il possibile per ridurne le conseguenze. Anche noi sappiamo che la terra continua a tremare sotto di noi, che il Vesuvio non è spento, che i torrenti dell’Appennino possono diventare spaventose macchine da guerra, che i nostri boschi sono male custoditi e governati, che Venezia è esposta a rischi mortali.

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Dissenso in Iran - 1 aprile PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 30 marzo 2009

IRAN LA SFIDA DEL DISSENSO

di Tobia Zevi

 

Prima venne la rivolta. Nel 1999 gli studenti del Politecnico di Teheran manifestarono contro la dittatura che negava Diritti e libertà. E poi, implacabile, venne la repressione. Studenti sospesi «per incompetenza generale e ideologica», incarcerati, scomparsi, torturati, uccisi (solo in Cina la pena di morte ammazza più che in Iran). Il regime fece le cose per bene. Dopo la contestazione del dicembre 2006 fu varato un particolarissimo regolamento d’ammissione: le matricole dovevano impegnarsi a non fare nessun genere di attività politica. In caso contrario, marcatura con una, due o tre stelle da cucire sul bavero della giacca (ogni riferimento a persone e cose è puramente casuale!). Dopo la terza, espulsione e rinuncia forzata agli studi. Paramilitari nelle facoltà e chiusura delle sedi associative. «È simile alla Rivoluzione culturale. Vogliono creare un clima di paura e mettere fine a qualsiasi forma di critica o opposizione» dichiarò qualche mese dopo Mohammad Maleki, ex rettore dell’Università di Teheran. Nel gennaio scorso la polizia ha arrestato Nafiseh Azad, rea di raccogliere firme in favore dei Diritti delle donne. E la settimana scorsa Omid Reza Mirsayafi, un giovane blogger, si è «suicidato» nel terribile carcere di Evin, condannato per attacchi ad Ali Khamenei. Il suo delitto? Una lettera aperta alla Guida spirituale della nazione in cui esaltava l’amore ed il colore del vino. La scrittrice Azar Nafisi (Leggere Lolita a Teheran), racconta che studenti, professori, attivisti e persone comuni non hanno mai rinunciato al dissenso, nonostante i rischi terribili e la tremenda compressione delle libertà personali. A che prezzo. Anche a loro si è rivolto Obama, scavalcando le ragioni importantissime della diplomazia. E per queste persone, sacrificate quotidianamente all’indifferenza del mondo, è già molto.

                                  
 
Durban II - 23 marzo PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 20 marzo 2009

IL CASO DURBAN E LA NECESSITA’ DI CAMBIARE

di Tobia Zevi

 

Qualche giorno fa il Ministro degli Esteri Franco Frattini aveva annunciato che l’Italia non avrebbe partecipato alla Conferenza ONU contro il razzismo (Ginevra, 20-24 aprile) perché il testo di partenza non era accettabile: esso appariva inadeguato nel tutelare la libertà d’espressione e dichiaratamente antisemita in alcuni passaggi. L’attenzione su questo appuntamento è molto alta perché si tratta di una riedizione di Durban 2001, abbandonato in corso d’opera da Usa e Israele per il clima irrespirabile - non mancarono testimoni che parlarono di una «caccia all’ebreo» - e per l’equiparazione tra sionismo e razzismo. La decisione italiana, che segue Israele, Canada e Stati Uniti, ha riscosso molti consensi ma anche alcune critiche, tra cui quella di Nicolas Sarkozy: il nostro governo avrebbe fatto una fuga in avanti, senza lavorare ad un percorso comune tra i 27 stati dell’Unione Europea.

Questa perplessità, di per sé fondata, deve oggi registrare una novità importante: anche grazie alla decisione italiana, la Ue ha messo a punto un documento unitario, snello e ragionevole, mostrandosi compatta, per una volta, sul tema cruciale della lotta al razzismo (e non sarebbe male se si andasse oltre le pure petizioni di principio). Se la nuova proposta venisse rifiutata tutta l’Europa potrebbe abbandonare i lavori come l’Italia. In caso contrario anche Frattini potrebbe riconsiderare la nostra posizione. Non deve però sfuggire un altro aspetto della vicenda: come si può coltivare la fiducia negli organismi internazionali se questi fanno continuamente pessima, ma proprio pessima, mostra di sé? Come può il Comitato organizzatore della Conferenza contro il razzismo essere presieduto dalla Libia (!), avere come vicepresidente un cubano e come membro un iraniano? Come può essere nigeriano il presidente del Consiglio ONU sui Diritti umani, dopo che lo stesso organismo è già stato guidato dalla Libia (con l’Iran sempre presente)? Le istituzioni internazionali sono meccanismi complessi, e più della metà degli stati aderenti all’ONU non sono democratici. Chi, in Italia, crede in una politica estera multilaterale deve quindi sì rivendicare una posizione europea, ma sostenere anche una riforma delle Nazioni Unite. Da anni si discute di una composizione più attuale del Consiglio di Sicurezza (vi siede la Francia ma non l’India!), a cui non si giunge per fortissimi interessi contrapposti. E occorre studiare un sistema di regole che impedisca a governi assassini, torturatori, antidemocratici, negazionisti e razzisti di sedere in consessi – se li si vuole davvero istituire – in cui possono fare le pulci ad altri paesi per ragioni che con i Diritti umani hanno davvero poco a che fare. È chiedere troppo? Se sì, disertare Durban II non è che il primo passo.

 
 
Lieberman - 23 marzo PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 17 marzo 2009

SI OFFUSCA L’EFFETTO OBAMA

di Tobia Zevi

 

Basta salire sull’autobus, o andare in palestra, per sentirne parlare. La «fine delle ideologie». E così, dietro a questo concetto passe-partout, nascondiamo l’incapacità di interpretare un mondo in supersonico cambiamento, di cui non riusciamo ad immaginare il futuro. È questa incertezza – al di là del precariato e dei problemi nel farsi una famiglia – che preoccupa i giovani: davvero, anche con la crisi globale, il PIL del pianeta cresce a ritmi sostenuti, più elevati che mai nella storia? E quindi, mentre più di metà dell’umanità muore di fame, in realtà stiamo tutti meglio? E poi l’ambiente. Bruceremo tutti per via dell’effetto serra, o verremo sommersi dalle acque prodotte dai ghiacciai, oppure più semplicemente continueremo a vivacchiare, sempre più numerosi e sempre più urbanizzati? Su molte grandi questioni non otteniamo una risposta chiara, e questo provoca un senso di smarrimento. Lo stesso che ho provato quando ho saputo che Avigdor Lieberman sarà il prossimo Ministro degli Esteri d’Israele. Per carità, era prevedibile che il secondo governo Netanyahu avrebbe virato a destra. Ma il neo-premier aveva dato ampie rassicurazioni sulla sua volontà di riprendere il processo di pace. Ed Obama pareva provocare una ventata nuova in tutta la regione: una Siria più autonoma e più pragmatica, l’ipotesi di un governo palestinese unitario, un isolamento maggiore dell’Iran e dei suoi satelliti Hezbollah e Hamas. Ipotesi difficili, ma che autorizzavano un minimo d’ottimismo. La notizia di oggi sembra andare in un’altra direzione. Ma in Medioriente tutto può cambiare molto in fretta, e forse a questa speranza dobbiamo aggrapparci. Del resto, qui da noi, Bossi minacciava di armare trecentomila uomini di fucile, ma – al di là degli slogan turpi buoni per prendere i voti – governa, mediando e contrattando giorno dopo giorno. 

 
 
Studenti lavoratori - 16 marzo PDF Stampa E-mail

Sabato scorso mi ha colpito una notizia della cronaca locale di Torino. Una ricerca commissionata dalla Provincia dimostra che negli ultimi dieci anni (dopo la Riforma dell'università) il numero dei laureati si è sensibilmente alzato, sebbene resti comunque distante dalle percentuali dei paesi europei più avanzati. Il dato però che mi ha sorpreso - e positivamente! - di più era un altro: negli ultimi anni, per quel che riguarda quel territorio, è anche cresciuta notevolmente la porzione di studenti universitari che lavora durante il periodo di studi, e che in molti casi trova un'occupazione non per arrotondare e basta, ma proprio per pagarsi gli studi, con tutto il corollario di spese annesse (libri, affitto, vitto ecc.). Questa piccola notizia, limitata geograficamente, mi pare con tenga due indicazioni significative: la crisi economica e l'organizzazione della società rende sempre più complesso, per una famiglia, far studiare i figli, soprattutto dal momento che questi rischiano di rimanere a carico fino a 35/36 anni. Un tempo talmente prolungato che impedisce spesso un investimento come quello dell'università, non più considerata in grado di garantire un compenso professionale successivo all'investimento. D'altro canto però l'incrocio dei due dati ci descrive anche una generazione più in gamba di quella che ci viene spesso raccontata dai media: giovani che si rimboccano le maniche, che a modo loro "aiutano" la famiglia (quantomeno non facendola spendere), che in ogni caso non sono disposti a rinunciare alla loro formazione. Forse è una goccia nel mare in tempi di crisi economica, ma è pur sempre meglio di niente...

 
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