Menu Content/Inhalt
Home arrow Blog arrow Il valore della memoria - 9 settembre
Advertisement

Video

Newsletter

Iscriviti alla Newsletter!






Il valore della memoria - 9 settembre PDF Stampa E-mail

Di Tobia Zevi da "l'Unità" 8 settembre 2008 pag. 1

Fascismo, leggi razziali, Olocausto. Termini che vengono continuamente evocati - nel dibattito culturale come nella polemica politica - ma a cui non sempre si è in grado di attribuire il giusto significato. Le dichiarazioni di Alemanno da Israele, che vogliono attenuare quelle di Fini sul fascismo (definito "male assoluto"), inducono a riflettere sul tema della memoria, soprattutto nell'ottica delle nuove generazioni. Tra le tante ragioni che rendono questa discussione urgente, ce ne è una «tecnica»: anno dopo anno si riduce il numero dei sopravvissuti, ed il testimone passa necessariamente nelle mani di persone che non furono investite direttamente dalla tragedia, e che quindi hanno verso quest’ultima un atteggiamento critico e mediato.

Negli ultimi anni si è assistito ad un proliferare di manifestazioni pubbliche sulla Shoah. Eventi istituzionali, arricchiti dal lavoro prezioso portato avanti nelle scuole da presidi e docenti spesso assai motivati e preparati. Si può affermare che i giovani sono stati interessati da una mole di iniziative sull’Olocausto, favorite dallo spazio che i media dedicano al tema per la Giornata della Memoria (27 gennaio, legge dello Stato). Ovviamente, se da questo punto di vista possiamo essere soddisfatti, conviene però interrogarsi sull’efficacia di questo lavoro, messa seriamente in discussione dalle inchieste che periodicamente evidenziano l’enorme ignoranza dei ragazzi sulla storia di quegli anni.

Almeno tre sono a mio parere i punti critici. In primo luogo è lecito domandarsi se il carattere istituzionale delle manifestazioni pubbliche non allontani da una percezione individuale, empatica e tragica dei fatti narrati. Mentre il contatto con i sopravvissuti consente ai giovani una immedesimazione sincera con le vittime, ciò non sempre accade nelle cerimonie «consacrate». D’altra parte è opportuno ragionare anche sulla figura del testimone, come ha tra gli altri mirabilmente fatto Annette Wievorka. L’urgenza di avvalersi il più possibile – e giustamente – della disponibilità dei sopravvissuti, li ha però resi assolutamente preponderanti. Alla significativa presenza di ex-deportati nelle scuole non ha fatto riscontro un approfondimento della vicenda storica, delle cause che condussero alla tragedia e delle varie e molteplici responsabilità che la resero attuabile.

E proprio la dimensione delle responsabilità mette in luce il terzo pericolo fondamentale, evidenziato dalle parole del sindaco di Roma. Nel tentativo di edulcorare a fini politici un’epoca – ai postfascisti viene chiesto conto solo dell’antisemitismo, e non del carattere autoritario e dittatoriale del Ventennio - si contribuisce a distogliere l’attenzione da quelle che furono le colpe reali. Si cerca di scaricare interamente sui nazisti il peso della Shoah o a ridurre la portata razzista del colonialismo italiano, invece di indurre i giovani a porsi la domanda più importante: cosa avrei fatto io non al posto della vittima, ma della persona qualunque? Perché è doveroso ricordare i “giusti”, coloro che eroicamente misero a repentaglio la propria vita per salvare esseri umani senza chiedere nulla in cambio; ma non si può omettere che solo dodici (12!) furono i professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al regime, unici a non preoccuparsi esclusivamente della propria carriera accademica. Anche questo fu il degrado etico e culturale che chiamiamo fascismo, frutto di vent’anni di asservimento intellettuale e di privazione della libertà.

Una memoria che sappia guardare al futuro, dunque, una memoria per i giovani, non può essere un monumento, un cristallo: deve essere attualizzata e declinata ogni giorno per i diritti e le libertà di quanti oggi, nel mondo, soffrono persecuzioni ed ingiustizie. Solo se, ragionando sul passato, ci si muoverà con questa stella polare, noi giovani saremo nella condizione di rispondere efficacemente alla più decisiva delle domande: che cosa avrei fatto io? E, dunque, cosa posso fare oggi? 

 

Tra le tante ragioni che rendono questa discussione urgente, ce ne è una «tecnica»: anno dopo anno si riduce il numero dei sopravvissuti, ed il testimone passa necessariamente nelle mani di persone che non furono investite direttamente dalla tragedia, e che quindi hanno verso quest’ultima un atteggiamento critico e mediato.

Negli ultimi anni si è assistito ad un proliferare di manifestazioni pubbliche sulla Shoah. Eventi istituzionali, arricchiti dal lavoro prezioso portato avanti nelle scuole da presidi e docenti spesso assai motivati e preparati. Si può affermare che i giovani sono stati interessati da una mole di iniziative sull’Olocausto, favorite dallo spazio che i media dedicano al tema per la Giornata della Memoria (27 gennaio, legge dello Stato). Ovviamente, se da questo punto di vista possiamo essere soddisfatti, conviene però interrogarsi sull’efficacia di questo lavoro, messa seriamente in discussione dalle inchieste che periodicamente evidenziano l’enorme ignoranza dei ragazzi sulla storia di quegli anni.

Almeno tre sono a mio parere i punti critici. In primo luogo è lecito domandarsi se il carattere istituzionale delle manifestazioni pubbliche non allontani da una percezione individuale, empatica e tragica dei fatti narrati. Mentre il contatto con i sopravvissuti consente ai giovani una immedesimazione sincera con le vittime, ciò non sempre accade nelle cerimonie «consacrate». D’altra parte è opportuno ragionare anche sulla figura del testimone, come ha tra gli altri mirabilmente fatto Annette Wievorka. L’urgenza di avvalersi il più possibile – e giustamente – della disponibilità dei sopravvissuti, li ha però resi assolutamente preponderanti. Alla significativa presenza di ex-deportati nelle scuole non ha fatto riscontro un approfondimento della vicenda storica, delle cause che condussero alla tragedia e delle varie e molteplici responsabilità che la resero attuabile.

E proprio la dimensione delle responsabilità mette in luce il terzo pericolo fondamentale, evidenziato dalle parole del sindaco di Roma. Nel tentativo di edulcorare a fini politici un’epoca – ai postfascisti viene chiesto conto solo dell’antisemitismo, e non del carattere autoritario e dittatoriale del Ventennio - si contribuisce a distogliere l’attenzione da quelle che furono le colpe reali. Si cerca di scaricare interamente sui nazisti il peso della Shoah o a ridurre la portata razzista del colonialismo italiano, invece di indurre i giovani a porsi la domanda più importante: cosa avrei fatto io non al posto della vittima, ma della persona qualunque? Perché è doveroso ricordare i “giusti”, coloro che eroicamente misero a repentaglio la propria vita per salvare esseri umani senza chiedere nulla in cambio; ma non si può omettere che solo dodici (12!) furono i professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al regime, unici a non preoccuparsi esclusivamente della propria carriera accademica. Anche questo fu il degrado etico e culturale che chiamiamo fascismo, frutto di vent’anni di asservimento intellettuale e di privazione della libertà.

Una memoria che sappia guardare al futuro, dunque, una memoria per i giovani, non può essere un monumento, un cristallo: deve essere attualizzata e declinata ogni giorno per i diritti e le libertà di quanti oggi, nel mondo, soffrono persecuzioni ed ingiustizie. Solo se, ragionando sul passato, ci si muoverà con questa stella polare, noi giovani saremo nella condizione di rispondere efficacemente alla più decisiva delle domande: che cosa avrei fatto io? E, dunque, cosa posso fare oggi? 

Commenti (2)Add Comment
0
...
scritto da Alessandro, settembre 10, 2008
Non c'è dubbio che nel Ventennio vinsero 3 parole: OPPORTUNISMO, PAURA, INDIFFERENZA. Alcuni la chiamarono "zona grigia". E non è un caso se nel bellissimo film di Ettore Scola "Una giornata particolare", dove si racconta il fugace amore tra una casalinga frustrata (Sophia Loren) e uno speaker della radio (Marcello Mastroianni) durante la visita di Hitler a Roma nel 1938, i colori furono "caricati" sulle tonalità grigio e marrone...
Al mio segretario nazionale Walter Veltroni che a Firenze ha di nuovo ripetuto stancamente le solite parole che ripete da anni "rinnovamento" (ma dove?), "Largo ai giovani" (ma chi, i 40nni?) io dico: perchè non prende l'impegno di fare sì che il PD IN OGNI PROVINCIA stringa un patto con gli Istituti Storici della Resistenza, con l'Associazione Nazionale Partigiani (ANPI) ecc.. per far arrivare loro un po' di soldi, dotarli di sedi decenti, farli lavorare durante l'anno con le scuole, creare video/CD Rom ecc...?
L'hai mai sentito dire queste cose?
Ci vuole tanto a pensarle?
O sbaglio io? Può essere...
Da anni dico - anche ai partigiani delle mie zone, questi splendidi e teneri 80nni "comunisti" nell'animo che mi commuovono sempre - che il sentimento di "pietas", di rispetto anche non religioso, va osservato per tutti i morti.
DEVONO RESTARE SEPARATE le ragioni storiche, etiche, politiche che portarono tanti italiani dall'autunno 1943 all'aprile 1945 a combattere e a morire per noi.
L'avrai forse già letto ma un bel libro "La crisi dell'antifascismo" di Sergio Luzzatto http://www.einaudi.it/einaudi/...7049&ed=87
E anche Valentina Pisanty (presente a Dròsmilies/wink.gif offre studi molto qualificati
http://it.wikipedia.org/wiki/Valentina_Pisanty
http://www.mottaeditore.it/home.php?_idnodo=152
http://www.insmli.it/pubblicazioni/1/ic_212_pisanty.pdf
0
...
scritto da V, ottobre 25, 2008

Scrivi commento

busy
 
< Prec.   Pros. >