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Da “l’Unità” 11 aprile 2009 ADDIO ITALIANO LINGUA CRUDELE di Tobia Zevi La difesa della lingua italiana spetta alla società civile ed alle classi dirigenti. Con queste parole il linguista Maurizio Dardano apre il volume L’italiano di oggi (Aracne, euro 14, pp. 241), da lui curato insieme a Gianluca Frenguelli. I dati di partenza sono allarmanti: concorsi pubblici deserti perché i candidati non sanno scrivere un tema; risultati scarsi dei nostri studenti in confronto a quelli di altri paesi; ricerche che minacciano un arretramento dell’italiano (oggi quinta lingua al mondo) in favore di cinese, russo, arabo, spagnolo. Ma come si protegge l’italiano? Nel 1999 l’ipotesi di un «Consiglio superiore della lingua italiana» fu decisamente osteggiata dalla sinistra, contraria ad ogni forma di dirigismo in materia. L’idea non era tuttavia priva di senso: la Costituzione tutela giustamente le minoranze linguistiche storiche, ma non fa nessun riferimento all’idioma nazionale. D’altra parte è vero che una politica seria sul tema non dovrebbe assomigliare ad un’imposizione - come fece il fascismo contro il francese - ma favorire i meccanismi che rafforzano la lingua sullo scenario internazionale: potenziamento dei corsi per stranieri, investimenti su scuola e università, promozione di un dibattito culturale serio che, pur non negando l’importanza storica e culturale dei dialetti, riaffermi l’esigenza di favorire la lingua standard. Mentre in passato gli studiosi partivano dalle caratteristiche del dialetto, diverso dalla lingua standard e dall’italiano regionale, negli ultimi anni ci si è maggiormente occupati delle interferenze tra i vari gradi del continuum tra dialetto e lingua. Il numero delle persone in grado di parlare in lingua è enormemente aumentato (grazie alla scuola e alla televisione), ma questa è sempre più aperta ad influssi locali o popolari. In particolare si è ampliata la «tastiera» espressiva: oggi, a differenza del passato, quasi tutti – seppur con capacità molto differenti - sono in grado di cambiare registro a seconda della situazione in cui si trovano. Tra le linee evolutive bisogna ricordare il peso crescente dell’inglese (spaghetti-welfare, exit-strategy, free press, ma anche alcuni procedimenti linguistici), e l’ingresso di molti termini provenienti dai vocabolari scientifici. L’italiano medio parlato non ha più come modello lo stile letterario ma la lingua dei giornali, a cui sono infatti dedicati ben due capitoli. Questi captano per primi i mutamenti e sono spesso i veicoli con cui i fenomeni linguistici penetrano nei testi letterari. Le esigenze di sintesi e rapidità del quotidiano rafforzano due macro-tendenze dell’italiano contemporaneo: l’aumento delle costruzioni nominali (cioè frasi senza il verbo) e quello di neologismi formati dall’unione di più parole pre-esistenti, talvolta con intento ironico (dalemologo, lowcostismo, fare flop). L’ultimo capitolo del libro studia la lingua dei giovani, per sua natura in continua evoluzione. Anni fa si riteneva di poter definire una «varietà giovanile» con caratteristiche autonome dalle altre tipologie d’italiano, mentre oggi si cerca piuttosto di valorizzare la sovrapposizione tra i diversi piani linguistici; in particolare appare molto efficace la distinzione tra «lingua dei giovani» e «lingua della generazione giovane». Se con il primo concetto si intende il modo di esprimersi dei ragazzi tra di loro, il secondo rimanda invece alle modalità plurali di espressione tipiche di ogni giovane, che parla in un modo quando è a scuola, in un altro in famiglia, in un altro ancora con gli amici. Qualunque ragionamento sulla lingua deve necessariamente guardare al futuro. In questo senso preoccupano le inchieste sulla produzione linguistica degli studenti: al di là dei veri e propri errori grammaticali o ortografici (carabbinieri, miglioni, lattenzione), ciò che colpisce è la difficoltà a strutturare un testo sensato. Un deficit di competenze in cui la lingua è spesso soltanto la cartina di tornasole. Saper parlare, come si sa, vuol dire spesso saper pensare, ed è per questo che occorre muoversi da subito.
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Volevo terminare con un riferimento un po' meno ampolloso, ma in questo momento mi viene in mente il poeta quando scrisse "Exegi monumentum aere perennius"...