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Da “l’Unità” 17 luglio 2009 EBREI E CATTOLICI C’E’ ANCORA VOGLIA DI DIALOGO di Tobia Zevi Pochi giorni fa sono tornato dal primo meeting mondiale tra giovani leader cattolici ed ebrei, organizzato dalle associazioni giudaiche che si occupano di dialogo (IJCIC) e dalla Commissione pontificia per i rapporti con il mondo ebraico. Un appuntamento a cui ero andato con un misto di speranza e diffidenza. A quasi 50 anni dalla Nostra Aetate, il documento conciliare che avviò questo confronto, poche settimane dopo la visita di Benedetto XVI in Israele e a pochi mesi dal suo storico ingresso nella sinagoga di Roma, negli ultimi mesi abbiamo vissuto momenti assai difficili. In particolare: il ripristino della preghiera del venerdì santo; la riammissione dei lefebvriani; le obiezioni ebraiche alla beatificazione di Pio XII. Problemi enormi, che non hanno però compromesso la volontà di parlarsi e rispettarsi. Qualcosa, a mio parere, di molto importante e addirittura di storico. Sono tornato da Castelgandolfo (sede dell’incontro era la Mariapoli del Movimento Focolare) abbastanza rinfrancato. Il dialogo può e anzi deve proseguire, soprattutto sul piano politico. Recentemente il teologo Vito Mancuso affermava che, sebbene le beatificazioni siano un affare interno della Chiesa, bene fa Ratzinger a temporeggiare su Pio XII, se questo rischia di rovinare le relazioni con mondo ebraico. Una considerazione di natura esclusivamente pragmatica. Altrettanto «politico» è il lavoro necessario per estirpare l’antisemitismo da alcuni settori della Chiesa più resistenti all’impostazione post-conciliare. Un impegno educativo e culturale, perché difficilmente si raggiungeranno ulteriori innovazioni dal punto di vista dell’elaborazione teologica o dottrinale. Oggi non si parla più di nuova Alleanza (quella di Gesù) che ha rotto la precedente (quella ebraica). E i prelati spiegano – nella quasi totalità dei casi - il Nuovo Testamento senza assumere una prospettiva antigiudaica. Anche gli ebrei, che negli anni Novanta hanno ottenuto il riconoscimento dello Stato di Israele da parte della Santa Sede, conoscono i compiti che li aspettano: promuovere un accordo sui luoghi santi per i cattolici in Medioriente - ma la scelta finale spetta ovviamente al governo israeliano - e contrastare in loro stessi una diffidenza che è retaggio di millenni di ostilità. Tutte azioni che richiedono un percorso lungo, ma che condividono tre grandi sfide globali: la paura di una compressione della fede nelle coscienze e nelle società europee; il ruolo crescente dell’Islam in Occidente e la sua difficile gestione; la speranza in un mondo in cui i possano affermarsi i Diritti dell’uomo, della vita, della pace. Questioni gigantesche, che obbligano al coraggio una nuova generazione di leader politici e spirituali.
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