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Dissenso in Iran - 1 aprile PDF Stampa E-mail

Da “l’Unità” 30 marzo 2009

IRAN LA SFIDA DEL DISSENSO

di Tobia Zevi

 

Prima venne la rivolta. Nel 1999 gli studenti del Politecnico di Teheran manifestarono contro la dittatura che negava Diritti e libertà. E poi, implacabile, venne la repressione. Studenti sospesi «per incompetenza generale e ideologica», incarcerati, scomparsi, torturati, uccisi (solo in Cina la pena di morte ammazza più che in Iran). Il regime fece le cose per bene. Dopo la contestazione del dicembre 2006 fu varato un particolarissimo regolamento d’ammissione: le matricole dovevano impegnarsi a non fare nessun genere di attività politica. In caso contrario, marcatura con una, due o tre stelle da cucire sul bavero della giacca (ogni riferimento a persone e cose è puramente casuale!). Dopo la terza, espulsione e rinuncia forzata agli studi. Paramilitari nelle facoltà e chiusura delle sedi associative. «È simile alla Rivoluzione culturale. Vogliono creare un clima di paura e mettere fine a qualsiasi forma di critica o opposizione» dichiarò qualche mese dopo Mohammad Maleki, ex rettore dell’Università di Teheran. Nel gennaio scorso la polizia ha arrestato Nafiseh Azad, rea di raccogliere firme in favore dei Diritti delle donne. E la settimana scorsa Omid Reza Mirsayafi, un giovane blogger, si è «suicidato» nel terribile carcere di Evin, condannato per attacchi ad Ali Khamenei. Il suo delitto? Una lettera aperta alla Guida spirituale della nazione in cui esaltava l’amore ed il colore del vino. La scrittrice Azar Nafisi (Leggere Lolita a Teheran), racconta che studenti, professori, attivisti e persone comuni non hanno mai rinunciato al dissenso, nonostante i rischi terribili e la tremenda compressione delle libertà personali. A che prezzo. Anche a loro si è rivolto Obama, scavalcando le ragioni importantissime della diplomazia. E per queste persone, sacrificate quotidianamente all’indifferenza del mondo, è già molto.

                                  
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