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Le idee e le convinzioni profonde solitamente resistono. E' la loro prerogativa. Ma certamente succede anche - e spesso è un bene - il contrario: si opta per l'opposto, si comincia a credere a ciò a cui prima non si credeva. Ho sempre pensato, se vogliamo in maniera un po' semplicistica ed un po' militante, che ognuno avesse diritto a scegliere per sé stesso il proprio destino. Quello che ritenesse, nel pieno delle sue facoltà mentali ed accompagnato negli affetti e nel pensiero, più giusto per lui. Anche nel caso della morte, o del rifiuto delle cure. Ho sempre creduto che non tutte le vite meritassero di essere vissute in quanto tali, ma che ad ognuno spettasse il giudizio sulla propria. Dopodiché, politicamente, mi sono sempre reso conto che queste convinzioni personali non potevano essere tradotte automaticamente in legge, perché lesive di alcune sensibilità e contrarie a molti principi. Per cui ho sempre creduto che si dovesse cercare un compromesso. Per quel che riguarda l'Italia, semplificando un po', e tanto per fare un esempio, eutanasia no e testamento biologico assolutamente si. Un modo di individuare il numero delle opzioni, ma lasciare intatte, all'interno di quel campo delimitato, le facoltà di scelta della persona. Fin qui tutto bene. Ma sui giornali di oggi, leggendo la storia della tredicenne inglese Hannah, mi sono venuti dei dubbi. Una bambina di tredici anni (13!) che decide di rinunciare a cure molto invasive (un trapianto di cuore) perché troppo provata dai molti interventi e dagli innumerevoli ricoveri ospedalieri. Decide di passare il Natale in famiglia e poi di aspettare di morire (secondo i medici, entro 6 mesi).
I medici dell'ospedale, appresa l'intenzione della ragazzina (informatissima sulla sua malattia), e compreso che i suoi genitori erano d'accordo con lei, provano a sottrarre loro la potestà sulla figlia, per obbligarla a curarsi. Tentativo fallito, perché la legge britannica consente ad un minorenne di prendere a sua scelta, purché adeguatamente informato. Credo che anche da noi questo non sarebbe un caso giuridicamente complesso: i genitori sono in accordo con la figlia ed un trapianto di cuore non può - credo - essere praticato contro la volontà del paziente. Quindi il problema non è giuridico. Non è forse neanche etico, visto che sul caso specifico non mi pare che ci siano state voci contro (certamente il caso è un po' estremo!), perché il trapianto è stato considerato un possibile accanimento terapeutico. Quindi forse il problema non c'è... Però, leggendo, mi ha fatto molta impressione: che Hannah, di 13 anni, decida lucidamente di morire. Resa lucida e matura dal dolore che ha sempre provato (per una forma di leucemia) ma, nonostante tutto, anche così ignara della vita. Un caso estremo, certo, ma che ci pone delle domande.
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