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Viviamo, si dice, in una società liquida. Caratterizzata, ovviamente, da tratti diversi, ma in particolare da un elemento continuamente citato: la precarietà. Che a sua volta investe aspetti differenti delle nostre vite, ma che colleghiamo istintivamente ad un settore il particolare: quello del lavoro. Appunto precario, non stabile, senza più il contratto a tempo indeterminato. Bene, questa settimana ho fatto una scoperta per me interessantissima. Forse avrei dovuto farla prima. Sono andato a leggere i dati. All’inizio degli anni Ottanta, la percentuale dei lavoratori “instabili” era dell’8%, a fronte di un 92% degli “indeterminati” (escludendo quindi i disoccupati). Ed oggi? La percentuale, credevo, sarà incredibilmente più elevata… E invece: 8%, tale e quale. Dunque è tutta una montatura la sensazione di paura e di allarme sociale che percepiamo? Hanno ragione quelli, e sono molti anche fra i miei coetanei (basti pensare a “Generazione Tuareg” di Francesco Delzìo), che invitano i giovani ad un minore vittimismo e a rimboccarsi le maniche (che ovviamente sarebbe cosa giusta)? Io penso di no. Ma quali sono allora le differenze tra oggi e ieri? 30 anni fa i lavoratori precari, a parte quelli che lo sono per scelta, come gli stagionali o i non monoreddito, erano prevalentemente tra i 14 e i 20 anni, a basso titolo di studio, che ancora non avevano fatto il militare (e dunque considerati ragazzini), generalmente assunti – giustamente – con un contratto da apprendista. E oggi: età media tra i 28 e i 35 anni (quando si costruisce un progetto di vita), alto tasso di istruzione (laurea) e legittime aspirazioni. Persone per cui i genitori hanno fatto molti sacrifici, con la certezza che il loro futuro sarebbe stato migliore. E che vedono esattamente il contrario, con gli amici dei loro figli che hanno studiato meno che guadagnano di più ed hanno un contratto. Che fare? Le misure possono essere moltissime (e ci vorrei tornare nei prossimi giorni). Ma per cercare di risolvere un problema occorre innanzi tutto metterlo a fuoco. Evitando di dire che siamo tutti, indistintamente, precari, per poi lasciare tutto esattamente com’è.
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In Italia scontiamo il fatto che la generazione nata negli anni '80 entra fatalmente tardi nel mercato del lavoro, per tanti motivi: le scuole superiori durano un anno di più che all'estero, ergo l'Università si termina più avanti e spesso, anche col 3+2, il sistema delle imprese non si accontenta del 3 ed esige quindi che l'aspirante lavoratore abbia almeno la qualifica quinquennale.
Le mansioni più faticose generalmente un italiano non vuol farle e quindi sopperiscono i lavoratori che spesso vengono dai Paesi più poveri..
C'è stato anche negli ultimi 15 anni un appiattimento vero il basso dei livelli retributivi, con la conseguenza abbastanza frustrante che spesso un laureato percepisce assai meno di un idraulico, un artigiano (fabbro, falegname)... Ti sembrerò banale e ripetitivo ma anche in questo caso mi appoggio ai punti di riferimento:
Massimo Paci (prof. alla Sapienza, dal 1999 al 2003 presidente Inps, nominato dal fu governo D'Alema), Aris Accornero (una vita spesa nella ricerca e nell'insegnamento, da sempre vicino al PCI-DS, lavorò nel 2002 alla ricerca DS/Unità sul "lavoro che cambia"), Maurizio Ferrera, docente secondo me straordinario troppo poco valorizzato dai ns. "dirigenti":
http://www.ibs.it/code/9788815115812/paci-massimo/nuovi-lavori-nuovo.html
http://www.larivistadellepolitichesociali.it/asp/autore.asp?id=36
http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/rizzoli/libro/1155_san_precario_lavora_per_noi_accornero.html
http://www.rassegna.it/2006/lavoro/articoli/accornero.htm
http://www.dsl.unimi.it/dslwtemp/ita/modello_scheda_persone.php?id=13