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Da "l'Unità" 26 gennaio 2009 - LA RAGAZZINA EBREA CON LA KEFIAH | Lo shock dell'arrivo é secco: siamo abituati a immaginare Israele come un teatro di guerra, troviamo un paese che si gode lo Shabat, il giorno di festa. Sulla strada dall'aeroporto «Ben Gurion» a Tel Aviv sorgono molti sobborghi residenziali. Oggi sono ancora piú tranquilli del solito, popolati solamente da biker, adolescenti che si muovono a gruppetti, qualche ortodosso che si affretta dal suo rabbino per una lezione. Piú il quartiere é elegante, piú massiccia é la presenza di immigrati (filippini, indiani, sudamericani). Anche per loro é il riposo settimanale, e li si scorge che si appoggiano ad una cabina telefonica, o che fumano una sigaretta in un giardinetto municipale. Il sudore nella tragedia: esistenze faticose e solitarie come dappertutto, in un paese pericoloso scelto solo per fame. Incontriamo Elinor, undici anni, nata e cresciuta a Savion, sobborgo ricco a una decina di chilometri da Tel Aviv. Indossa la kefiah, e nessuno sembra farci troppo caso. «Va di moda nella mia scuola» mi spiega «da quando abbiamo fatto la gita di fine anno con gli scout. Lo so che la mettono gli arabi, ma noi non la indossiamo per questo motivo». Non ha paura che qualcuno possa, vedendola, arrabiarsi; e non immagina – per fortuna - le implicazioni del suo gesto. La userá anche domani, quando sua madre la condurrá al porto: gli abitanti del Sud di Israele, da anni sotto il ricatto dei missili Kassam, hanno organizzato un mercatino per vendere i loro prodotti. Qui a Tel Aviv, dove la guerra sembra distante anni-luce, con il sabato sera che giá comincia a scaldare i motori, comprare qualcosa lí é un piccolo gesto di solidarietá quasi dovuto. |
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